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INDICE:
VOLUME I > VOLUME I I
> VOLUME I I I

Chiunque fosse interessato all'Opera (Volume I - II) può
contattare il Comitato I PIARDI via S. Rocco 19 25060 Pezzaze
- Stravignino - Tel. Carla Piardi 030.920388 - oppure via mail:
info@piardi.org ed anche
carla352@libero.it

VOLUME
I
1. presentazione
2. introduzione
3. Origine e significato del cognome "I
Piardi"
4. Piardi - Conte Palatino
5. I Piardi a Pezzaze
6. I Piardi a Gussago 1830-1832
7. I Piardi della terra mantovana
8. Glossario
PRESENTAZIONE
Da tempo andavo raccogliendo annotazioni su personaggi bresciani
appartenuti all'antico casato dei Piardi, sulle loro famiglie,
sui loro palazzi, notizie che reperivo nel corso di ricerche,
studi, interviste e testimonianze ma anche e soprattutto nel
corso delle ordinarie conversazioni con i non più giovani.
Note che a mano a mano hanno riempito diversi fogli, che ogni
tanto aggiornavo, completavo ed integravo. E nel tempo che
il lavoro di ricerca proseguiva, e questi personaggi mi diventavano
sempre più famigliari, non ho potuto fare altro che pensare
a quellovvia affermazione di Trilussa (Carlo Alberto
Salustri 1873-1950, poeta romanesco).
Ma certo, i personaggi delle famiglie Piardi e di quelle con
loro imparentate che hanno lasciato i loro nomi ad alcune
case, cascine e vie, il loro stemma sui portali, pur se la
conoscenza delle loro esistenze è "retaggio" di
studiosi, sono stati un giorno uomini veri, con le loro vicissitudini
quotidiane, non sempre passate alla storia anche se avrebbero
sicuramente meritato.
Assieme ai Piardi ho trovato qualcosa anche delle famiglie
con loro imparentate; famiglie originarie del luogo o provenienti
da tante parti d'Italia ed alcune dall'estero, di formazione
antica o recente, che nel lungo e lento scorrere degli anni
hanno dato personaggi più o meno famosi, alcuni celebri, più
o meno integerrimi, alla storia sia locale sia nazionale.
Addirittura qualche personaggio ha avuto ruoli dimportanza
anche all'estero, sia al servizio di stranieri, sia come incaricati
di Stati italiani, anticipatori di quella genialità ed intraprendenza
che è caratteristica della gente lombarda, bresciana, bergamasca
e mantovana in particolare. E con la fama del loro nome, penso,
sarà arrivata anche la fama del loro luogo natale, e ci fa
piacere pensare che il nome di qualche paese bresciano, in
particolare Gussago e Pezzaze, ma anche Bergamo, Brescia,
Venezia, Verona, Mantova, quanto: Cizzolo, Viadana, Sabbioneta
e Pomponesco, sia risuonato in quelle corti europee o nei
salotti di capitali importanti, ammantato dal ricordo del
dolce sole, delle colline, delle montagne e dei vigneti nonché
delle estese pianure e Piarde mantovane.
Altri Piardi invece sono citati solo momentaneamente forse
casualmente in qualche documento, per poi ritornare nel nulla.
Anche le famiglie hanno seguito destini diversi: alcune sono
estinte, di altre sopravvive il nome in alcuni eredi sparsi,
altre hanno continuato vigorose a fornire nomi di spicco nella
storia, nella politica, nell'arte, nella chiesa. Molti sono,
infatti, i sacerdoti dorigine pezzazese dal cognome
Piardi, ma anche da Gussago. Così dicasi anche da parte dalcuni
figli dei casati con i Piardi imparentati.
Questa ricerca non vuole essere uno studio approfondito sui
motivi di questi diversi destini, né si assume il compito
di distinguere quelle maggiori da quelle minori, concetto
questo antistorico, dato che, come detto, tutte le famiglie
hanno portato il loro contributo allo svolgersi della storia
nel corso di almeno cinque secoli.
Di alcune delle circa trecento e più famiglie legate ai Piardi
si dirà poco, in proporzione alla loro importanza, tale da
meritare volumi, di altre sarà solamente un riportarle fuori
dall'oblio del tempo.
Ricerca che non vuole essere considerata terminata, nemmeno
fine a se stessa, ma stimolo per ulteriore ricerca atta ad
ampliare e completare le notizie riportate.
Il lavoro in fase di ricerca è
parso interessante a molti intervistati, ciò mi è stato di
stimolo a proseguire nell'ardua impresa. Lidea
nacque la sera dellantivigilia di Natale del 1977, in
Barcala di Benegas Godoy Cruz zona del Gran Mendoza
Argentina, in casa dei coniugi gussaghesi Isabella
Palmira e Pietro Piardi, miei zii, nativi di Gussago.
Zia Isabella incominciò a dar corso, quasi improvvisamente,
alla elencazione della parentela Piardi, così come ebbe a
conoscerla dopo il matrimonio con Pietro e larrivo in
famiglia presso il suocero Achille Domenico, oltre a quella
delle famiglie legate ai Piardi stessi. Fu necessario, da
parte mia, dopo il primo minuto di conversazione, prendere
appunti, cosa che feci immediatamente utilizzando langolo
di una pagina di un giornale locale che ancora conservo. Poi
si resero indispensabili altri fogli.
Da quel giorno cominciò a prendere consistenza lidea
di mettere assieme gli appunti di inserirmi nelle celate conoscenze
dei parenti gussaghesi ed in quelle di altri longevi ancora
in grado di raccontare e di farmi partecipe di uno spaccato
di vita gussaghese.
Pensavo, però, allorigine, alla provenienza dei Piardi
dimoranti a Gussago che da sempre conoscevo essere oriundi
di Pezzaze.
Lavviso alle famiglie di Gussago di questa mia intenzione
innescò un felice meccanismo tale che in breve tempo ottenni
notizie inerenti anche i Piardi residenti a Milano ed in altre
province, oltre, ripeto, a quelli di Pezzaze e di Brescia,
questi ultimi tutti originari di Pedade.
Il timido annuncio dellidea che coltivavo inviato a
Giacomo Osvaldo di Brescia, mercè la segnalazione calorosa
fattami dallamico Sergio Della Torre, valtrumplino e
collega di Giacomo Osvaldo, dallo stesso subito calorosamente
accolto e la diffusione dellavviso, magari rinnovato
nel tempo per più volte, ha alimentato la fiammella trasformandola
in un grande falò. Notizie che così hanno iniziato ad arrivare
da ciascun "Crot", ragazzo imberbe, di una volta,
come si diceva un tempo a Pezzaze.
Vinta la iniziale diffidenza degli schivi pezzazesi, soprattutto
da quando cominciai a recarmi nella conca dei Piardi ai piedi
del Guglielmo, del Pergua e del Monte di Mondaro sotto il
vecchio ed il nuovo tempio di SantApollonio Vescovo,
sono stato, potrei dire, quasi travolto dallidea soprattutto
quando ho potuto parlare con alcuni di essi, in particolar
modo con Faustino Secondo Viotti, el Secondo per chei de
Pesase, di Rita, di Carla figlia di Milo e di altri.
Qualche mese dopo Rita mi confessa che quando mi presentai
per la prima volta sulla porta della sua bottega, salutando,
ebbe la netta sensazione che lavventore fosse suo zio
Faustino - Bortolo dei Mafé, padre di Don Gian Piero di Susa.
Infatti, continua Rita, dissi dentro di me, ghè che l
dio Burtul!
La somiglianza, alla luce delle fotografie di entrambi scattate
in gioventù, è eloquente.
Sono stato a visitare anche moltissimi dei luoghi mantovani
da dove vengono i Piardi del Piardo nativi delle vecchie terre
golenali del Po a partire da quelle di Pomponesco e da quelle
di espansione di Cizzolo di Viadana nonché di Sabbioneta e
di quelle dellOltrepo a Gualtieri. Da qui e da Milano,
in particolare dallIng. Paolo, sono giunti dati, notizie
ed incoraggiamenti.
I ricordi del passato, anche quello lontano, tramandati oralmente
di padre in figlio, arricchiscono di continuo la memoria collettiva,
permeando gli animi e contribuendo, in tanti casi, a improntare,
in un modo piuttosto che in un altro, i rapporti tra i membri
di una comunità. E perciò con immenso, impensabile piacere
che mi sono recato ogniddove ad ascoltare, a raccogliere testimonianze
da Achille e Rico dei Runcù, da Giulia e Maria Marietta, da
Secondo un infinità di volte e sempre con maggior piacere
ed interesse e da tanti altri i quali sapevano dei Piardi
e sui Piardi e con essi le interviste sono avvenute in schietto
dialetto dè Güsac o dè Pedade.
Il lettore giudicherà scolastico, anche un po confuso,
il modo col quale questa ricerca viene presentata e magari
con errori.
Un po di verità in tutto ciò può esserci, tuttavia,
sottolineo, che si tratta di appunti, pertanto, da riordinare.
Con laiuto della memoria collettiva e di documenti pubblici
e privati ho inteso ricercare la traccia lasciata dai Piardi
e dalle famiglie con essi imparentate.
Ho annotato, anche, evidenziandoli, il succedersi degli avvenimenti
nazionali certamente non ininfluenti allevolversi della
vita nazionale con ricaduta più o meno evidente anche sulla
crescita dei Piardi del Mantovano, del Bergamasco, dei Pezzazesi
e di quelli di Gussago. Così che, per aiutare il lettore,
ho, in I Piardi a Pezzaze, a Gussago e della terra mantovana
delle piarde, proposto una lieve traccia di sentiero di vita,
magari soffertamente, ma serenamente vissuta.
Spero, anche, mi venga in soccorso il noto aneddotto relativo
ad uno spirito pionieristico scoraggiato dalle frequenti critiche
in aiuto del quale giunge il maestro per dirgli: "Ascolta
le parole del critico, egli rivela ciò che i tuoi amici ti
nascondono". Ma il maestro, ancora: "Non lasciarti
abbattere da ciò che il critico dice. Nessuna statua è mai
stata eretta per onorare un critico. Le statue sono per i
criticati".
Rammento che non solo non sono uno storico, e nemmeno posseggo
cognizioni di paleografia o di archivistica storica, nemmeno
ho conoscenze in rogazione antica di atti.
Son semplicemente un ex studente lavoratore. Sono stato un
impiegato, uno dei tanti vituperati, molte volte a torto,
servitori dello Stato, frequentemente lasciati a sé stessi
affinché gli organi di informazione abbiano schiene su cui
battere la sferza tra gli applausi delle sprovvedute genti.
Quando pensavo di terminare il lavoro di ricerca sono stato
amabilmente ricevuto, cordialmente intrattenuto, da Monsignor
Masetti Zannini e poi dallo stesso amorevolmente seguito nella
ricerca e nella lettura dei documenti custoditi dallArchivio
Storico Diocesano di Brescia. Quelli del XVI secolo della
parrocchia di Lavone e di quelli risalenti al 1492 per Pezzaze.
Documentazione molto pertinente alla vita dei Piardi. Si riscontreranno
diverse affermazioni o detti e modi di dire dialettali bresciani,
molti nemmeno tradotti per non privarli di pregnanza bresciana
(valtrumplino pezzazese o gussaghese) risultando perciò
quasi incomprensibili a coloro che non sono nati nella provincia
della Leonessa dItalia, pazienza. Il bresciano è così,
un po ostico, del resto lo stesso Dante Aligheri ebbe
modo di giudicarlo "yrsutum et yspidum" e non vi
ho messo impegno per smentirlo.
Concludendo, questa ricerca potrà essere rivisitata e riproposta,
anche con altra veste, corretta ed aggiornata, non appena
ci sarà stato consentito laccesso agli archivi parrocchiali
di Pezzaze e di Gussago ed a quello storico del comune valtrumplino
patria dei Piardi ed anche quando altri Piardi, mantovani
e reggiani, valtrumplini e gussaghesi e della bassa bresciana
mi avranno mandato, ancora, notizie in loro possesso e mi
chiederanno di entrare in casa loro per un colloquio. Quando
sarà terminato lesame dei documenti custoditi presso
lArchivio di Stato di Brescia. Spero di essere riuscito
nellintento di mettere assieme alcune piccole tessere
tese alla ricomposizione umana del grande e multicolore mosaico
delle famiglie del casato Piardi.
Mi piace, a questo punto, concedere spazio, uno per tutti,
allincitamento ricevuto da una donna, prendendo a prestito
le sue precise parole: "Ghè tègne prope chè l naghe
n nacc co la storia perché sé pasa amò ventiquatrure
n sa piö negot dè nüsù!" (Rita, figlia di Maria
Piardi dei Mafé). Credo di aver esaudito il desiderio di Rita,
con questa dispensa per uso famiglia.
Potrei terminare ed infatti è così.
Il lettore che non si è annoiato può passare alla successiva
introduzione
completamento della presente.
top
INTRODUZIONE
La ricerca e l'origine del Casato, non si riferisce alla ricerca
genealogica né costituisce attribuzioni parentali con
cognomi omonimi la quale comporta ricerche e documentazioni
anagrafiche, ma alla ricerca del Casato nel senso Araldico,
quella cioè che racconta le gesta, la gloria, il valore,
la nobiltà e gli stemmi delle famiglie riconducibili
alla stessa radice cognominale. Per luogo d'origine della
famiglia deve intendersi genericamente, salvo rare eccezioni,
non la provenienza genealogica, bensì il luogo storico
dove ebbe origine la titolatura nobiliare.
Questo è ciò che si è tentato di fare
nel corso di questa ricerca e comunque si è creduto
opportuno annotare, ove disponibili, notizie inerenti i casati
con i quali i Piardi sono venuti ad imparentarsi.
Quanto sopra detto rimane fermo, tuttavia evidenziamo che
qui nella ricerca si è tentato di rintracciare tutto
quanto è stato possibile sul casato Piardi, sui parenti
e gli affini proprio a dimostrazione che i Piardi delle Piarde
mantovane, delle montagne valtrumpline, dei bergamaschi al
servizio della Serenissima Repubblica di Venezia e dei vignaioli
gussaghesi sono stati, sempre, determinati ed alcune volte
determinanti, seppur con alti e bassi nel loro ambiente naturale
di vita.
Gente apparentemente irascibile, "biluss" in dialetto
bresciano, ma pronta, perspicace, lungimirante, attiva, sul
piano individuale e su quello sociale più ampio dando
vita in tempi passati ma anche recentemente a cappellanie,
facendo sentire la loro presenza nelle vicinie, nelle opere
di carità, tanto utili quanto indispensabili in particolari
momenti di crisi economica spesse volte presentatisi, con
scopi di assistenza e beneficenza così disponendo in
vita ed ancora in vita al momento di esprimere le ultime volontà
od anche da
passati a miglior vita.
Le dimostrazioni in tal senso da parte dei Piardi sono molte.
Quanto è stato raccolto lo dimostra a piene mani basta
prendere visione delle poche righe stese nel glossario con
riferimento alla voce legata al nome di battesimo di ciascuno
di essi.
Ciò vale per personaggi importanti e anche per quelli
meno noti, sia per testimonianza derivante da atti e rogiti
ma anche da testimonianza diretta di parenti, amici, nipoti
e pronipoti che abbiamo potuto intervistare e che con gioia
abbiamo annotato come contributo tangibile ancora vivo negli
animi e nel ricordo.
Insomma la forma del falò, come detto in presentazione,
non è debordata anzi, subito, si è capito che
il materiale minimale per partire lo avrei avuto e lo avrei
raccolto col contributo essenziale della gente, quella semplice,
dai Piardi, dai loro parenti o conoscenti e dagli affini al
casato.
Non è mancata, comunque, la testimonianza da parte
degli estranei ai quali, i Piardi erano e sono ben noti. Ciò
che io desideravo, quello di fare una "storia" con
gli stessi protagonisti o con i loro discendenti, con le loro
idee, le loro vite, i loro ricordi, ed anche sulla base di
quanto poteva essere stato loro tramandato, si andava concretizzando.
Ciò è stato fatto e ciò è stato
possibile sia a partire dalla ricostruzione genealogica delle
famiglie e di quella parentelare quanto della breve quanto
semplice, piccola, storia, ove ci è stato consentito,
di ognuno dei trascorsi avi, dei genitori e di ciascuno di
noi stessi ancora qui a poter, per fortuna, raccontare. Sono
stati annotati anche molti dati ufficiali ma questi sono venuti
dopo, dopo aver acquisito lo sforzo delle famiglie, magari
pungolate, e quello di alcuni indispensabili volenterosi.
Ne è uscita una storia, anzi, mi scuso, appunti per
una storia, nemmeno con la "esse" minuscola, ma
certamente una traccia per una storia che qualche capace storico
forse potrà, un dì, utilizzare. Per questo ho
chiamato la mia ricerca semplicemente "I Piardi"
poiché così meritano le generose anime di questa
grande famiglia, sottotitolandola "Appunti per la storia
del casato".
top
ORIGINE
E SIGNIFICATO DEL COGNOME "PIARDI"
Operando sullo studio dell'origine del nome va ricordato come
il cognome può avere subito variazioni dialettali, forme contratte,
diminutivi, lenizioni, errori dovuti ad errata trascrizione.
Piarda è termine in uso già nel 1200, derivante dall'antico
francese "piarde", zappa. Piarda è detta anche la zona pianeggiante
compresa tra l'argine e il letto del fiume, con particolare
riferimento alle golene del Po. A quanto asserisce P.E. Tiboni
il nome deriva da "piarda" denominazione data alla porzione
di vena di ferro che un minatore cavava e portava fuori in
una giornata di lavoro; "piardello" indicò in seguito una
porzione di monte che il comune dava in affitto. (Enc. Bs
= Enciclopedia Bresciana di A. Fappani, Editrice La Voce del
Popolo) Piarda è anche termine dialettale bresciano appartenente,
appunto, alla terminologia delle miniere. Si veda, a tale
proposito, alla voce Piarda del Glossario. Piardi può anche
essere verosimilmente originato da Piacenti sul quale sono
state rinvenute notizie storiche e araldiche in Firenze ed
in Toscana. Qualcuno ricorda l'esistenza di un certo Piardo
o Piurdo (della zona della Noce in città di Brescia) del secolo
XIII quale esponente della vita cittadina. Quando l'8 marzo
del 1252 si stipula a Brescia la Federazione Lombarda uno
degli esponenti, con Griffolino dè Griffi e Pietro di Capodiponte,
delegati a rappresentare il Comune cittadino nell'Episcopio
di Brescia è Piardo della Noce. (Enc. Bs.) Altri lo fanno
derivare da Pardo ... indi Pardi e poi Piardi. Secondo un
recente studio compiuto da Isabella Piardi, di professione
farmacista, appartenente ad un’originaria famiglia sorta a
Pomponesco (Mantova) passata poi a Sabbioneta (Mantova), il
cognome deriverebbe da quello di un ufficiale spagnolo che
ebbe in assegnazione, per meriti di servizio, larghi appezzamenti
di terreno comprendenti anche le "piarde del fiume Po" nella
zona di Pomponesco e che portava il nome di Iacomo del Piardo
(1520). L’assegnazione delle terre potrebbe fors’anche risalire
addirittura a suo padre, anch’egli ufficiale spagnolo. La
Spagna già presente sul suolo italiano da diversi decenni
e da tre secoli, con gli Aragonesi, su quello siciliano, ottiene
con la Pace di Cateau-Cambrésis – 1559 – tra Francia e Spagna,
il predominio politico militare che durerà per altri 150 anni
circa. Si veda alla voce "Dominazione Spagnola" del glossario.
Dai registri parrocchiali della zona di Pomponesco risulterebbero
molte famiglie col nome di "Della Piarda" o "Dalla Piarda",
derivanti, appunto, dal cognome assunto in origine da Iacomo
proprietario delle piarde del fiume, perciò terreni del Piardo,
da cui Iacomo del Piardo. Giungere a Piardi il passo è breve.
(Studio di Isabella Piardi da Sabbioneta). Ma ancora, in atti
e documenti originali custoditi dall’Archivio Storico Diocesano
di Brescia dell’anno 1644, datati 29 febbraio, per una controversia
in Pezzaze, si legge più volte il cognome Piardi ovvero Piardo
unito al nome di certo Batistino, di Tadeo Piardi quondam
Turinu, Gio.Angelo Piardo q. Franc.o, Zanolino Piardi e Bono
di Piardi. Inoltre il cognome Piardo, forse singolare di Piardi,
appare relativo a Franciscus e Antonio in documento del 29
agosto 1696.
top
PIARDI - CONTE PALATINO
PIARDI - CONTE PALATINO SECOLO XVI - XVII - C O N T E 1568
- 1750
Origine bergamasca. Famiglia oriunda di Bergamo. Ottenne il
riconoscimento dell'antica sua nobiltà con decreto ministeriale
28 marzo 1927, per aver appartenuto al "Maggior Consiglio"
della città di Bergamo. Il Capostipite Orazio, "Magnificus
et nobilissimus dominus", figlio di Giacomo, già maggiorenne
nel 1589, sposò una figlia del Signor Cristoforo De' Mangillis,
detto Cavaliere di Carvico, che con la donazione di tutti
i suoi beni all'Orazio Piardi, accrebbe il già notevole patrimonio
dello stesso Orazio. Da Orazio nacque Venanzio che trasferì
la famiglia a Venezia, conservando la cittadinanza di Bergamo.
Venanzio, insieme al fratello Claudio ed ai di lui figli,
si dedicò ai traffici, fondò una grande azienda commerciale
esercitando una vasta mercatura con l'oriente. Ebbe, il Venanzio,
dalla Repubblica Veneta importanti incarichi, coprì cariche
pubbliche, riportandone chiara considerazione e molti onori.
Figlio di Venanzio fu il Gio.Giacomo Piardi che nel 1639 contrasse
matrimonio in Bergamo con la nobile Elena Biffi figlia di
Gerolamo, continuando, a Venezia, l'azienda paterna, allargando
ed ampliando i traffici, fondando succursali a Zara, al Cairo
ed a Costantinopoli. Accrebbe notevolmente le ricchezze della
famiglia oltre a quelli che la stessa possedeva in molti beni
immobili in zona di terraferma veneta, anche a Bergamo e provincia,
in particolare a Carvico, a Ponte S. Pietro, Chiuduno, Trescore,
Carobbio e Gorlago.A Gorlago, Bergamo, circa un secolo dopo
(1750), un pronipote del Venanzio Piardi trasferì definitivamente
la famiglia. (Si veda alla voce "Conte" del glossario). 1584
Ramo veronese di derivazione da quello bergamasco. Nobile
famiglia veronese, che figura nel campione dell'estimo dal
1584, ma che non fu ascritta al Consiglio della nobiltà che
nel 1747. 1653 Famiglia che figura nel campione dell'estimo
di Verona fino dal 1653 e che dal 1707 godeva del titolo comitale
per concessione veneta ma che non fu ascritta al Consiglio
Nobile di Verona che nel 1782 nella persona di Gio.Francesco.
La famiglia aveva giurisdizione sopra la terra di Pigozzo
ed è iscritta nell'elenco ufficiale italiano con titoli di
Nobile dei Conti Piardi (M e F) e Nobile (M e F). Pigozzo
è, ora, frazione pedemontana della città di Verona. Già alla
fine del XV secolo, tuttavia, una famiglia Piardi emigra in
quel di Pezzaze di Val Trompia con certo Giovanni presente
nella conca di Sant’Apollonio quando vi erano ancora boschi
di conifere a coprire le pendici degli oggi "pelati monti",
già nel 1487 (?). (Per un ampio significato della figura di
Conte si veda alla voce del glossario). CONTEPALATINO 1688
– 1696 ANTONIO Piardi, Conte Palatino Antonio - medico di
grido ebbe dall'Imperatore Leopoldo nel 1688 la nobiltà del
S.R.I. (Sacro Romano Impero) e dallo stesso Imperatore nel
1696 il titolo di "Conte Palatino ereditario per primogeniti".
Si veda anche glossario alla voce "Conte Palatino". Antonio
è il primo dei conti Piardi a fregiarsi di detto titolo, con
lui e da questo momento i Piardi sono "Conti Palatini". La
Famiglia fu confermata nell'avita nobiltà con S.R. (Sigillo
Reale) del 1829. La Famiglia è iscritta (a tutt'oggi 1995)
nell'Elenco Nobiliare Ufficiale Italiano col titolo di "Conte
Palatino (M)" e "Nobile (M-F)" in persona di Giuseppe con
dimora in Verona, nel territorio di Pigozzo, ora frazione
del comune di Verona, dal momento che al casato, da parte
della Serenissima Repubblica di Venezia nel XVII secolo, fu
assegnato il titolo di "Signori di Pigozzo". Vedi. Tanto racconterebbe
l’Araldica. (Per il significato della figura regale di Conte
Palatino si veda alla voce del glossario). 16.. - Ramo toscano.
(?) Secondo una recente ricerca risulta che in Firenze ed
in Toscana la famiglia Piardi possiede solide radici storiche
quale antica e nobile famiglia di questa Regione. Il fatto
che del ceppo Piardi sia nota l'origine, indicata dai testi
in Toscana, rivela come abbiano sentito l'esigenza di legarsi
ad una datazione dell'origine storica, o della sua collocazione
in territorio, al fine di perpetuare il fasto, le gesta ed
il valore della famiglia. Può risultare utile ricordare che
è solo con l'inizio del XV secolo (1400) che si fanno più
frequenti le concessioni di titoli a persone e famiglie non
provviste di Feudo. La conferma della dimora certa della famiglia
Piardi in Firenze viene quindi a provare come ci si trovi
di fronte ad un casato che seppe legittimamente innalzare
per diritto la propria arme al rango di Nobili. Del casato
Piardi in Firenze, la corona di pertinenza è formata da un
cerchio d'oro, puro, rabescato, brunito ai margini, sostenente
otto grosse perle in giro, di cui cinque visibili, posate
sul cerchio. Il blasone è la lettura dell'arme e nel caso
della famiglia Piardi è partito (diviso in due spazi); nel
primo d'azzurro, a tre gigli d'oro, posti fra i quattro pendenti
di un lambello di rosso; nel secondo di rosso, ad una torre
d'oro, accostata da un leone d'argento. Gli stemmi, come si
sa, semplici in epoca antica e con un numero limitato di figure,
si complicano in seguito, con ripartizioni e maggiore varietà
di figure, colori ed ornamenti. Nel caso dello stemma della
famiglia Piardi di Firenze, la prevalenza dell'azzurro rappresenta
la devozione, la fedeltà, la castità, la giustizia, la santità,
oltre alla bellezza, la nobiltà, la fortezza, la vigilanza,
la vittoria, la perseveranza, la ricchezza, l'amore per la
patria, il buon augurio, la fama gloriosa. E' il simbolo dell'aria
e dell'acqua. Vedi anche alla voce Blasone del glossario.
1920 Rami piemontesi, di derivazione, proveniente da Pezzaze
a partire dal 1946 ed ancor prima da Gussago a decorrere dagli
anni venti. Della famiglia Piardi esistono alcuni rami dimoranti
in Piemonte. Che vi fosse un ceppo anche ad occidente, verso
il confine francese, avevamo avuto notizia da alcuni decenni.
Infatti, sin dagli anni venti, Ernesto Faustino da Gussago,
figlio di Nino Angelo e di Bianca Carolina Inselvini, si trasferisce
in provincia di Cuneo e forma la sua famiglia avendo due figli
maschi e due femmine; vivono a Brà. Nel corso del 1995 e poi
anche per il 1996, la stampa nazionale si è occupata di fatti
accaduti in alcune località della Val di Susa, in questo contesto
certa stampa nazionale ha preteso far salire alla ribalta
della cronaca il parroco di Sant'Evasio di Susa. Don Gian
Piero Piardi, figlio di Faustino detto "Burtul" ivi emigrato
dopo la seconda guerra mondiale col fratello Giuseppe, della
famiglia dei Mafé di Pezzaze. Don Gian Piero è in Val di Susa
dal 1946, essendo figlio di Faustino il quale vi era arrivato
sin dal 24 aprile 1946 quando Faustino chiamò a sé da Pezzaze
l’intera famiglia che già comprendeva il primogenito poi ordinato
sacerdote. Infatti, Faustino Piardi noto come Burtul, già
dimorava in Val di Susa dopo un mancato tentativo d’espatrio
per motivi di lavoro essendo stato respinto alla frontiera
francese. Della stessa famiglia che ricordiamo essere quella
dei Mafé, fa parte Giuseppe, fratello di Faustino, anch’esso
chiamato in Val di Susa e che rimarrà nel segusino sino all’età
della pensione crescendovi la famiglia per poi fare ritorno
a Pezzaze. Le famiglie si sono poi distribuite nel torinese
e nel segusino in particolare. La sposa di Faustino continua
a vivere a Susa con il figlio Sacerdote mentre quella di Giuseppe
torna a Pezzaze ove dimora. Altri rami. Alcuni altri Piardi,
sempre originari di Pezzaze si diffondono in varie zone geografiche
d’Italia, come, ad esempio, quella di Genova ove si sono diffusi
nella regione e sconfinando anche in Francia, zona di Nizza
e Grasse (Dipartimento delle Alpi Marittime francesi), di
Gap e Lione, di Milano e della Valtellina, nonché in quella
di Bergamo. Questi Piardi sono soprattutto frange della grande
famiglia pezzazese che tra la fine del XIX e l’inizio del
secolo XX sono partite dalla Val Trompia, iniziandone la diaspora,
in cerca di migliore fortuna a seguito della crisi delle miniere.
Vi è traccia anche di Piardi nati nel savonese ed anch’essi
trasferiti poi in Francia a Nizza e dintorni. Ramo (o forse
origine) mantovano Chiara è la lettura della evoluzione di
questa famiglia sorta a Pomponesco se si presta attenzione
al prezioso studio operato dalla dottoressa Isabella Piardi
da Sabbioneta, studiosa del suo, del nostro, casato, per qualche
tempo farmacista anche a Pomponesco, antica cittadina sull’argine
sinistro di Po.
Si veda anche I PIARDI della terra mantovana.
top
I PIARDI A PEZZAZE
Pezzaze: comune della media Valle Trompia, si estende sulla
destra del fiume Mella a partire dal fondo della valle in
cui si trova la frazione Lavone, per salire fino alle alture
circostanti tra cui quella della Colma di San Zeno e l'omonimo
Passo ad ovest. Diverse sono le località comunali tra le quali
quelle più alte: Monte Pezzaze, Avano, Savenone, Canei; mentre
su di un pianoro molto ondulato sorgono gli abitati di: Stravignino
(Straignì), Mondaro (Mondér) e Pezzazole (Pesasöle). Peza,
balansa. Pesa, bilancia, sarebbe meglio dire stadera. Pezzaze,
infatti, ha per stemma comunale la raffigurazione di una bilancia
chiamata comunemente peza, trattasi, appunto, di una stadera,
per la pesa di alimentari e derrate. A Stravignino, ad un’altitudine
di 625 metri s.m., troviamo la sede del Comune e la Chiesa
Parrocchiale. Alle su accennate località dovremmo aggiungerne
non meno di altre venti, ci limitiamo, però, ad indicare di
seguito il nome di alcune di loro in italiano e fra parentesi
la corrispondente pronuncia dialettale: Eto (Et), Aiale (Aiàl),
Lavone (Laù), Monte (Mut). Maffessini, Maffecini, Bonassi,
Bonassini, Brine, Mafé, Pélès, Catanì, Cansonète, Pepe (i
dotti), Piardù, Codése e Ciong, questi sono i soprannomi in
uso per definire a Pezzaze le diverse famiglie Piardi; forse
non sono nemmeno tutti, potremmo, infatti scoprire ancora
altri scötöm quali, l’ultimo in ordine di tempo: Cansonète.
Oggi se ne distinguono solo alcuni, precisamente: Brine, Mafé
e Valì, Pélès ora emigrati, di cui ancora ne è fatto uso.
Per un ampio panorama su Pezzaze si veda alla specifica voce
del glossario di questa ricerca. Piardi, nome particolarmente
diffuso a Pezzaze e dintorni. Già nel XV secolo i Piardi si
distinguevano con diversi soprannomi, come abbiamo già accennato,
e numerose sono, pertanto, le famiglie con tale nome, alcune
delle quali diedero, successivamente alla chiesa sacerdoti
di grande rilievo; i primi ad uscire dal paese natale per
assumere la responsabilità della Parrocchia a loro assegnata.
In atti e documenti originali custoditi dall’Archivio Storico
Diocesano di Brescia dell’anno 1644, datati 23 e 29 febbraio,
per una controversia in Pezzaze, si legge più volte il cognome
Piardi ovvero Piardo unito al nome di certo Batistino, di
Tadeo Piardi quondam Turinu, Gio.Angelo Piardo q. Franc.o,
Zanolino Piardi e Bono di Piardi. Ancora presso l’A.V. Bs.
(MT b. 24 – Pezzaze) in un documento del 6 ottobre 1646 si
legge dei Piardi antichi. Nel documento, Richiesta di dispensa
matrimoniale, datato 29 augusti 1696, si legge di Antonium
Piardum, Franciscus Piardus ed ancora Antonio Piardo suo figlio,
quale promesso sposo di Maria Della Lunga, ambedue vedovi.
Una famiglia Piardi, quella di Andrea Catanì, si trasferì
a Gussago ed ebbe proprietà anche in Rodengo a Padergnone
ed in Saiano assieme a quelle possedute da Gio.Maria Piardi
e Gio.Maria Piardi (figlio) del 1845. Di questa famiglia ebbero
rilievo Giovanni Battista (vedi) patriota, che fu allo Spielberg;
Angelo (morto a Gussago il 17 giugno del 1876 all'età di 72
anni e che il giornale "Sentinella Bresciana" definiva "Colto,
studioso, benefico e santamente liberale"); Don Angelo (1806/1876)
ritiratosi a Gussago; Don Giovanni Battista (1829/1903); Don
Geremia (1860/1926). Oltre a questi, numerosi altri furono
i Piardi sacerdoti, appartenenti ad altre diverse famiglie,
come: Don Giovanni (1699/1761), Don Giacomo (morto l'11 aprile
1782); Don Andrea (Pezzaze, 1776 - Gussago, 1833) che in morte,
aggiungeva ai lasciti del padre, che aveva dato vita alla
Cappellania della Beata Vergine del Rosario, sue proprietà
in Plagne e Dosso Rizzino e la casa per il cappellano di Stravignino;
Don Ermenegildo (1781/1835) parroco degnissimo di Casaglia
di Torbole; Don Antonio (1801/1880) parroco, prima a Pezzaze,
e poi a Rodengo per vent’anni, ed altri ancora. Da ricordare
anche Giovanni Maria (1880) e sua figlia Diaregina grande,
recente, benefattrice a favore del Pio Istituto Bregoli. Ambedue
proprietari e conduttori del Rifugio Piardi al Colle di San
Zeno sulla strada per la Valcamonica tramite Palot. A Pezzaze,
dopo le primarie diciotto originarie famiglie, di cui agli
Statuti comunali del 1318, e di quelli revisionati del 1529,
Statuto composto da 146 capitoli che riguardano il modo di
creare i Consoli (in numero minimo di dodici e massimo di
ventiquattro); il loro ufficio, il Governo del Comune (attraverso
il sorteggio tra i Consoli con turni bimestrali); la nomina
dei Massari incaricati delle riscossioni e dei pignoramenti;
il controllo dei molini e delle osterie; l'amministrazione
della giustizia (con obbligo di denuncia al "Maleficio" di
Brescia dei reati penali), ecc. L'ultima parte degli Statuti
riguarda le acque, gli acquedotti, le strade, i sentieri.
Nel 1426 Pezzaze passa sotto Venezia e vi rimane fedele consentendo,
a quanto si legge da più parti, un considerevole sviluppo
economico – sociale. Durante il XV secolo appaiono nuove famiglie
e sono segnati nuovi cognomi come quello dei Bregoli (citato
nel 1446, per un lascito di Francesco Bregoli al Comune);
dei Fada, presente nel 1458 con Antonio detto Frottino; dei
Richiedei (1487) che successivamente saranno conosciuti a
datare dal 1657 come Serotto e nel 1762 Serottini ma anche
Castili ed infine dei Piardi, citati con un certo Giovanni
nel 1487 e che poi assunsero vari soprannomi come: Maffecini
(1669) ed altri come meglio prima richiamati. Quando i Piardi
arrivano a Pezzaze, la popolazione del paese conta circa mille
anime, infatti, sono 1.040 nel 1493 per passare a 1.800 verso
la fine della prima metà del XVI secolo (1550) e scendere
ancora a 1.470 nel 1573. Numero di anime precipitato a 640
nel 1635 e così, quasi con stabilità, sino al 1660 subendo
poi una impennata a partire dal 1690 con 1.112 anime e stabilizzandosi,
ancora, sino al 1850. Salendo nuovamente a 1.820 nel 1853.
A questa data una parte della famiglia Piardi già era emigrata
da trent’anni in Franciacorta. Nel 1871 le anime dei pezzazesi
sono 1.472, lo stesso numero di quelle registrate nel recente
anno 1991. (M. Facchetti). Secondo il rapporto di Giovanni
Da Lezze per Venezia redatto nel 1610, sono 500 gli uomini
validi al lavoro su una popolazione di 1900 anime, in Pezzaze.
Oltre ai Piardi sono queste le famiglie sempre più numerose
ed operose assieme ad altre delle quali sono state però perse
le tracce che devono, purtroppo, sopportare, da maggio ad
ottobre del 1509 le taglie gravose di lire 169,13 (circa 169
scudi) oltre alle spese per gli armati, imposte dagli occupanti
francesi oltre a soldati mandati per ordine del luogotenente
del Re Luigi XII a Gardone, Asola, Pontevico, mentre il paese
valtrumplino accoglie profughi e perseguitati dalla città
e dai territori occupati da truppe. A tutto ciò si aggiunge
nel 1512 e nel 1521, terribile, la peste e poco dopo, anche
il passaggio di Lanzichenecchi. Nel 1529 al flagello portato
dagli eserciti, napoletano, spagnolo, francese e dai Lanzichenecchi,
si aggiunge di nuovo quello della peste. (Enc. Bs). Lo storico
sacerdote Omobono Piotti (1869 – 1916) scrive che Pezzaze
si può definire il più importante centro romano dell’alta
Valle Trompia e il fatto che fosse situato lungo la cosiddetta
Strada del Ferro e collegato alla Vallecamonica per mezzo
del Colle di San Zeno, ha contribuito a questo suo ruolo di
primo piano in valle. Le universitas o comune centrale di
Pezzaze erano formate da molte piccole vicinie ed avevano
il loro centro religioso nella chiesa di Sant’Apollonio che
divenne parrocchia autonoma nel XV secolo. La vita economica
e religiosa era molto progredita e nel 1318 Pezzaze si dà
un suo statuto, uno dei primi noti in valle. Nel 1426, come
detto, troviamo Pezzaze fedele a Venezia. Il comune appoggiò
sempre la parrocchia, tanto che era capace di infliggere multe
a chi si intratteneva nel mulino con donne. Altre pene venivano
date a coloro che non solennizzavano il 22 maggio, festa dell’apparizione
della Madonna di Bovegno, e per il mese di luglio il comune
istituiva la festa del Santo patrono Apollonio, che rese poi
obbligatoria. (M. Facchetti). Si racconta che Pezzaze fosse
talmente agiato all’inizio del XVII secolo al punto che nel
1617 si permise di stanziare 50 scudi l’anno per la celebrazione
di due messe settimanali per vivi e defunti. Nel luglio del
1630 e sino al marzo dell’anno successivo si sviluppa a Lavone
la peste portata, si dice, anche a Pezzaze "da due fratelli
pastori che erano stati al Salnitro presso Brescia con le
pecore". Pezzaze, nel corso dei secoli, almeno per quanto
ci riguarda, dal giorno della presenza dei Piardi, subisce
vicende alterne che minano la sua sicurezza, eventi tragici
come la peste del 1640, la carestia del 1649 e quella del
1654. Avvenimenti che lasciano un segno tangibile di un calo
demografico, come ricordato. (Tesi di laurea di M. Facchetti).
Si costituisce quale voto devozionale la Confraternita della
Beata Vergine del Carmine. Ivan Piardi e Pierino Gabrieli
raccontano che dopo la peste, quella del XVII secolo, quella
raccontata dal Manzoni nei Promessi Sposi, a Pezzaze fossero
rimaste tre famiglie e precisamente: Bregoli, Piardi e Bontacchio.
Inoltre, che molti stranieri o forestieri confinati in questa
valle laterale della Val Trompia, riusciti a scappare dai
lavori forzati, si racconta e si tramanda da generazioni,
fossero stati abili nel camuffarsi in loco nascondendosi sotto
il cognome, attribuendoselo, di una delle tre famiglie. Pierino
asserisce che gli scampati al morbo si sono dovuti necessariamente
accasare con donne non del posto ma forestiere anche di altre
province. Racconta, anche, che gli uomini mentre lavoravano
la terra si chiamassero da un capo all’altro delle "piane"
ubicate sui pendii ubertosi della conca di Pezzaze, per verificarne
l’esistenza in vita, al grido "go set amò te …?". Nel 1644
in atti attestanti una diatriba si legge il nome di numerosi
Piardi, già vivi all’epoca, come meglio annotato in Origine
e significato del cognome. Il 21 settembre del 1701 molti
armati pezzazesi sono avviati a guardia della Forcella di
Gussago contro le truppe tedesche in occupazione comandate
da Eugenio di Savoia. Nei secoli XVI – XVII – XVIII – XIX,
la vita sociale a Pezzaze è molto influenzata dallo stato
di ricchezza o di povertà, il divario tra le classi sociali
è evidente e sottolineato anche nell’abituale modo di salutare,
rivolto alla persona di riguardo, laico o religioso che fosse.
Si esprimeva, infatti, sia al padrone quanto al prete, un
ossequioso quanto formale "riverisco, servo suo", che molti
anziani ancora oggi ricordano, chi con bonarietà, altri con
amarezza o stizza. Per tanto tempo la risposta alle necessità
della gente, quella povera, fu affrontata con l’elargizione
della carità e i primi interventi da parte dello Stato furono
di tipo caritativo, paternalistico, perciò discrezionale.
La fine dell’800 vede le prime forme di assicurazione statale
nel tentativo iniziale di perseguire il cammino del diritto
sociale nella salvaguardia del cittadino. Il passaggio dallo
stato paternalistico a quello di diritto si attuò, tuttavia,
molto lentamente, infatti, il vecchio sistema, controllato
dallo Stato, anche se sempre nella forma di elargizione paternalistica,
sopravvisse a lungo, addirittura per molti anni del secondo
dopoguerra. (F. M. Tonoli – Riverisco servo suo – F. C. Bs.).
Le tracce di questa trasformazione in una piccola comunità
come Pezzaze sono state di non difficile ricerca. Facile è
stato ravvisare negli atteggiamenti e nel linguaggio dei non
più giovani, un retaggio del passato.Certi ricordi suscitano
sensazioni e alimentano umori che influenzano, anche ora,
i comportamenti della vita familiare e della comunità. Nella
società antica non esisteva una funzione specifica dell’assistenza
sociale da parte di estranei, infatti la cura dei bambini
e degli anziani, nonché dei bisognosi, era un normale aspetto
del vivere quotidiano. La sicurezza della sopravvivenza era
assicurata solamente dal gruppo nell’ambiente familiare. (F.M.T.)
I bisogni a cui la famiglia risponde sono quasi sempre gli
stessi: affetto, necessità di continuare la specie con la
prole, scambio di servizi e divisione dei compiti, soddisfacimento
dell’istinto gregario tipico di ogni uomo. Anche la società
di Pezzaze, sebbene con modalità, riti e simbologie diverse,
ha sempre attribuito valore al matrimonio come atto con il
quale un uomo e una donna prendono impegni davanti ad una
collettività, ad un gruppo. Necessario alla formazione della
famiglia nella nostra cultura religiosa è il rito del matrimonio,
perciò i pezzazesi sono attenti nella scelta dei partner rispondenti
a determinati requisiti. Tuttavia a Pezzaze fino alla fine
degli anni trenta era abbastanza comune riscontrare matrimoni
tra cugini, prassi determinata da fattori importanti quali
il controllo nella trasmissione della terra e dei beni per
evitarne la dispersione col frazionamento. L’altro dovuto
alla ridotta presenza femminile e le difficoltà che si incontrano
negli spostamenti non permettendo di frequentare donne di
altre località. A ciò non sfuggono nemmeno i "zuenocc" Piardi
anche se qualcuno riesce a recarsi fuori dai confini comunali
per una scelta diversa. Magari solo a … Lavone, come è successo
presso le famiglie Raza e Piotti, od anche altrove, presso
i Bernardelli, i Brentana, i Dusi, i Paterlini e i Rambaldini.
La scelta di sposarsi tra cugini per mezzo di dispensa vescovile
crea, come era facile prevedere, una sorta di campanilismo,
al punto che gli estranei non vengono accettati dalla comunità
e molte volte anche cacciati in malo modo. Si coniavano, perciò,
appositi detti o modi di dire a volte anche minacciosi. Vedi
alla voce Modi di dire. La scelta del ragazzo o della ragazza
(crogia) da sposare doveva essere accettata, almeno nei tempi
più antichi, oltre che dai genitori anche dai nonni, che in
qualità di anziani avevano un enorme potere decisionale. Così
ci ricorda anche Rita più volte nelle sue conversazioni. I
Piardi, ma era una usanza comune, dopo alcuni anni di fidanzamento
praticavano il rito prematrimoniale del "toccare la mano",
meglio "ciapaga la ma a la spuda". Il fidanzato, con i genitori,
si presentava ufficialmente alla famiglia della futura sposa
portandole un regalo, così anche a Barche di Brione quanto
a Peder di Ome, a Collio o a Civine o anche a Gussago, tanto
che i Piardi di queste località, non esclusa quella di Navezze,
ben ricordano questo rito. Con il matrimonio la sposa portava
al seguito nella casa del marito la propria dote, i genitori
della sposa prima della cerimonia, nei limiti in cui disponevano,
scrivevano la Presgial o Prediale detta anche pregiatura,
atto notorio nel quale veniva elencata la dote. Per questa
particolare usanza si veda alla voce del glossario Presgial
o Biluna, intestataria della più nota Presgial Piardi. In
questo modo i nuclei famigliari andavano sempre più ingrossandosi
costituendo le cosiddette "famiglie patriarcali". Prende corpo
la figura del "risidur", l’anziano che gestisce il bilancio
e ripartisce i compiti. Uno sguardo alla genealogia dei Piardi
nati a Pezzaze ed alla vita raccontata da Teodoro Piardi dei
Cansonète può convincere di ciò. Raramente lo sposo andava
a vivere con la famiglia della sposa poiché sarebbe stato
considerato un disonore, infatti, vigeva il detto ‘l ga tacat
vià ‘l capel! Ci furono, come abbiamo detto, periodi di grande
miseria, dovuti anche a carestie, a guerre, a catastrofi naturali,
in cui coloro che non possedevano rendite stabili o lavori
certi si garantivano la sopravvivenza creando in certe zone
particolari schiere di vagabondi in cerca di elemosina. La
moltitudine dei poveri vaganti, sempre in crescita, andava
provocando paura nella popolazione ed anche in ciò vi vedeva
il pericolo di propagazione di malattie contagiose. Lo Stato,
almeno fino al 1800, intervenne soltanto in termini di repressione
più che provvedere all’aiuto. La Chiesa forse è sempre stata
più attenta ai bisogni della gente per motivazione ideale,
infatti, sviluppò per prima diversi interventi assai efficaci
in tema di assistenza. Il Concilio di Trento del 1564 creò
una capillare diffusione della cosiddetta Confraternita del
SS.mo Sacramento che se anche aveva primaria funzione essenzialmente
di cura del culto sempre provvide alle opere più propriamente
di carità a favore dei più bisognosi. Nacquero così le opere
di carità preposte all’attenzione dei più bisognosi e per
la distribuzione di aiuti provenienti dalla gestione della
beneficenza soprattutto quella conseguente i Legati testamentari.
Pezzaze in questo non è stato certamente secondo a nessuno.
Si diffusero anche le Confraternite del Santo Rosario dovute
ad iniziativa spontanea dei fedeli. (Vedi Don Andrea Piardi
e suo padre Giovanni Maria). Questo negli anni lontani ma
anche più recentemente, infatti, nella relazione al Vescovo
durante la visita di fine secolo XIX alle parrocchie della
Vicaria di Pezzaze, per quella che concerne la situazione
riscontrata nella comunità sotto il titolo di Sant’Apollonio
si legge: "Vi sono le confraternite del Santo Rosario con
143 inscritti; della Sacra Famiglia con 31 inscritti; di San
Luigi con n. 126 inscritti; del Sacr. Cuor di Gesù con n.
187 inscritti; del Rosario ….; vi sono le Madri Cattoliche
inscritte in n. 115 …" da documento, dell’Archivio della Curia
Vescovile a firma del sacerdote Pietro Ghirardelli, del 1898.
In epoca napoleonica l’assistenza e l’attuazione delle volontà,
lasciate nei testamenti per scopi sociali, venne attribuita
ai comuni con decreto del 21 dicembre 1807 con nome di Congregazione
di Carità che riuniva tutte le istituzioni pur conservando,
però, distinti i fondi, le entrate, le spese. Il governo austriaco
nel 1819 con decreto del 17 luglio dello stesso anno sciolse
le Congregazioni di Carità, sostituendole, più tardi, con
i noti Pii Luoghi Elemosinieri. Nel 1859 il Regno d’Italia
ricostituisce le Congregazioni di Carità. A Pezzaze, come
in tutte le comunità, soprattutto quelle di montagna, viva
era l’azione di questi organismi, infatti, come si nota in
altre parti della ricerca, o nelle poche righe relative alla
vita di ciascuno dei Piardi ricordati nel glossario, gli stessi
sono costantemente impegnati ed attivi. Una conferma può essere
rinvenuta nelle righe di cui alla voce Bregoli (Pio Istituto).
Un dato nazionale potrebbe essere utile per capire il valore
economico di queste opere. I dati Istat del 1861 dicono che
nello stesso anno esistevano circa 18.000 opere pie con un
patrimonio che superava il miliardo di lire di allora pari
a circa un valore attuale Istat della lira di oltre cinquemila
miliardi di lire. Nel 1900 a Pezzaze esistono diverse opere
pie e si intensificano, come nel resto del territorio italiano,
infatti, ve ne erano, sul territorio del Regno, più di ventitremila.
Con l’avvento della guerra si fece più pressante l’intervento
di queste opere ed anche a Pezzaze viene istituita, tra le
tante iniziative, quella cosiddetta Cucina Economica per preparare
minestre offerte gratuitamente a secondo dello stato di indigenza
dell’assistito. La gestione è a cura del Pio Istituto Bregoli.
L’impiego di pasta, riso, patate, fagioli, ed altre verdure,
poteva contribuire ad integrare il regime alimentare dei meno
abbienti, il quale era, quasi esclusivamente basato sulla
polenta con la conseguenza di gravi malattie come la pellagra.
A Pezzaze, come in tutta la provincia di Brescia e in Lombardia,
la pellagra cominciò a diffondersi all’inizio del 1800. La
malattia era pesante e aveva diversi stadi di evoluzione.
Nel 1830 in provincia di Brescia venne stimato in circa settemila
il numero dei malati soprattutto in seguito alla pesante carestia
del 1829 segnando un calo solo nel 1833. E’ noto, infatti,
che la polenta era quasi esclusivamente il solo cibo quotidiano
e a volte lo era anche nei giorni di festa grande quando si
usava dire: "encö taiom zo la polenta col fil ros", "oggi
tagliamo la polenta col filo rosso, in segno di festa". Nel
1833 muore a Gussago, nella sua casa di Navezze, Don Andrea
Piardi, grande benefattore a Pezzaze, figlio di Giovanni Maria
il quale lo aveva preceduto, 1821/22, sulla strada della beneficenza.
Nel 1835 muore, rimanendo sotto la sua carrozza ribaltatasi,
il possidente in Pezzaze Don Ermenegildo Piardi parroco di
Casaglia di Torbole. Nelle opere di carità i Piardi sono sempre
stati attivi come benefattori delle stesse, fondatori di alcune
di queste, o amministratori delle medesime, raramente sono
stati tra coloro che vennero beneficati. Alcuni documenti
rinvenuti ne sono la prova. Di ciò abbiamo riportato le parti
salienti nelle righe esposte alla voce Bregoli (Pio Istituto).
Secondo le testimonianze raccolte dagli anziani, coloro che
venivano beneficati dalle opere pie di Pezzaze, dovevano condurre
una vita rigorosa senza poter cedere alle lusinghe del superfluo
che, pur in qualche sparuta occasione, il miserabile tentava.
Infatti, un bicchiere di vino all’osteria o anche un solo
paio di pantaloni nuovi, magari da fatica, era motivo di sospetto
per molti padroni e da parte degli amministratori delle Opere.
Ritenevano, infatti, che fossero dei lussi. Come si può ben
capire i bisognosi, giudicati tali, erano pochi, ma molti
erano, però coloro che si rivolgevano alle autorità civili
e religiose per far presente le proprie difficoltà, come risulta
dal carteggio, ancora conservato, presso l’archivio storico
del Pio Istituto Bregoli. In tutte le domande, dopo la richiesta
di sussidio, in denaro o alimenti o vestiario o tela per indumenti,
ricorreva l’ossequioso saluto: "servo suo devotissimo!". Ricordiamo
che, successivamente, nel 1937, le Congregazioni di Carità
o le Opere Pie vennero mutate in Ente Comunale di Assistenza
(ECA). Erano pochi coloro che potevano acquistare in bottega
e per molti era a credito. Si pagava ogni anno, dopo la vendemmia
o il raccolto, e sempre che fossero stati abbondanti, altrimenti
il saldo del conto avrebbe dovuto essere rimandato all’anno
successivo, lasciando il debitore nel disagio quotidiano di
dover chiedere al bottegaio nuovo credito con rischio che
lo stesso, per timore di non essere pagato, diminuisse la
quantità di merce venduta, lesinandola, indipendentemente
dalle bocche che la famiglia doveva sfamare. Ancora oggi a
Pezzaze è invalso l’uso del libretto della spesa, in doppia
copia, con saldo a fine mese. Rita Ferraglio figlia di Maria
Piardi dice: "Che a Stravignì na olta l’era na famia sula
… se gh’era argù de malacc se naa a troai, a portaga argot,
el me ubà ol me disia: putiga argot, l’è malat, ol pa bescot,
argot oter, en fina la legna, agliura per na polmonite se
muria!". Rita, la quale, appena la incontri non manca di narrare
episodi lieti o tristi relativi alla famiglia dei nonni materni
Piardi, anche in questa mattina (8 maggio 1998) piena di sole
a Pezzaze, racconta: "Quando la nonna Margherita Bontacchio
ci dava dei fichi secchi, era solita farci la rituale raccomandazione:
, guardate un po’ cosa ci facevano credere!
Era così, non è che vivessimo nell’abbondanza, tuttavia, non
morivamo neanche di fame, ciò nonostante, secondo i miei nonni,
ma era così per tutti, bisognava risparmiare!." Col nonno
Giovan Maria, Rita, aveva un buon rapporto, anzi, ottimo,
lei racconta, forse anche preferenziale. "Lui sapeva che io
ero, come lo sono ancora oggi, golosa di sale, anzi, bisogna
che stia attenta quando cucino … Così che il nonno, quando
poteva, di nascosto, prendeva una presina di sale, l’avvolgeva
in una foglia di castagno, per nasconderla, e me la dava.
Sono episodi semplici, credo, tuttavia, significativi anche
per la mia vita segnata, certamente, in buona percentuale,
dall’insegnamento dei nonni Piardi. Del resto anche mia mamma
era così." La gente di Pezzaze negli anni inizio secolo XIX
ma anche negli anni venti – trenta, soprattutto nelle lunghe
stagioni invernali fortemente innevate aveva fame al naturale,
non necessitava, certo di recarsi alla nota fonte Concluaria,
nei pressi, tanto rinomata per le sue doti in tema di inappetenza
quanto per altre virtù terapeutiche e taumaturgiche … . Forse
invece pensavano, senza palesarlo, di avviarsi sul sentiero
che porta al Santèl del Prèder. Lo dimostrano gli elenchi
di coloro che a Pezzaze chiedono l’intervento giornaliero,
in tema di alimentazione di base, alle diverse opere di carità
all’epoca esistenti ed efficienti a cui la gente necessariamente
era costretta a fare riferimento. Sembra proprio che l’unica
soddisfazione fosse quella, non esclusi i Piardi, di avere
figli, sempre numerosi, "i fiöi i porta mia la miseria!".
La "proprietà" dei figli da parte di coloro che non possedevano
altro, era inconsciamente vissuta, ma non troppo, come una
provvidenza divina. Infatti, quando si chiedeva ad un bambino,
o ragazzo, detto crot, come si chiamasse si usava dire: "set
fiol de chi?", non gli si chiedeva, infatti il suo nome di
battesimo, la risposa era molto precisa e veniva indicato
in essa non solo il nome ma, anche il soprannome del genitore,
forse anche quello del nonno, al quale il padre, a sua volta,
apparteneva, sviluppando, così, un’ampia catena di legami
che rincuorava per la sicurezza di essere di qualcuno e di
un casato, per quanto esso fosse modesto. Comunque, sempre,
era un punto di riferimento. Anche tra i Piardi la nascita
di un figlio dava luogo, almeno nel passato, a un numero di
riti sostanzialmente di protezione. A Pezzaze era pratica
comune ornare, dopo il parto, la porta di casa con una corone
di spicchi d’aglio in numero dispari. Le mamme, nei giorni
precedenti il battesimo, tenevano accesa una candela vicino
al lettino per scongiurare la morte ed evitare al neonato
la discesa al limbo. (Rita Ferraglio). "Ho visto ancora anch’io"
sottolinea Rita dei Mafé "e li ho anche vissuti". In Valle
Trompia esistevano riti singolari che riguardavano la placenta,
mentre a Pezzaze non se ne ricordano. In altre zone della
provincia di Brescia, come a Montichiari e dintorni, luoghi
dove sono andati a vivere molti Piardi, il padre non poteva
assistere al parto mentre doveva provvedere a sotterrare la
placenta sotto un albero di fico. Vedasi l’accostamento tra
il latte emesso dalle foglie e dai fiori della pianta con
quello materno. Era importante avere almeno un figlio maschio
che perpetuasse il cognome della casata. La scelta del nome
di questi veniva compiuta dalla nonna paterna e dal padrino,
in alcuni casi anche dal padre del nascituro. In genere si
assegnava ai figli maschi il nome degli antenati. Il primo
figlio maschio prendeva il nome del nonno paterno, gli altri
quello dei nonni materni. (M.F.) Chi scrive, pur essendo di
Gussago, ricalca appieno questa usanza: Achille come il nonno
paterno. In più, come secondo nome, Giovanni come il nonno
materno. Molti, perciò, si chiamano come il nonno ed il bisnonno
ed anche l’avo. C’è anche qualche famiglia in cui tutti i
figli hanno come primo nome lo stesso del nonno, come detto,
per esempio quello di Faustino. Questa la tradizione, per
poi chiamarli di fatto col secondo nome o con un soprannome.
Anche i soprannomi sono assai numerosi sia a livello individuale
quanto di famiglia. Ad esempio: Raffaele (Francesco) dei Brine
detto Cino de’ Castegnacol. Vedi meglio alla voce Soprannomi
del glossario. Per i Piardi pezzazesi, l’appartenenza alla
comunità aiutava anche a sentirsi protetti, da ciò deriva
lo spirito campanilistico di tutte le comunità, ma soprattutto
di quelle di montagna, della povera gente che sempre ha manifestato
il suo attaccamento al paese. L’affezione ad un luogo particolare
del paese era tale da far sorgere l’illusione della "proprietà",
al punto che si racconta che perfino il Santuario della Madonna
di Bovegno, costruito sul territorio di Pezzaze, fosse motivo
di contesa con i due paesi confinanti, Pezzaze e Bovegno.
Una leggenda narra che i pezzazesi si recassero al Santuario
voltando la statua della Madonna verso Pezzaze poiché, secondo
loro, era apparsa per Pezzaze nella zona detta di Savenone.
Anche la parlata locale aveva ed ha la sua importanza per
sentirsi qualcuno, di qualcuno, e di una ben precisa comunità.
La stessa parlata era dunque, ed è, permeata da quei modi
di dire che sono stati tramandati di padre in figlio e che
contribuiscono, forse di più in passato, a dare certezze.
Per questo abbiamo tentato di raccoglierne qualcuno che abbiamo
evidenziato alla specifica voce Modi di dire del glossario.
La comunità basa, fin dall’antichità, la sua economia sul
commercio di legname proveniente dai boschi, sul ferro delle
miniere e sull’allevamento del bestiame. Si racconta vi fossero
circa novanta imbocchi di miniera e due forni fusori, uno
a Mondaro e l’altro in basso a Rebecco di Lavone (Laù). Qualcuno
parla ancora della "Regina" altri ricordano il filone di Zoje
e quell’altro detto della Valle del Megua. La coltivazione,
si dice prevalente, fosse quella del miglio sostituita nel
1700 con il frumento. Molti svolgono l’attività di mandriano,
anche i Piardi delle distinte famiglie. Come tali dovevano
stare attenti che il loro bestiame durante il pascolo nei
boschi non invadesse quelli recentemente tagliati, cedui,
col rischio che le vacche e gli armenti si cibassero degli
"smersi" o "smersa", germogli teneri usciti dai polloni nati
dai ceppi; o che lo stesso si recasse a bere in pozze di altrui
proprietà. Nota è la vicenda per l’uso dell’acqua in cui sono
incappati i Piardi. Si veda a tale proposito alla voce Proprietà
Piardi. Ultimamente, nei primi decenni del secolo XX, allignava
ancora la vite ed i boschi erano molto sfruttati soprattutto
per la produzione di carbone vegetale che serviva per alimentare
i forni del ferro noti come forni fusori. I Piardi detenevano
molti carbonili detti anche "aiài". Nel corso della ricerca,
infatti, ne abbiamo riscontrati molti, vedi ad esempio alla
voce Valì o Proprietà Piardi. I carbonai andavano via, nel
bosco, la primavera e vi restavano, anche con tutta la famiglia,
sino a che giungeva la prima neve (M. Facchetti – Tesi di
laurea – 1997). Anche l’allevamento del bestiame era un’attività
importante a cui i Piardi si dedicavano. Nel 1983 risultavano
ancora circa 1.800 ettari di terreno destinati a foraggio.
L’impiego dei Piardi nelle attività minerarie ed in quella
dei cosiddetti Medoli è tuttora ricordata a Pezzaze. C’era,
infatti, chi, come Gaetano, el dio Tano, lavorava giorno e
notte ripetendo il turno. Le miniere di piombo argentifero
del bresciano di Provaglio Val Sabbia, Barghe, Preseglie e
Collio furono poi abbandonate a poco a poco per la concorrenza
di altri siti in cui la produzione era più abbondante e per
lo svilimento del prezzo dell'argento dopo la scoperta dell'America
(1492). A Pezzaze, tuttavia, dureranno ancora fino al XVI
secolo, mantenute attive dal Gonzaga con maestranze tedesche,
in seguito furono chiuse. (Storia di Brescia). Nella prima
metà del XVIII secolo nasce Giovanni Maria, figlio di Bortolo,
poi munifico benefattore col figlio Don Andrea, come già detto,
personaggi più volte citati nel corso della ricerca. Nel 1780,
l’11 di giugno, i pezzazesi consacrano la loro nuova chiesa
con l’intervento del vescovo Giovanni Nani anche se già vi
si ufficia dal 14 ottobre 1766. Il primo ad essere tumulato
nel nuovo tempio è un Piardi, il sacerdote Giovanni Antonio
(1699 – 1761), lo segue nella stessa dimora eterna Giacomo,
sacerdote l’11 aprile 1772. Nel 1783, il 30 aprile, dopo il
precedente disastro ambientale ed economico del 1772, Pezzaze
è nuovamente colpita dalle alluvioni. Tali sono i danni che
Venezia "si priva" delle entrate per un decennio, però non
di tutte (macina delli dacij), e tuttavia impone l’impegno
ai Pezzazesi affinché gli abitanti del paese provvedano a
riparare strade e ponti, edifici e ripristinino le miniere
e i medoli, pena la decadenza dell’indulto concesso dal Doge.
Il comune di Pezzaze, come quasi tutti quelli di Valtrompia,
vive dei dazi (dacij) riguardanti generalmente i mulini, le
osterie, le fornerie e le macellerie. Molti i Piardi che lavorano
i terreni prativi soggetti a sfalcio detti anche segaboli,
quali quelli, ad esempio, del Pio Istituto Bregoli od anche
del comune. Questi vivono, come si usava dire, del ricavato
dall’erbatico, quel diritto di fare erba nei demani pubblici.
I segaboli sono, come noto, praticelli nei boschi, tagliati
al fine di recuperare un po’ di erba, seppure magra. A Pezzaze,
come a Gussago, alcuni Piardi sono "medoler" in quanto, come
dice il termine, lavorano al medol, medolo, cava di pietra.
Tali sono Achille e Giovanni dei Runcù di Gussago, Achille
– Francesco è Piero de la Bianca, ma anche Giovan Maria dei
Mafé. Nella seconda metà del secolo XVIII rileviamo la presenza
di altri futuri noti pezzazesi Piardi. E’ in questo periodo,
infatti, che nascono: Andrea – Catanì (1765) e Bortolo – Catanì
(177_?). L’uno padre di Andrea (1799) ed il secondo, facoltoso
padre di Domenica nota come Biluna accasata ad un Viotti.
Della Biluna è nota la sua Presgial, polizza di dote al seguito
di ragazza da marito da parte della famiglia in uso in Val
Trompia ma in particolar modo a Pezzaze. Documento di grande
importanza e di sostegno economico finanziario per la ragazza
da marito. Vedi alla voce Presgial. Il 7 gennaio 1797 l’Italia
ha, finalmente, un’unica bandiera, il tricolore. Nel marzo
del 1805 Napoleone è Re d’Italia e lo sarà sino al 1815 quando
giungono gli austriaci i quali se ne andranno soltanto nel
1859. Nel 1806 Napoleone emana il noto editto, detto di "Saint
Cloud" relativo ai cimiteri con l’obbligo di seppellire i
morti in camposanti e non più in chiesa o nei pressi del tempio.
I Piardi di Pezzaze acquistano la tomba di famiglia (vedi
alla relativa voce del glossario). Trattasi della famiglia
di Andrea Catanì (1799) figlio di Andrea (1765). Andrea (1799)
diventerà, una volta trasferito a Gussago ove sposando Elisa
Ogna avrà otto figli, il capostipite dei Piardi gussaghesi
Catanì. Nel 1822 la Biluna si sposa con Pietro Viotti e i
loro discendenti sono detti Baöse, cugini dei Frole, dei Mastrì
e dei Faüstinì. I cospicui beni di Andrea Piardi (1799 - 1854)
lasciati a Pezzaze dopo il suo trasferimento a Gussago, oltre
a tutti i restanti in Gussago e Roncadelle, con l’intervento
in giudizio dei minori tutelati dalla madre Elisa Ogna vedova
di Andrea e della figlia Teodora Piardi sposata Cancarini
sono venduti, molti anni più tardi, ed alcuni vanno ai Bontacchio
ed altri ai Viotti (vedi), questi ultimi passandoli poi al
figlio sacerdote quale beneficio ecclesiastico. Vedi Presgial.
Nella relazione alla Curia vescovile di Brescia, a firma del
parroco Richetti per l’anno 1812 si legge: "nati n. 44, morti
n. 42, matrimoni n. 11, anime componenti la parrocchia sono
n. 907. Oltre a 12 presbiteri tra cui Don Andrea Piardi compresi
due chierici studenti". Per l’anno 1810, invece, redatto il
10 gennaio 1811, lo stato del clero è il seguente: 5 sacerdoti
tra cui, quale coadiutore, il citato Don Andrea Piardi e 6
chierici. Per lo stato d’anime l’esposizione è la seguente:
"nati n. 39, morti n. 29, matrimoni n. 9, anime viventi 938".(A.V.
Bs. b. 406 – Parrocchie). Nella relazione "stato del clero"
per l’anno 1842 a firma di Don Antonio Piardi parroco, inviata
alla Curia vescovile di Brescia relativa alla sua parrocchia
quale capo della Vicaria di Pezzaze, sono segnalati, quali
presenti: Antonio Piardi parroco, Vicario Foraneo e Angelo
Piardi Cappellano confessore.(A.V. Bs.). Nel 1850 si affaccia
alla vita Angelo dei Brine e con lui altri Piardi poi noti
personaggi, quali i figli della famiglia dei Mafé di Dendó
a partire dal capostipite Giovan Maria figlio di Maffeo (1845).
Nel 1854 muore a Gussago Andrea Catanì da Pezzaze lasciando
otto figli in tenera età, il primo ha solo dieci anni. Inizia
la parabola discendente dei Piardi Catanì gussaghesi. Nel
1869 si apre il Canale di Suez, con nuove prospettive per
i popoli e l’Italia che non ha mai pensato alle conquiste
coloniali improvvisamente cerca spazi. Infattti, le Camere
di Commercio, nello stesso anno scoprono di avere un urgente
bisogno di una stazione commerciale nel Mar Rosso. Nel 1882
si comincia a patire il "mal d’Africa" con la gola del Mar
Rosso, si parte pensando ad una semplice operazione commerciale
ed invece, nel 1887, a Dogali, molti figli italiani, anche
delle nostre valli bresciane, cadono in un’imboscata perendo
in 413 su 500. Nello stato del clero a firma di Don Bruni
parroco, per l’anno 1873, si evidenzia in Pezzaze la presenza
di: Piardi Giovan Battista, Maffina Giovan Battista, Turinelli
Gio. Battista, Viotti Giovan Battista per la chiesa di Avano.
(A.V. Bs.). Nel 1882 nasce Giacom di Pélès, figlio di Francesco
di Pélès, i Sertur, il quale sposando Angela Viotti avrà da
lei undici figli a partire da Francesco del 1904 e Faustino
del 1907 i quali avranno, purtroppo, vita breve. Giacom nel
1932 pensa di lasciare Pezzaze andando a dimorare, con la
famiglia, a Calcinato. Nel 1891, il 15 di maggio, il Papa
Leone XIII promulga l’enciclica sulla Questione sociale dal
titolo Rerum Novarum. Richiama l’uomo allo spirito di carità,
critica il liberismo economico imperniato sull’iniziativa
imprenditoriale in vista del guadagno prospettando, invece,
un nuovo ordine economico che possa ridurre le disuguaglianze
sociali e dare garanzie al lavoratore per un’equa partecipazione
al frutto del suo lavoro. Indirettamente l’enciclica, però,
costituisce anche una sanzione papale alle esperienze organizzative
dei cattolici in merito alle questioni sociali. Più tardi,
solo nel 1931, con la "Quadragesimo anno" Pio XI Papa Ratti,
avvierà la cosiddetta "Instaurazione dell’ordine sociale cristiano"
ma già incalzano i nuovi eventi bellici di conquista e di
guerra. Il mese di marzo del 1896 l’Italia accusa il nuovo
colpo della disfatta africana di Adua con un migliaio di morti
tra i soldati italiani, tutti alpini al comando del Colonnello
Davide Menini oltre a quelli tra le file degli artiglieri
da montagna, tra cui molti valtrumplini anche di origine pezzazese.
Cade il Governo Crispi ed arriva a comandare il Marchese di
Rudinì. Il nuovo Governo preoccupato dell’aumento precipitoso
delle attività sociali dei cattolici, i libri di storia infatti
danno per vivi 190 comitati diocesani, più di 4.000 comitati
parrocchiali, circa 700 casse rurali, quasi 900 società operaie,
oltre ad un migliaio di cooperative. Di ciò preoccupato Rudinì,
con una circolare del settembre 1897, raccomanda ai Prefetti
di sorvegliare attentamente le organizzazioni cattoliche e
di colpirle duramente in caso di "offesa" alle istituzioni
nazionali. Quando nel 1898 ci si appresta a festeggiare, il
15 maggio, l’anniversario della Rerum Novarum, Milano e l’Italia
sono scosse dall’assedio della città e dalla repressione armata
operati dal Generale Bava Beccaris con sparatorie sui dimostranti,
80 morti e 400 feriti, repressione che colpisce duramente
anche i cattolici, compresi Don Albertario e lo stesso Arcivescovo
Cardinal Andrea Ferrari, a Pezzaze il parroco Don Ghirardelli,
come risulta presso A. S. Dioces. Brescia, annota: "In parrocchia
la dottrina è frequentata da circa 800 persone, e si tiene
tutte le domeniche eccettuate cinque o sei feste principali
e per circa tre mesi all’anno in cui diminuiscono perché sono
assenti dal paese per lavori campestri". E relazionando su
chi e che cosa leggano i suoi parrocchiani così comunica al
Vescovo: "Vi è uno che ha la Provincia, uno la Sentinella,
n. 5 compreso il Comune associati al Cittadino, n. 2 al Frustino,
n. 1 alla Voce del Popolo, n. 2 alla Madre Cattolica". (A.V.Bs.).
Verso la fine dell’800 Pezzaze viene scoperto come luogo di
villeggiatura da famiglie bresciane e di altre province limitrofe
come Mantova, Cremona e Milano, vengono istituite colonie
estive. Nonostante tutto la decadenza economica di Pezzaze
determinata da diversi fattori, primo tra tutti la grande
crisi dell’attività mineraria, porta ad un lento e progressivo
spopolamento del paese favorendo l’emigrazione già avviatasi
all’inizio del XIX secolo e poi continuata verso la fine dello
stesso verso la pianura e le Americhe per continuare nel periodo
post bellico della prima ed anche della seconda guerra mondiale
ancora verso le Americhe specialmente quella del sud ma anche
in Australia. Nel marzo del 1998 sono circa un centinaio i
Piardi nella conca di Pezzaze. Per la storia di Pezzaze, nella
quale qui volutamente non ci inoltriamo, si veda alla voce
specifica del glossario. Molti sono i soprannomi con i quali
vengono contraddistinti i Piardi a secondo della famiglia
di appartenenza: Catanì, il principale e più antico; Bonasì
o Bonassini; indi Cansonète con Raimondo; ma anche Mafé; Brine
con Chei de’ Castegnacol; Late già noti come Fresche; Valì
già conosciuti come Fraca; Pélès, imparentati coi Brine, coi
Sertur e i Codese; e tanti altri per i quali rinviamo alla
voce Brine del glossario ed al capitolo Piardi nati a Pezzaze
- Genealogia. Col Patto Colonico del 4 maggio 1919 vengono
istituiti da parte della cattedra ambulante dell’agricoltura
alcuni corsi a favore di conduttori di fondi agricoli. Infatti
molti pezzazesi, tra cui alcuni Piardi, vengono inviati negli
anni successivi al Corso di Albericoltura che si tiene a Tavernole.
Qualcuno attribuisce, non vi è però certezza, l’inizio della
fine economica dei Piardi conseguente l’attività patriottica
di Giovanni Battista Piardi (1813), veterinario. A questo
più noto componente della famiglia Piardi, dedichiamo qui
un particolare spazio rinviando al glossario per la completezza
della storia della sua vita. Giovanni Battista, possidente
nel territorio di Pezzaze – Stravignino è patriota combattente
del tempo risorgimentale. Per il suo impegno in ostilità al
Governo austro–ungarico dominante all'epoca nel lombardo -
veneto fu arrestato ed incarcerato allo Spielberg. (vedi alla
voce del glossario). Da testimonianze da tempo raccolte tra
alcuni appartenenti al casato abitanti a Pezzaze e in Brescia
risulta che "il Giovanni Battista finanziava la rivolta contro
gli austriaci utilizzando parte dei proventi derivanti dall'attività
della famiglia e dalle tenute agroforestali in possesso sulle
quali pascolavano centinaia di capi di bestiame. Infatti,
il Governo austriaco pensò bene di provvedere alla confisca
dell'intero patrimonio comprendendovi anche i capi di bestiame".
Giovanni Battista è della famiglia che poi andò a dimorare
a Gussago, Rodengo e Saiano, i Catanì. Catanì sono detti i
Piardi di Gussago, provenienti da Pezzaze, lo affermano i
gemelli Giuseppe e Pietro figli di Achille Domenico Piardi,
nati il 4 Agosto 1906 a Gussago, ma soprattutto Achille figlio
di Luigi di Runcù del fu Enrico Catanì, il quale asserisce
che il capostipite dei Piardi a Gussago è un Catanì, precisamente
Andrea da Pezzaze, arrivatovi nel 1830 (1832) con dimora iniziale
nella villa, con casa colonica, di via Stretta, la quale occupa
un intero isolato e poi in altre case della frazione Piedeldosso
alla Manica di Gussago anche secondo altra documentazione
storica. Le case sono tuttora esistenti, con nemmeno eccessive
trasformazioni o restauri conservativi, così come si usa dire.
Vedi il capitolo I Piardi a Gussago e alle voci specifiche
del glossario. Nel 1850 si verifica una nuova alluvione. Tuttavia
non sono tanto le alluvioni o altre peripezie a pesare sul
paese quanto l’inarrestabile crisi mineraria e siderurgica
con conseguenti gravi disagi economici per la povera gente,
tali da provocare uno dei primi scioperi che la storia bresciana
registri. A tal punto che nel 1859 il parroco Don Antonio
Piardi riferisce al vescovo di "150 persone che impediscono
a 4 antesignani crumiri di lavorare" cui, su pressioni varie,
seguono ben otto arresti. Ancora oggi in paese rimane forte
l’eco della partecipazione nel periodo 1820 – 1869 alle azioni
della carboneria, nonché degli stessi pezzazesi alla Giovine
Italia, alle guerre d’indipendenza ed alla X giornate di Brescia.
Non esclusi i Piardi. Infatti, questi figli, sono per le valli
a guerreggiare anche con Garibaldi contro gli austriaci. Vedi
alla voce Garibaldini e Gio.Maria Piardi. Alla fine del XIX
secolo alcuni Brine emigrano in Valtellina e poi a Como ma
anche in Svizzera. Nel giugno del 1900 viene battezzato Maffeo
Piardi dei Mafé, padre di Milo, anche lui futuro carabiniere,
come diversi altri Piardi, alcuni dei quali anche in polizia.
Il 5 gennaio del 1905 nasce a Mondaro Teodoro Piardi dei Cansonète.
Famiglia numerosa è quella di Doro, come lo chiamano a Pezzaze,
infatti lui stesso racconta: "La numerosa famiglia era composta
da ben quattordici persone: padre, madre, fratelli e sorelle,
zio Enrico (vedovo), cugino Giulio, zio Don Antonio direttore
dell’Istituto Pavoni di Brescia. Mio padre e lo zio Enrico
erano dei provetti falegnami, ma dovevano provvedere anche
con mio fratello Giuseppe e l’aiuto saltuario di braccianti
del luogo, alla condotta di alcuni fondi, mentre i fratelli
Battista (falegname) e Andrea (pittore decoratore) e il cugino
Giulio erano alle armi in guerra 15/18. Io, ultimo della famiglia
desideravo studiare e mio padre e lo zio Don Antonio erano
ben disposti, ma la guerra e dopo tante sofferenze, la morte
del babbo, fecero crollare tutti i miei sogni. Nonostante
la mia giovane età, con poco entusiasmo, dovevo invece partecipare
ai vari lavori agricoli, particolarmente in montagna dove
mio fratello Giuseppe provvedeva alla custodia di alcune mucche.
In autunno, poi, aiutavo lo zio Enrico al roccolo nella cattura
degli uccelli. Mi piaceva molto leggere i tanti libri dei
miei fratelli più grandi e mi esercitavo a scrivere. Nell’autunno
del ’18 tutta la famiglia è colpita dall’influenza conosciuta
come "spagnola" che causò molti decessi in paese. (…)". Per
un bel spaccato di vita di una famiglia Piardi a Pezzaze vedi
alla voce Teodoro Piardi (1905). Nel 1914 scoppia la I guerra
mondiale, l’Italia entra in belligeranza nel 1915. A Pezzaze
funziona il Comitato di Soccorso per la Guerra con lo scopo
di tenere la corrispondenza tra i soldati al fronte e le rispettive
famiglie poiché molti richiedevano aiuto per leggere e scrivere
lettere. Accudire i bambini delle donne che, in mancanza dei
mariti impegnati al fronte, dovevano lavorare la terra, seguire
i bambini più grandi nei compiti. Sostenere moralmente i familiari
che perdevano, in guerra, loro figli o fratelli e preoccupandosi
anche dell’annuncio della triste notizia prima dell’avviso
telegrafico del Governo. Gli uomini, anche se non più ragazzi,
magari già sposati e con figli, vanno alla guerra. Così tra
i Piardi di Pezzaze quanto tra quelli di Gussago. In questo
periodo (1915/18) sei fratelli Brine vengono contemporaneamente
arruolati ed avviati tutti al fronte. Così come, negli anni
trenta/quaranta: Andrea dei Pélès che partecipa alla Campagna
d’Africa, Giacomo, suo fratello, in Russia e Battista prigioniero
in Tunisia, nonché Antonio al fronte; Giuseppe e Faustino
dei Mafé e altri sul Don. Qui emerge la figura di Maria (1902)
dei Mafé. Di martiri è, poi, l’impegno dei Piardi durante
la Resistenza. Negli anni dal 1920 al 1930 i Ciong, i Pélès
e alcuni altri elementi di famiglie Piardi emigrano chi nella
bassa bresciana, in pianura, chi nel mantovano, chi ancora
a Brescia città o a Lumezzane come i Codése e chi all’estero
(de la Costa, Brine ed altri). A Pezzaze, fin dal 1930, qualcuno
annota: "la decadenza economica è in forte aumento, origina
un lento progressivo spopolamento dei nostri paesi (…). Colonie
di braccianti e di superbi minatori si disperdono nelle Americhe
(…)" vedi Ermenegildo Piardi. Molti Piardi emigrati stagionali
od anche annuali e poi in forma definitiva vanno a lavorare
"in galleria" nei grandi trafori alpini. Attorno a questi
lavoratori nascono, con essi stessi, i canti, quali tipiche
espressioni di queste talpe umane. "Ai dis che i minatori
son lingéri" recita la canzone ma è l’orgogliosa affermazione
della "diversità del minatore". Sono stati "lingeri", se così
vogliamo accordare credito alla canzone, i figli dei Brine,
dei Pélès e dei Mafé. Magnifico interprete di questi canti
è "La famiglia Bregoli". Ed il costume indossato dai Piardi?
Secondo recenti testimonianze che fanno riferimento a notizie
tramandate da generazioni, sarebbe stato tipicamente siciliano.
L’uomo vestirebbe camicione ampio bianco con fascia in vita
girata più volte, pantaloni di color scuro, tipo velluto.
La donna vestirebbe gonna a pieghe fissate solo in vita, un
corpetto attillato di tela fatta in casa che segnava la vita.
(Vedi alla voce Pezzaze – Costume dei Piardi a ..). Nella
patria dei Piardi pezzazesi qualcuno ricorda si solesse udire
uno dei più noti detti o modi di dire dei bresciani, ovviamente
con ostentazione e prosopopea, "i finirà i balocc ‘n dè la
Mela, ma mia i solcc ‘n dè la me scarsèla!". (Ai fenesarà
i balocc ‘n da Mela, ma mia i solcc ‘n da me scarsèla!). E’
andata a finire proprio così? Sarà stato questo un Piardi?
I più sanguigni sembrano far eco con l’altro detto che mette
a nudo le situazioni: "Òcio, chè i coió…di ca e i solcc di
poarecc iè i prim chè sé èt!". Qualcuno, durante la ricerca,
mi ha fatto notare che sarebbe stato utile "nella storia"
far risaltare questo concetto: "Ai Piardi, avviati sulla strada
per essere dinastia mancò quel pizzico di fortuna che notoriamente
non sorride ne ai troppo buoni ne a coloro che non si allineano
supinamente". Infatti, come recita un antico adagio bresciano:
"a esèr trop bu sé pasa a dè bò!". (Chi è troppo buono è chiamato
a portare anche i pesi degli altri, e non solo quelli …).
Piace rammentare il modo col quale vengono ricordati, ancora
oggi i Piardi: "buna det". Gente che ha saputo fare partecipi
delle proprie fortune economiche anche gli altri secondo l’insegnamento
che ci viene dalla lettera di San Paolo ai Corinzi sulla carità.
Basti pensare alle volontà espresse in vita da Giovan Maria
di Bortolo e da Andrea Sacerdote suo figlio, da Bortolo Catanì,
da Andrea Catanì, da Annunciata sposata Viotti, da Diaregina
e da altri.
La carità è il vincolo della perfezione.
top
I PIARDI A GUSSAGO 1830-32
La storia ci dice che dal 1426 sino al 1797 tutto il territorio
bresciano passa dal dominio dei Visconti di Milano al Governo
della Repubblica di Venezia, tranne che dal 1509 al 1516,
quando fu dominio dei francesi agli ordini di Gastone de Foix.
Della famiglia Piardi non vi è traccia a Gussago nel corso
delle lotte tra le famiglie nobili residenti occorse nei secoli
dal XIV al XVIII. I Richiedei, nella persona del nobile e
mecenate Paolo Richiedei, sono presenti dal XVII secolo, provenienti
da Lavone di Pezzaze. Li troviamo già possidenti nel corso
di questo secolo e, per quanto ci riguarda, troviamo che circa
nel 1638 un Richiedei sposa Laura Trebeschi da Gussago, più
avanti, infatti, anche alcuni Piardi si accasano con ragazze
di questa Famiglia. I Piardi vi giungono poco più tardi. Infatti,
ancora nel 1852, come risulta da documenti esistenti presso
l'Archivio di Stato di Brescia, la famiglia Piardi è largamente
proprietaria in Gussago di fondi agricoli coltivati, di case
patrizie e coloniche tra cui quella più ampia ubicata tra
le vie Stretta e Larga, come dai mappali nn. 1526-1580 con
schizzo planimetrico datato: Gussago 25 maggio 1852 e quella
colonica di via Manica. Così come risulta al numero di mappa
1573 del vecchio catasto. Di questa casa esiste un abbozzo
di pianta del 1852 custodito presso l'Archivio di Stato di
Brescia a seguito di proprietà caduta in successione (Eredi
Tosini e Brozzoni). Gussago è sotto il Governo provvisorio
bresciano per nove mesi del 1797; dipende dalla Repubblica
Cisalpina dal 1797 al 1802; della Repubblica Italiana dal
1802 al 1805; del Regno d'Italia dal 1805 al 1815 e sotto
gli austriaci dal 1815 al 1859 ed infine dal 12 giugno 1859
è annesso al Regno di Sardegna. Fra la fine del 1700 e l'inizio
del 1800 si nota in Gussago un forte incremento di famiglie,
evidenza di un risorgere delle attività in un periodo di tranquillità
socio- economica, molte sono, infatti, le famiglie che arrivano
dalle valli circostanti, in particolare dalla Val Trompia.
Bisogna, però, ricordare che molti possidenti avevano già
domicilio a Gussago pur non comparendo nei registri anagrafici
parrocchiali. Molti capifamiglia, infatti, vi avevano soggiornato
in precedenza per motivi connessi all'attività agricola, almeno
in forma stagionale. Era tradizione, infatti, che ogni anno,
dopo la Madonna Assunta di agosto, in valle cominciassero
i preparativi per la partenza verso la pianura bresciana.
Caricata ogni cosa, utensili, fagotti e bisacce, su carretti,
sistemati i basti sulle bestie da soma, i malghesi della Val
Trompia, della Valtellina, della Valle Camonica e di altre
valli minori, raggiungessero con le famiglie le cascine delle
località di pianura. In queste zone agricole trovavano fieno
per nutrire, durante l'intero inverno, il prezioso bestiame,
da cui traevano forza di lavoro, carne, pellame, ossi, oltre
a latte per i figli e pronto letame, utili quanto indispensabili
fonti di scambio e di sopravvivenza. Il grande spettacolo
delle corpose mandrie di bovini e delle greggi di armenti
che si spostavano lungo i margini dei campi, su strade o capezzagne
dell'intera Franciacorta o sulla strada tra la pianura e le
località montane detta "bià", come i "bergamini" solevano
definire il cammino da compiere in transumanza, caratterizzò
certamente il paesaggio del nostro Gussago per secoli, ad
ogni ritorno d'autunno e ad ogni primavera. (R. Faroni). Potremmo
immaginare così Gussago, ma anche Pezzaze, all'andata o al
ritorno unendovi lo scampanio di campanacci e sonagli, muggiti
e belati, abbaiare di cani, odore di stalle e richiami di
malghesi. La casa Piardi di via Stretta, successivamente nota
come Villa Calini, si trova da sempre in esatta corrispondenza
con il vicolo del Canale, che corre tra due lunghe muraglie,
proveniente dal centro e dalla frazione Palazzina, un tempo
conosciuta come "Canton de Gere", vicolo che prima che si
provvedesse in questo secolo all'apertura della "via Nöa",
ora Martiri della Libertà, era l'unica strada di accesso,
guadando il torrente La Canale, tramite appunto la via Stretta,
per la Pieve Vecchia di Santa Maria Assunta a Piè del Dosso
ed inoltre transito utile per la Forcella che porta a S. Vigilio
di Valle Trompia. Dirimpettaia della casa Piardi di via Stretta
è l'altrettanto bella ed antica casa Tomasini, che si presenta
con un lussuoso portale in pietra, posta, appunto, tra la
citata via, il torrente La Canale ed il menzionato vicolo.
Il primo dei Piardi a dimorare a Gussago è Andrea proveniente
da Pezzaze probabilmente nel 1830/32, verso la fine del mandato
del Parroco, Prevosto, Giovanni Antonio Dusi di Ono e l'inizio
pastorale di Domenico Lavagnini di Cigole, Prevosto dal 10
dicembre 1836 all'8 maggio 1848. Inizialmente, forse, il primo
dei Piardi ha abitato anche a Rodengo, oltre che a Gussago,
visto che nel 1842 l'Andrea Piardi è in grado di donare alla
Cappellania di Padergnone, poi Parrocchia di S. Rocco, una
casa con brolo per farvi risiedere il secondo Cappellano.
Non è dato sapere l'esatta motivazione della decisione di
scendere a Gussago, si crede, tuttavia, non sia stata una
vera, libera, scelta quella di emigrare in un paese della
Franciacorta. Un paese ben diverso da Pezzaze con un agricoltura
spiccatamente diversa a carattere vitivinicolo e frutticolo
di pesche e ciliege inesistente nella località triumplina.
Inoltre a Gussago sono presenti, già da secoli, molte figure
di nobili quali: Averoldi, Boni, Sala e Caprioli, oltre a
famiglie facoltose che rispondono ai cognomi Bonomi, Gasparetti,
Resconi, Terzi, le quali si spartivano il territorio gussaghese,
a cominciare da quello dei boschi delle circostanti colline.
Nel 1850 il valore d'estimo della plaga di Gussago ammontava
a 259.733,11 scudi. Nel 1805 gli abitanti di Gussago sono
poco più di tremila ed in questo inizio secolo XIX notevole
importanza ha nella vita economica del centro franciacortino
l’industria serica con le sue belle ed imponenti filande.
Si contano in questo stesso periodo sette calzolai, molti
fabbri ferrai e maniscalchi nonché dieci sarti. Nel 1812 sono
registrati ben diciassette proprietari di "torchi venali"
cioè con anche il servizio per conto terzi. (R. Faroni). Nel
1820 vengono segnalati, ancora, nove falegnami e molti sarti,
otto calzolai, tra cui quelli della famiglia Angeli e ben
ventinove sono i possessori di torchi venali di vino e tredici
sarti, tra questi si nota Chiara Viotti Montini. Nel 1830
almeno dieci falegnami, anche un Cancarini, tredici sarti
e nove calzolai, sei filande di seta, diversi i capimastri
e gli imprenditori per costruzione e manutenzione stradale,
otto mugnai tra i quali spiccano i Codenotti tra i cinque
di Navezze. Pochi i produttori di paste, ancora si sazia la
fame, come era comune uso, con la polenta di granoturco, nonostante
il continuo manifestarsi di evidenti fenomeni pellagrosi.
(R. Faroni). Più tardi, nel 1841, i Piardi sono già stabiliti
a Gussago, vi sono le seguenti attività imprenditoriali: dodici
falegnami, quattro maniscalchi, due fabbri ferrai, tre calzolai,
cinque barbieri, un macellaio, due prestinari, tre pastai,
tra cui un Angelo Ferraglio, e ben cinque mulini tutti ubicati
sulla seriola detta Serioletta a Navezze, la valle dei Piardi.
Circa quindici anni prima (1816 - 1817) che giungessero a
Gussago i Piardi, si legge in alcuni testi, vi sia stata una
terribile carestia, anni in cui è parroco di Ronco di Gussago
Don Giobatta Casari, originario di Sale di Gussago anche se
nato a Travagliato, rimanendovi fino al gennaio del 1853.
(da Rinetta Faroni – Ronco di Gussago, Frammenti di storia
– Ed. Fondazione Civiltà Bresciana). Nello stesso periodo
è parroco della più estesa parrocchia gussaghese di Santa
Maria Assunta, ove i Piardi sono fedeli, come detto, Giovanni
Antonio Dusi da Ono (1807-1836). Poco più tardi vi giungono
i Piardi quando sono ancora vivi nel ricordo della comunità
gussaghese la povertà, le malattie assai diffuse unite ad
annate agricole assai sfavorevoli; gente, insomma, che conduceva
una vita abbastanza difficile ed alla quale si contrapponeva
il dominio su di essa di alcune grosse famiglie. Altri testi
ancora documentano la carestia del 1829: potrebbe essere la
molla che fa partire da Pezzaze, per Gussago, Andrea Catanì
(1799). Quando a Milano lo studente di medicina veterinaria
Giovanni Battista Piardi (Pezzaze 1812 – Rovato 1866) della
famiglia dei Catanì, nell’agosto del 1833 è arrestato in quanto
aderente alla "Giovine Italia" di Giuseppe Mazzini, i discendenti
appartenenti alla sua stessa famiglia sono già a Gussago ed
a Rodengo. Nel 1833, il 10 giugno, muore nella sua casa di
Gussago Don Andrea Piardi da Pezzaze, possidente e benefattore.
Andrea Piardi Catanì è già titolare della tomba di famiglia
al cimitero Vantiniano di Brescia. Nel 1836, quando i Piardi
sono a Gussago solo da quattro o cinque anni, si deve registrare
lo scoppio del morbo del colera, epidemia che si ripeterà,
successivamente, anche nell'estate del 1855. Dalla manifestazione
colerosa del luglio/agosto del 1836, diffusasi anche in città
di Brescia, prenderà lo spunto Paola di Rosa per svolgere
la sua opera di soccorso alle popolazioni la quale, con delle
compagne, che sarebbero diventate successivamente le Ancelle
della Carità, appartenenti alla Congregazione fondata dalla
stessa Paola, nota poi col nome di Santa Maria Crocifissa
di Rosa. (R.F.). A Gussago, soprattutto in alcune frazioni,
in particolare quella di Ronco, sono presenti, già da prima
del 1810, alcuni valtrumplini quali, ad esempio, Andrea Mazzelli,
originario di Bovegno e sposo di una pezzazese, certa Teresa
Berlandis. Il Mazzelli era a Ronco quale fabbriciere del Parroco
Don Casari. Successivamente, Don Giuseppe Mazzelli, figlio
di Andrea, reggerà la Parrocchia di Ronco dal 1853 al 1883,
e risulta essere approfondito conoscitore della località di
Pezzaze per essere stato in precedenza Parroco di Lavone di
Pezzaze. (R. Faroni). Nel 1836 Gussago è colpita, come detto,
dal colera sviluppatosi nel mese di luglio con evoluzione
conclusiva nella seconda metà di agosto. La causa è dovuta
alla contaminazione dell’acqua e da alimenti toccati con mani
sporche. Nel 1852 Gussago è segnato da una forte crisi economica
e l’elenco delle attività artigianali ne dà un chiaro quadro:
solo due le filande, un solo impresario quale manutentore
stradale, pochi i sarti. Questo è l’anno nel quale si manifesta
il male del baco da seta detto "Pedrina" con lo sconvolgimento
della sericoltura in cui sono impegnati anche alcuni Piardi,
qui come a Rodengo. E’ l’anno in cui si hanno segni evidenti
dell’impoverimento dei Piardi. Nel 1860 vi è una sola filanda,
quella sita nello stabile di via Stretta, proprio di fronte
alla casa dei Piardi Catanì, un solo maniscalco, due fornai,
due pastai e sei mugnai, quasi tutti ancora a Navezze. (Rinetta
Faroni – Saggi nel proprio mestiere – Artigiani di Gussago
– Ed. Compagnia della Stampa – anno 1998). Nel 1867 s | | |