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Questo sito nasce da un'idea di Achille Piardi, il quale dopo anni di ricerche e dopo aver redatto una prima versione della biografia sulla Famiglia Piardi è alla costante ricerca di nuove informazioni... se anche tu sei un Piardi... continua a navigare tra queste pagine!!!


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 INDICE:  VOLUME I >  VOLUME I I  >  VOLUME I I I  



Chiunque fosse interessato all'Opera (Volume I - II) può contattare il Comitato I PIARDI via S. Rocco 19 25060 Pezzaze - Stravignino - Tel. Carla Piardi 030.920388 - oppure via mail: info@piardi.org ed anche carla352@libero.it



VOLUME I

1. presentazione

2. introduzione

3. Origine e significato del cognome "I Piardi"

4. Piardi - Conte Palatino

5. I Piardi a Pezzaze

6. I Piardi a Gussago 1830-1832

7. I Piardi della terra mantovana

8. Glossario


PRESENTAZIONE

Da tempo andavo raccogliendo annotazioni su personaggi bresciani appartenuti all'antico casato dei Piardi, sulle loro famiglie, sui loro palazzi, notizie che reperivo nel corso di ricerche, studi, interviste e testimonianze ma anche e soprattutto nel corso delle ordinarie conversazioni con i non più giovani. Note che a mano a mano hanno riempito diversi fogli, che ogni tanto aggiornavo, completavo ed integravo. E nel tempo che il lavoro di ricerca proseguiva, e questi personaggi mi diventavano sempre più famigliari, non ho potuto fare altro che pensare a quell’ovvia affermazione di Trilussa (Carlo Alberto Salustri 1873-1950, poeta romanesco).
Ma certo, i personaggi delle famiglie Piardi e di quelle con loro imparentate che hanno lasciato i loro nomi ad alcune case, cascine e vie, il loro stemma sui portali, pur se la conoscenza delle loro esistenze è "retaggio" di studiosi, sono stati un giorno uomini veri, con le loro vicissitudini quotidiane, non sempre passate alla storia anche se avrebbero sicuramente meritato.
Assieme ai Piardi ho trovato qualcosa anche delle famiglie con loro imparentate; famiglie originarie del luogo o provenienti da tante parti d'Italia ed alcune dall'estero, di formazione antica o recente, che nel lungo e lento scorrere degli anni hanno dato personaggi più o meno famosi, alcuni celebri, più o meno integerrimi, alla storia sia locale sia nazionale.
Addirittura qualche personaggio ha avuto ruoli d’importanza anche all'estero, sia al servizio di stranieri, sia come incaricati di Stati italiani, anticipatori di quella genialità ed intraprendenza che è caratteristica della gente lombarda, bresciana, bergamasca e mantovana in particolare. E con la fama del loro nome, penso, sarà arrivata anche la fama del loro luogo natale, e ci fa piacere pensare che il nome di qualche paese bresciano, in particolare Gussago e Pezzaze, ma anche Bergamo, Brescia, Venezia, Verona, Mantova, quanto: Cizzolo, Viadana, Sabbioneta e Pomponesco, sia risuonato in quelle corti europee o nei salotti di capitali importanti, ammantato dal ricordo del dolce sole, delle colline, delle montagne e dei vigneti nonché delle estese pianure e Piarde mantovane.
Altri Piardi invece sono citati solo momentaneamente forse casualmente in qualche documento, per poi ritornare nel nulla.
Anche le famiglie hanno seguito destini diversi: alcune sono estinte, di altre sopravvive il nome in alcuni eredi sparsi, altre hanno continuato vigorose a fornire nomi di spicco nella storia, nella politica, nell'arte, nella chiesa. Molti sono, infatti, i sacerdoti d’origine pezzazese dal cognome Piardi, ma anche da Gussago. Così dicasi anche da parte d’alcuni figli dei casati con i Piardi imparentati.
Questa ricerca non vuole essere uno studio approfondito sui motivi di questi diversi destini, né si assume il compito di distinguere quelle maggiori da quelle minori, concetto questo antistorico, dato che, come detto, tutte le famiglie hanno portato il loro contributo allo svolgersi della storia nel corso di almeno cinque secoli.
Di alcune delle circa trecento e più famiglie legate ai Piardi si dirà poco, in proporzione alla loro importanza, tale da meritare volumi, di altre sarà solamente un riportarle fuori dall'oblio del tempo.
Ricerca che non vuole essere considerata terminata, nemmeno fine a se stessa, ma stimolo per ulteriore ricerca atta ad ampliare e completare le notizie riportate.
Il lavoro in fase di ricerca è parso interessante a molti intervistati, ciò mi è stato di stimolo a proseguire nell'ardua impresa. L’idea nacque la sera dell’antivigilia di Natale del 1977, in Barcala di Benegas – Godoy Cruz zona del Gran Mendoza – Argentina, in casa dei coniugi gussaghesi Isabella Palmira e Pietro Piardi, miei zii, nativi di Gussago.
Zia Isabella incominciò a dar corso, quasi improvvisamente, alla elencazione della parentela Piardi, così come ebbe a conoscerla dopo il matrimonio con Pietro e l’arrivo in famiglia presso il suocero Achille Domenico, oltre a quella delle famiglie legate ai Piardi stessi. Fu necessario, da parte mia, dopo il primo minuto di conversazione, prendere appunti, cosa che feci immediatamente utilizzando l’angolo di una pagina di un giornale locale che ancora conservo. Poi si resero indispensabili altri fogli.
Da quel giorno cominciò a prendere consistenza l’idea di mettere assieme gli appunti di inserirmi nelle celate conoscenze dei parenti gussaghesi ed in quelle di altri longevi ancora in grado di raccontare e di farmi partecipe di uno spaccato di vita gussaghese.
Pensavo, però, all’origine, alla provenienza dei Piardi dimoranti a Gussago che da sempre conoscevo essere oriundi di Pezzaze.
L’avviso alle famiglie di Gussago di questa mia intenzione innescò un felice meccanismo tale che in breve tempo ottenni notizie inerenti anche i Piardi residenti a Milano ed in altre province, oltre, ripeto, a quelli di Pezzaze e di Brescia, questi ultimi tutti originari di Pedade.
Il timido annuncio dell’idea che coltivavo inviato a Giacomo Osvaldo di Brescia, mercè la segnalazione calorosa fattami dall’amico Sergio Della Torre, valtrumplino e collega di Giacomo Osvaldo, dallo stesso subito calorosamente accolto e la diffusione dell’avviso, magari rinnovato nel tempo per più volte, ha alimentato la fiammella trasformandola in un grande falò. Notizie che così hanno iniziato ad arrivare da ciascun "Crot", ragazzo imberbe, di una volta, come si diceva un tempo a Pezzaze.
Vinta la iniziale diffidenza degli schivi pezzazesi, soprattutto da quando cominciai a recarmi nella conca dei Piardi ai piedi del Guglielmo, del Pergua e del Monte di Mondaro sotto il vecchio ed il nuovo tempio di Sant’Apollonio Vescovo, sono stato, potrei dire, quasi travolto dall’idea soprattutto quando ho potuto parlare con alcuni di essi, in particolar modo con Faustino Secondo Viotti, el Secondo per chei de Pesase, di Rita, di Carla figlia di Milo e di altri.
Qualche mese dopo Rita mi confessa che quando mi presentai per la prima volta sulla porta della sua bottega, salutando, ebbe la netta sensazione che l’avventore fosse suo zio Faustino - Bortolo dei Mafé, padre di Don Gian Piero di Susa. Infatti, continua Rita, dissi dentro di me, ghè che ‘l dio Burtul!
La somiglianza, alla luce delle fotografie di entrambi scattate in gioventù, è eloquente.
Sono stato a visitare anche moltissimi dei luoghi mantovani da dove vengono i Piardi del Piardo nativi delle vecchie terre golenali del Po a partire da quelle di Pomponesco e da quelle di espansione di Cizzolo di Viadana nonché di Sabbioneta e di quelle dell’Oltrepo a Gualtieri. Da qui e da Milano, in particolare dall’Ing. Paolo, sono giunti dati, notizie ed incoraggiamenti.
I ricordi del passato, anche quello lontano, tramandati oralmente di padre in figlio, arricchiscono di continuo la memoria collettiva, permeando gli animi e contribuendo, in tanti casi, a improntare, in un modo piuttosto che in un altro, i rapporti tra i membri di una comunità. E’ perciò con immenso, impensabile piacere che mi sono recato ogniddove ad ascoltare, a raccogliere testimonianze da Achille e Rico dei Runcù, da Giulia e Maria Marietta, da Secondo un infinità di volte e sempre con maggior piacere ed interesse e da tanti altri i quali sapevano dei Piardi e sui Piardi e con essi le interviste sono avvenute in schietto dialetto dè Güsac o dè Pedade.
Il lettore giudicherà scolastico, anche un po’ confuso, il modo col quale questa ricerca viene presentata e magari con errori.
Un po’ di verità in tutto ciò può esserci, tuttavia, sottolineo, che si tratta di appunti, pertanto, da riordinare.
Con l’aiuto della memoria collettiva e di documenti pubblici e privati ho inteso ricercare la traccia lasciata dai Piardi e dalle famiglie con essi imparentate.
Ho annotato, anche, evidenziandoli, il succedersi degli avvenimenti nazionali certamente non ininfluenti all’evolversi della vita nazionale con ricaduta più o meno evidente anche sulla crescita dei Piardi del Mantovano, del Bergamasco, dei Pezzazesi e di quelli di Gussago. Così che, per aiutare il lettore, ho, in I Piardi a Pezzaze, a Gussago e della terra mantovana delle piarde, proposto una lieve traccia di sentiero di vita, magari soffertamente, ma serenamente vissuta.
Spero, anche, mi venga in soccorso il noto aneddotto relativo ad uno spirito pionieristico scoraggiato dalle frequenti critiche in aiuto del quale giunge il maestro per dirgli: "Ascolta le parole del critico, egli rivela ciò che i tuoi amici ti nascondono". Ma il maestro, ancora: "Non lasciarti abbattere da ciò che il critico dice. Nessuna statua è mai stata eretta per onorare un critico. Le statue sono per i criticati".
Rammento che non solo non sono uno storico, e nemmeno posseggo cognizioni di paleografia o di archivistica storica, nemmeno ho conoscenze in rogazione antica di atti.
Son semplicemente un ex studente lavoratore. Sono stato un impiegato, uno dei tanti vituperati, molte volte a torto, servitori dello Stato, frequentemente lasciati a sé stessi affinché gli organi di informazione abbiano schiene su cui battere la sferza tra gli applausi delle sprovvedute genti.
Quando pensavo di terminare il lavoro di ricerca sono stato amabilmente ricevuto, cordialmente intrattenuto, da Monsignor Masetti Zannini e poi dallo stesso amorevolmente seguito nella ricerca e nella lettura dei documenti custoditi dall’Archivio Storico Diocesano di Brescia. Quelli del XVI secolo della parrocchia di Lavone e di quelli risalenti al 1492 per Pezzaze. Documentazione molto pertinente alla vita dei Piardi. Si riscontreranno diverse affermazioni o detti e modi di dire dialettali bresciani, molti nemmeno tradotti per non privarli di pregnanza bresciana (valtrumplino – pezzazese o gussaghese) risultando perciò quasi incomprensibili a coloro che non sono nati nella provincia della Leonessa d’Italia, pazienza. Il bresciano è così, un po’ ostico, del resto lo stesso Dante Aligheri ebbe modo di giudicarlo "yrsutum et yspidum" e non vi ho messo impegno per smentirlo.
Concludendo, questa ricerca potrà essere rivisitata e riproposta, anche con altra veste, corretta ed aggiornata, non appena ci sarà stato consentito l’accesso agli archivi parrocchiali di Pezzaze e di Gussago ed a quello storico del comune valtrumplino patria dei Piardi ed anche quando altri Piardi, mantovani e reggiani, valtrumplini e gussaghesi e della bassa bresciana mi avranno mandato, ancora, notizie in loro possesso e mi chiederanno di entrare in casa loro per un colloquio. Quando sarà terminato l’esame dei documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Brescia. Spero di essere riuscito nell’intento di mettere assieme alcune piccole tessere tese alla ricomposizione umana del grande e multicolore mosaico delle famiglie del casato Piardi.
Mi piace, a questo punto, concedere spazio, uno per tutti, all’incitamento ricevuto da una donna, prendendo a prestito le sue precise parole: "Ghè tègne prope chè ‘l naghe ‘n nacc co la storia perché sé pasa amò ventiquatrure ‘n sa piö negot dè nüsù!" (Rita, figlia di Maria Piardi dei Mafé). Credo di aver esaudito il desiderio di Rita, con questa dispensa per uso famiglia.
Potrei terminare ed infatti è così.
Il lettore che non si è annoiato può passare alla successiva
introduzione completamento della presente.
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INTRODUZIONE

La ricerca e l'origine del Casato, non si riferisce alla ricerca genealogica né costituisce attribuzioni parentali con cognomi omonimi la quale comporta ricerche e documentazioni anagrafiche, ma alla ricerca del Casato nel senso Araldico, quella cioè che racconta le gesta, la gloria, il valore, la nobiltà e gli stemmi delle famiglie riconducibili alla stessa radice cognominale. Per luogo d'origine della famiglia deve intendersi genericamente, salvo rare eccezioni, non la provenienza genealogica, bensì il luogo storico dove ebbe origine la titolatura nobiliare.
Questo è ciò che si è tentato di fare nel corso di questa ricerca e comunque si è creduto opportuno annotare, ove disponibili, notizie inerenti i casati con i quali i Piardi sono venuti ad imparentarsi.
Quanto sopra detto rimane fermo, tuttavia evidenziamo che qui nella ricerca si è tentato di rintracciare tutto quanto è stato possibile sul casato Piardi, sui parenti e gli affini proprio a dimostrazione che i Piardi delle Piarde mantovane, delle montagne valtrumpline, dei bergamaschi al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia e dei vignaioli gussaghesi sono stati, sempre, determinati ed alcune volte determinanti, seppur con alti e bassi nel loro ambiente naturale di vita.
Gente apparentemente irascibile, "biluss" in dialetto bresciano, ma pronta, perspicace, lungimirante, attiva, sul piano individuale e su quello sociale più ampio dando vita in tempi passati ma anche recentemente a cappellanie, facendo sentire la loro presenza nelle vicinie, nelle opere di carità, tanto utili quanto indispensabili in particolari momenti di crisi economica spesse volte presentatisi, con scopi di assistenza e beneficenza così disponendo in vita ed ancora in vita al momento di esprimere le ultime volontà od anche da … passati a miglior vita.
Le dimostrazioni in tal senso da parte dei Piardi sono molte.
Quanto è stato raccolto lo dimostra a piene mani basta prendere visione delle poche righe stese nel glossario con riferimento alla voce legata al nome di battesimo di ciascuno di essi.
Ciò vale per personaggi importanti e anche per quelli meno noti, sia per testimonianza derivante da atti e rogiti ma anche da testimonianza diretta di parenti, amici, nipoti e pronipoti che abbiamo potuto intervistare e che con gioia abbiamo annotato come contributo tangibile ancora vivo negli animi e nel ricordo.
Insomma la forma del falò, come detto in presentazione, non è debordata anzi, subito, si è capito che il materiale minimale per partire lo avrei avuto e lo avrei raccolto col contributo essenziale della gente, quella semplice, dai Piardi, dai loro parenti o conoscenti e dagli affini al casato.
Non è mancata, comunque, la testimonianza da parte degli estranei ai quali, i Piardi erano e sono ben noti. Ciò che io desideravo, quello di fare una "storia" con gli stessi protagonisti o con i loro discendenti, con le loro idee, le loro vite, i loro ricordi, ed anche sulla base di quanto poteva essere stato loro tramandato, si andava concretizzando.
Ciò è stato fatto e ciò è stato possibile sia a partire dalla ricostruzione genealogica delle famiglie e di quella parentelare quanto della breve quanto semplice, piccola, storia, ove ci è stato consentito, di ognuno dei trascorsi avi, dei genitori e di ciascuno di noi stessi ancora qui a poter, per fortuna, raccontare. Sono stati annotati anche molti dati ufficiali ma questi sono venuti dopo, dopo aver acquisito lo sforzo delle famiglie, magari pungolate, e quello di alcuni indispensabili volenterosi. Ne è uscita una storia, anzi, mi scuso, appunti per una storia, nemmeno con la "esse" minuscola, ma certamente una traccia per una storia che qualche capace storico forse potrà, un dì, utilizzare. Per questo ho chiamato la mia ricerca semplicemente "I Piardi" poiché così meritano le generose anime di questa grande famiglia, sottotitolandola "Appunti per la storia del casato".
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ORIGINE E SIGNIFICATO DEL COGNOME "PIARDI"

Operando sullo studio dell'origine del nome va ricordato come il cognome può avere subito variazioni dialettali, forme contratte, diminutivi, lenizioni, errori dovuti ad errata trascrizione. Piarda è termine in uso già nel 1200, derivante dall'antico francese "piarde", zappa. Piarda è detta anche la zona pianeggiante compresa tra l'argine e il letto del fiume, con particolare riferimento alle golene del Po. A quanto asserisce P.E. Tiboni il nome deriva da "piarda" denominazione data alla porzione di vena di ferro che un minatore cavava e portava fuori in una giornata di lavoro; "piardello" indicò in seguito una porzione di monte che il comune dava in affitto. (Enc. Bs = Enciclopedia Bresciana di A. Fappani, Editrice La Voce del Popolo) Piarda è anche termine dialettale bresciano appartenente, appunto, alla terminologia delle miniere. Si veda, a tale proposito, alla voce Piarda del Glossario. Piardi può anche essere verosimilmente originato da Piacenti sul quale sono state rinvenute notizie storiche e araldiche in Firenze ed in Toscana. Qualcuno ricorda l'esistenza di un certo Piardo o Piurdo (della zona della Noce in città di Brescia) del secolo XIII quale esponente della vita cittadina. Quando l'8 marzo del 1252 si stipula a Brescia la Federazione Lombarda uno degli esponenti, con Griffolino dè Griffi e Pietro di Capodiponte, delegati a rappresentare il Comune cittadino nell'Episcopio di Brescia è Piardo della Noce. (Enc. Bs.) Altri lo fanno derivare da Pardo ... indi Pardi e poi Piardi. Secondo un recente studio compiuto da Isabella Piardi, di professione farmacista, appartenente ad un’originaria famiglia sorta a Pomponesco (Mantova) passata poi a Sabbioneta (Mantova), il cognome deriverebbe da quello di un ufficiale spagnolo che ebbe in assegnazione, per meriti di servizio, larghi appezzamenti di terreno comprendenti anche le "piarde del fiume Po" nella zona di Pomponesco e che portava il nome di Iacomo del Piardo (1520). L’assegnazione delle terre potrebbe fors’anche risalire addirittura a suo padre, anch’egli ufficiale spagnolo. La Spagna già presente sul suolo italiano da diversi decenni e da tre secoli, con gli Aragonesi, su quello siciliano, ottiene con la Pace di Cateau-Cambrésis – 1559 – tra Francia e Spagna, il predominio politico militare che durerà per altri 150 anni circa. Si veda alla voce "Dominazione Spagnola" del glossario. Dai registri parrocchiali della zona di Pomponesco risulterebbero molte famiglie col nome di "Della Piarda" o "Dalla Piarda", derivanti, appunto, dal cognome assunto in origine da Iacomo proprietario delle piarde del fiume, perciò terreni del Piardo, da cui Iacomo del Piardo. Giungere a Piardi il passo è breve. (Studio di Isabella Piardi da Sabbioneta). Ma ancora, in atti e documenti originali custoditi dall’Archivio Storico Diocesano di Brescia dell’anno 1644, datati 29 febbraio, per una controversia in Pezzaze, si legge più volte il cognome Piardi ovvero Piardo unito al nome di certo Batistino, di Tadeo Piardi quondam Turinu, Gio.Angelo Piardo q. Franc.o, Zanolino Piardi e Bono di Piardi. Inoltre il cognome Piardo, forse singolare di Piardi, appare relativo a Franciscus e Antonio in documento del 29 agosto 1696.
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PIARDI - CONTE PALATINO

PIARDI - CONTE PALATINO SECOLO XVI - XVII - C O N T E 1568 - 1750
Origine bergamasca. Famiglia oriunda di Bergamo. Ottenne il riconoscimento dell'antica sua nobiltà con decreto ministeriale 28 marzo 1927, per aver appartenuto al "Maggior Consiglio" della città di Bergamo. Il Capostipite Orazio, "Magnificus et nobilissimus dominus", figlio di Giacomo, già maggiorenne nel 1589, sposò una figlia del Signor Cristoforo De' Mangillis, detto Cavaliere di Carvico, che con la donazione di tutti i suoi beni all'Orazio Piardi, accrebbe il già notevole patrimonio dello stesso Orazio. Da Orazio nacque Venanzio che trasferì la famiglia a Venezia, conservando la cittadinanza di Bergamo. Venanzio, insieme al fratello Claudio ed ai di lui figli, si dedicò ai traffici, fondò una grande azienda commerciale esercitando una vasta mercatura con l'oriente. Ebbe, il Venanzio, dalla Repubblica Veneta importanti incarichi, coprì cariche pubbliche, riportandone chiara considerazione e molti onori. Figlio di Venanzio fu il Gio.Giacomo Piardi che nel 1639 contrasse matrimonio in Bergamo con la nobile Elena Biffi figlia di Gerolamo, continuando, a Venezia, l'azienda paterna, allargando ed ampliando i traffici, fondando succursali a Zara, al Cairo ed a Costantinopoli. Accrebbe notevolmente le ricchezze della famiglia oltre a quelli che la stessa possedeva in molti beni immobili in zona di terraferma veneta, anche a Bergamo e provincia, in particolare a Carvico, a Ponte S. Pietro, Chiuduno, Trescore, Carobbio e Gorlago.A Gorlago, Bergamo, circa un secolo dopo (1750), un pronipote del Venanzio Piardi trasferì definitivamente la famiglia. (Si veda alla voce "Conte" del glossario). 1584 Ramo veronese di derivazione da quello bergamasco. Nobile famiglia veronese, che figura nel campione dell'estimo dal 1584, ma che non fu ascritta al Consiglio della nobiltà che nel 1747. 1653 Famiglia che figura nel campione dell'estimo di Verona fino dal 1653 e che dal 1707 godeva del titolo comitale per concessione veneta ma che non fu ascritta al Consiglio Nobile di Verona che nel 1782 nella persona di Gio.Francesco. La famiglia aveva giurisdizione sopra la terra di Pigozzo ed è iscritta nell'elenco ufficiale italiano con titoli di Nobile dei Conti Piardi (M e F) e Nobile (M e F). Pigozzo è, ora, frazione pedemontana della città di Verona. Già alla fine del XV secolo, tuttavia, una famiglia Piardi emigra in quel di Pezzaze di Val Trompia con certo Giovanni presente nella conca di Sant’Apollonio quando vi erano ancora boschi di conifere a coprire le pendici degli oggi "pelati monti", già nel 1487 (?). (Per un ampio significato della figura di Conte si veda alla voce del glossario). CONTEPALATINO 1688 – 1696 ANTONIO Piardi, Conte Palatino Antonio - medico di grido ebbe dall'Imperatore Leopoldo nel 1688 la nobiltà del S.R.I. (Sacro Romano Impero) e dallo stesso Imperatore nel 1696 il titolo di "Conte Palatino ereditario per primogeniti". Si veda anche glossario alla voce "Conte Palatino". Antonio è il primo dei conti Piardi a fregiarsi di detto titolo, con lui e da questo momento i Piardi sono "Conti Palatini". La Famiglia fu confermata nell'avita nobiltà con S.R. (Sigillo Reale) del 1829. La Famiglia è iscritta (a tutt'oggi 1995) nell'Elenco Nobiliare Ufficiale Italiano col titolo di "Conte Palatino (M)" e "Nobile (M-F)" in persona di Giuseppe con dimora in Verona, nel territorio di Pigozzo, ora frazione del comune di Verona, dal momento che al casato, da parte della Serenissima Repubblica di Venezia nel XVII secolo, fu assegnato il titolo di "Signori di Pigozzo". Vedi. Tanto racconterebbe l’Araldica. (Per il significato della figura regale di Conte Palatino si veda alla voce del glossario). 16.. - Ramo toscano. (?) Secondo una recente ricerca risulta che in Firenze ed in Toscana la famiglia Piardi possiede solide radici storiche quale antica e nobile famiglia di questa Regione. Il fatto che del ceppo Piardi sia nota l'origine, indicata dai testi in Toscana, rivela come abbiano sentito l'esigenza di legarsi ad una datazione dell'origine storica, o della sua collocazione in territorio, al fine di perpetuare il fasto, le gesta ed il valore della famiglia. Può risultare utile ricordare che è solo con l'inizio del XV secolo (1400) che si fanno più frequenti le concessioni di titoli a persone e famiglie non provviste di Feudo. La conferma della dimora certa della famiglia Piardi in Firenze viene quindi a provare come ci si trovi di fronte ad un casato che seppe legittimamente innalzare per diritto la propria arme al rango di Nobili. Del casato Piardi in Firenze, la corona di pertinenza è formata da un cerchio d'oro, puro, rabescato, brunito ai margini, sostenente otto grosse perle in giro, di cui cinque visibili, posate sul cerchio. Il blasone è la lettura dell'arme e nel caso della famiglia Piardi è partito (diviso in due spazi); nel primo d'azzurro, a tre gigli d'oro, posti fra i quattro pendenti di un lambello di rosso; nel secondo di rosso, ad una torre d'oro, accostata da un leone d'argento. Gli stemmi, come si sa, semplici in epoca antica e con un numero limitato di figure, si complicano in seguito, con ripartizioni e maggiore varietà di figure, colori ed ornamenti. Nel caso dello stemma della famiglia Piardi di Firenze, la prevalenza dell'azzurro rappresenta la devozione, la fedeltà, la castità, la giustizia, la santità, oltre alla bellezza, la nobiltà, la fortezza, la vigilanza, la vittoria, la perseveranza, la ricchezza, l'amore per la patria, il buon augurio, la fama gloriosa. E' il simbolo dell'aria e dell'acqua. Vedi anche alla voce Blasone del glossario. 1920 Rami piemontesi, di derivazione, proveniente da Pezzaze a partire dal 1946 ed ancor prima da Gussago a decorrere dagli anni venti. Della famiglia Piardi esistono alcuni rami dimoranti in Piemonte. Che vi fosse un ceppo anche ad occidente, verso il confine francese, avevamo avuto notizia da alcuni decenni. Infatti, sin dagli anni venti, Ernesto Faustino da Gussago, figlio di Nino Angelo e di Bianca Carolina Inselvini, si trasferisce in provincia di Cuneo e forma la sua famiglia avendo due figli maschi e due femmine; vivono a Brà. Nel corso del 1995 e poi anche per il 1996, la stampa nazionale si è occupata di fatti accaduti in alcune località della Val di Susa, in questo contesto certa stampa nazionale ha preteso far salire alla ribalta della cronaca il parroco di Sant'Evasio di Susa. Don Gian Piero Piardi, figlio di Faustino detto "Burtul" ivi emigrato dopo la seconda guerra mondiale col fratello Giuseppe, della famiglia dei Mafé di Pezzaze. Don Gian Piero è in Val di Susa dal 1946, essendo figlio di Faustino il quale vi era arrivato sin dal 24 aprile 1946 quando Faustino chiamò a sé da Pezzaze l’intera famiglia che già comprendeva il primogenito poi ordinato sacerdote. Infatti, Faustino Piardi noto come Burtul, già dimorava in Val di Susa dopo un mancato tentativo d’espatrio per motivi di lavoro essendo stato respinto alla frontiera francese. Della stessa famiglia che ricordiamo essere quella dei Mafé, fa parte Giuseppe, fratello di Faustino, anch’esso chiamato in Val di Susa e che rimarrà nel segusino sino all’età della pensione crescendovi la famiglia per poi fare ritorno a Pezzaze. Le famiglie si sono poi distribuite nel torinese e nel segusino in particolare. La sposa di Faustino continua a vivere a Susa con il figlio Sacerdote mentre quella di Giuseppe torna a Pezzaze ove dimora. Altri rami. Alcuni altri Piardi, sempre originari di Pezzaze si diffondono in varie zone geografiche d’Italia, come, ad esempio, quella di Genova ove si sono diffusi nella regione e sconfinando anche in Francia, zona di Nizza e Grasse (Dipartimento delle Alpi Marittime francesi), di Gap e Lione, di Milano e della Valtellina, nonché in quella di Bergamo. Questi Piardi sono soprattutto frange della grande famiglia pezzazese che tra la fine del XIX e l’inizio del secolo XX sono partite dalla Val Trompia, iniziandone la diaspora, in cerca di migliore fortuna a seguito della crisi delle miniere. Vi è traccia anche di Piardi nati nel savonese ed anch’essi trasferiti poi in Francia a Nizza e dintorni. Ramo (o forse origine) mantovano Chiara è la lettura della evoluzione di questa famiglia sorta a Pomponesco se si presta attenzione al prezioso studio operato dalla dottoressa Isabella Piardi da Sabbioneta, studiosa del suo, del nostro, casato, per qualche tempo farmacista anche a Pomponesco, antica cittadina sull’argine sinistro di Po.
Si veda anche I PIARDI della terra mantovana.
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I PIARDI A PEZZAZE

Pezzaze: comune della media Valle Trompia, si estende sulla destra del fiume Mella a partire dal fondo della valle in cui si trova la frazione Lavone, per salire fino alle alture circostanti tra cui quella della Colma di San Zeno e l'omonimo Passo ad ovest. Diverse sono le località comunali tra le quali quelle più alte: Monte Pezzaze, Avano, Savenone, Canei; mentre su di un pianoro molto ondulato sorgono gli abitati di: Stravignino (Straignì), Mondaro (Mondér) e Pezzazole (Pesasöle). Peza, balansa. Pesa, bilancia, sarebbe meglio dire stadera. Pezzaze, infatti, ha per stemma comunale la raffigurazione di una bilancia chiamata comunemente peza, trattasi, appunto, di una stadera, per la pesa di alimentari e derrate. A Stravignino, ad un’altitudine di 625 metri s.m., troviamo la sede del Comune e la Chiesa Parrocchiale. Alle su accennate località dovremmo aggiungerne non meno di altre venti, ci limitiamo, però, ad indicare di seguito il nome di alcune di loro in italiano e fra parentesi la corrispondente pronuncia dialettale: Eto (Et), Aiale (Aiàl), Lavone (Laù), Monte (Mut). Maffessini, Maffecini, Bonassi, Bonassini, Brine, Mafé, Pélès, Catanì, Cansonète, Pepe (i dotti), Piardù, Codése e Ciong, questi sono i soprannomi in uso per definire a Pezzaze le diverse famiglie Piardi; forse non sono nemmeno tutti, potremmo, infatti scoprire ancora altri scötöm quali, l’ultimo in ordine di tempo: Cansonète. Oggi se ne distinguono solo alcuni, precisamente: Brine, Mafé e Valì, Pélès ora emigrati, di cui ancora ne è fatto uso. Per un ampio panorama su Pezzaze si veda alla specifica voce del glossario di questa ricerca. Piardi, nome particolarmente diffuso a Pezzaze e dintorni. Già nel XV secolo i Piardi si distinguevano con diversi soprannomi, come abbiamo già accennato, e numerose sono, pertanto, le famiglie con tale nome, alcune delle quali diedero, successivamente alla chiesa sacerdoti di grande rilievo; i primi ad uscire dal paese natale per assumere la responsabilità della Parrocchia a loro assegnata. In atti e documenti originali custoditi dall’Archivio Storico Diocesano di Brescia dell’anno 1644, datati 23 e 29 febbraio, per una controversia in Pezzaze, si legge più volte il cognome Piardi ovvero Piardo unito al nome di certo Batistino, di Tadeo Piardi quondam Turinu, Gio.Angelo Piardo q. Franc.o, Zanolino Piardi e Bono di Piardi. Ancora presso l’A.V. Bs. (MT b. 24 – Pezzaze) in un documento del 6 ottobre 1646 si legge dei Piardi antichi. Nel documento, Richiesta di dispensa matrimoniale, datato 29 augusti 1696, si legge di Antonium Piardum, Franciscus Piardus ed ancora Antonio Piardo suo figlio, quale promesso sposo di Maria Della Lunga, ambedue vedovi. Una famiglia Piardi, quella di Andrea Catanì, si trasferì a Gussago ed ebbe proprietà anche in Rodengo a Padergnone ed in Saiano assieme a quelle possedute da Gio.Maria Piardi e Gio.Maria Piardi (figlio) del 1845. Di questa famiglia ebbero rilievo Giovanni Battista (vedi) patriota, che fu allo Spielberg; Angelo (morto a Gussago il 17 giugno del 1876 all'età di 72 anni e che il giornale "Sentinella Bresciana" definiva "Colto, studioso, benefico e santamente liberale"); Don Angelo (1806/1876) ritiratosi a Gussago; Don Giovanni Battista (1829/1903); Don Geremia (1860/1926). Oltre a questi, numerosi altri furono i Piardi sacerdoti, appartenenti ad altre diverse famiglie, come: Don Giovanni (1699/1761), Don Giacomo (morto l'11 aprile 1782); Don Andrea (Pezzaze, 1776 - Gussago, 1833) che in morte, aggiungeva ai lasciti del padre, che aveva dato vita alla Cappellania della Beata Vergine del Rosario, sue proprietà in Plagne e Dosso Rizzino e la casa per il cappellano di Stravignino; Don Ermenegildo (1781/1835) parroco degnissimo di Casaglia di Torbole; Don Antonio (1801/1880) parroco, prima a Pezzaze, e poi a Rodengo per vent’anni, ed altri ancora. Da ricordare anche Giovanni Maria (1880) e sua figlia Diaregina grande, recente, benefattrice a favore del Pio Istituto Bregoli. Ambedue proprietari e conduttori del Rifugio Piardi al Colle di San Zeno sulla strada per la Valcamonica tramite Palot. A Pezzaze, dopo le primarie diciotto originarie famiglie, di cui agli Statuti comunali del 1318, e di quelli revisionati del 1529, Statuto composto da 146 capitoli che riguardano il modo di creare i Consoli (in numero minimo di dodici e massimo di ventiquattro); il loro ufficio, il Governo del Comune (attraverso il sorteggio tra i Consoli con turni bimestrali); la nomina dei Massari incaricati delle riscossioni e dei pignoramenti; il controllo dei molini e delle osterie; l'amministrazione della giustizia (con obbligo di denuncia al "Maleficio" di Brescia dei reati penali), ecc. L'ultima parte degli Statuti riguarda le acque, gli acquedotti, le strade, i sentieri. Nel 1426 Pezzaze passa sotto Venezia e vi rimane fedele consentendo, a quanto si legge da più parti, un considerevole sviluppo economico – sociale. Durante il XV secolo appaiono nuove famiglie e sono segnati nuovi cognomi come quello dei Bregoli (citato nel 1446, per un lascito di Francesco Bregoli al Comune); dei Fada, presente nel 1458 con Antonio detto Frottino; dei Richiedei (1487) che successivamente saranno conosciuti a datare dal 1657 come Serotto e nel 1762 Serottini ma anche Castili ed infine dei Piardi, citati con un certo Giovanni nel 1487 e che poi assunsero vari soprannomi come: Maffecini (1669) ed altri come meglio prima richiamati. Quando i Piardi arrivano a Pezzaze, la popolazione del paese conta circa mille anime, infatti, sono 1.040 nel 1493 per passare a 1.800 verso la fine della prima metà del XVI secolo (1550) e scendere ancora a 1.470 nel 1573. Numero di anime precipitato a 640 nel 1635 e così, quasi con stabilità, sino al 1660 subendo poi una impennata a partire dal 1690 con 1.112 anime e stabilizzandosi, ancora, sino al 1850. Salendo nuovamente a 1.820 nel 1853. A questa data una parte della famiglia Piardi già era emigrata da trent’anni in Franciacorta. Nel 1871 le anime dei pezzazesi sono 1.472, lo stesso numero di quelle registrate nel recente anno 1991. (M. Facchetti). Secondo il rapporto di Giovanni Da Lezze per Venezia redatto nel 1610, sono 500 gli uomini validi al lavoro su una popolazione di 1900 anime, in Pezzaze. Oltre ai Piardi sono queste le famiglie sempre più numerose ed operose assieme ad altre delle quali sono state però perse le tracce che devono, purtroppo, sopportare, da maggio ad ottobre del 1509 le taglie gravose di lire 169,13 (circa 169 scudi) oltre alle spese per gli armati, imposte dagli occupanti francesi oltre a soldati mandati per ordine del luogotenente del Re Luigi XII a Gardone, Asola, Pontevico, mentre il paese valtrumplino accoglie profughi e perseguitati dalla città e dai territori occupati da truppe. A tutto ciò si aggiunge nel 1512 e nel 1521, terribile, la peste e poco dopo, anche il passaggio di Lanzichenecchi. Nel 1529 al flagello portato dagli eserciti, napoletano, spagnolo, francese e dai Lanzichenecchi, si aggiunge di nuovo quello della peste. (Enc. Bs). Lo storico sacerdote Omobono Piotti (1869 – 1916) scrive che Pezzaze si può definire il più importante centro romano dell’alta Valle Trompia e il fatto che fosse situato lungo la cosiddetta Strada del Ferro e collegato alla Vallecamonica per mezzo del Colle di San Zeno, ha contribuito a questo suo ruolo di primo piano in valle. Le universitas o comune centrale di Pezzaze erano formate da molte piccole vicinie ed avevano il loro centro religioso nella chiesa di Sant’Apollonio che divenne parrocchia autonoma nel XV secolo. La vita economica e religiosa era molto progredita e nel 1318 Pezzaze si dà un suo statuto, uno dei primi noti in valle. Nel 1426, come detto, troviamo Pezzaze fedele a Venezia. Il comune appoggiò sempre la parrocchia, tanto che era capace di infliggere multe a chi si intratteneva nel mulino con donne. Altre pene venivano date a coloro che non solennizzavano il 22 maggio, festa dell’apparizione della Madonna di Bovegno, e per il mese di luglio il comune istituiva la festa del Santo patrono Apollonio, che rese poi obbligatoria. (M. Facchetti). Si racconta che Pezzaze fosse talmente agiato all’inizio del XVII secolo al punto che nel 1617 si permise di stanziare 50 scudi l’anno per la celebrazione di due messe settimanali per vivi e defunti. Nel luglio del 1630 e sino al marzo dell’anno successivo si sviluppa a Lavone la peste portata, si dice, anche a Pezzaze "da due fratelli pastori che erano stati al Salnitro presso Brescia con le pecore". Pezzaze, nel corso dei secoli, almeno per quanto ci riguarda, dal giorno della presenza dei Piardi, subisce vicende alterne che minano la sua sicurezza, eventi tragici come la peste del 1640, la carestia del 1649 e quella del 1654. Avvenimenti che lasciano un segno tangibile di un calo demografico, come ricordato. (Tesi di laurea di M. Facchetti). Si costituisce quale voto devozionale la Confraternita della Beata Vergine del Carmine. Ivan Piardi e Pierino Gabrieli raccontano che dopo la peste, quella del XVII secolo, quella raccontata dal Manzoni nei Promessi Sposi, a Pezzaze fossero rimaste tre famiglie e precisamente: Bregoli, Piardi e Bontacchio. Inoltre, che molti stranieri o forestieri confinati in questa valle laterale della Val Trompia, riusciti a scappare dai lavori forzati, si racconta e si tramanda da generazioni, fossero stati abili nel camuffarsi in loco nascondendosi sotto il cognome, attribuendoselo, di una delle tre famiglie. Pierino asserisce che gli scampati al morbo si sono dovuti necessariamente accasare con donne non del posto ma forestiere anche di altre province. Racconta, anche, che gli uomini mentre lavoravano la terra si chiamassero da un capo all’altro delle "piane" ubicate sui pendii ubertosi della conca di Pezzaze, per verificarne l’esistenza in vita, al grido "go set amò te …?". Nel 1644 in atti attestanti una diatriba si legge il nome di numerosi Piardi, già vivi all’epoca, come meglio annotato in Origine e significato del cognome. Il 21 settembre del 1701 molti armati pezzazesi sono avviati a guardia della Forcella di Gussago contro le truppe tedesche in occupazione comandate da Eugenio di Savoia. Nei secoli XVI – XVII – XVIII – XIX, la vita sociale a Pezzaze è molto influenzata dallo stato di ricchezza o di povertà, il divario tra le classi sociali è evidente e sottolineato anche nell’abituale modo di salutare, rivolto alla persona di riguardo, laico o religioso che fosse. Si esprimeva, infatti, sia al padrone quanto al prete, un ossequioso quanto formale "riverisco, servo suo", che molti anziani ancora oggi ricordano, chi con bonarietà, altri con amarezza o stizza. Per tanto tempo la risposta alle necessità della gente, quella povera, fu affrontata con l’elargizione della carità e i primi interventi da parte dello Stato furono di tipo caritativo, paternalistico, perciò discrezionale. La fine dell’800 vede le prime forme di assicurazione statale nel tentativo iniziale di perseguire il cammino del diritto sociale nella salvaguardia del cittadino. Il passaggio dallo stato paternalistico a quello di diritto si attuò, tuttavia, molto lentamente, infatti, il vecchio sistema, controllato dallo Stato, anche se sempre nella forma di elargizione paternalistica, sopravvisse a lungo, addirittura per molti anni del secondo dopoguerra. (F. M. Tonoli – Riverisco servo suo – F. C. Bs.). Le tracce di questa trasformazione in una piccola comunità come Pezzaze sono state di non difficile ricerca. Facile è stato ravvisare negli atteggiamenti e nel linguaggio dei non più giovani, un retaggio del passato.Certi ricordi suscitano sensazioni e alimentano umori che influenzano, anche ora, i comportamenti della vita familiare e della comunità. Nella società antica non esisteva una funzione specifica dell’assistenza sociale da parte di estranei, infatti la cura dei bambini e degli anziani, nonché dei bisognosi, era un normale aspetto del vivere quotidiano. La sicurezza della sopravvivenza era assicurata solamente dal gruppo nell’ambiente familiare. (F.M.T.) I bisogni a cui la famiglia risponde sono quasi sempre gli stessi: affetto, necessità di continuare la specie con la prole, scambio di servizi e divisione dei compiti, soddisfacimento dell’istinto gregario tipico di ogni uomo. Anche la società di Pezzaze, sebbene con modalità, riti e simbologie diverse, ha sempre attribuito valore al matrimonio come atto con il quale un uomo e una donna prendono impegni davanti ad una collettività, ad un gruppo. Necessario alla formazione della famiglia nella nostra cultura religiosa è il rito del matrimonio, perciò i pezzazesi sono attenti nella scelta dei partner rispondenti a determinati requisiti. Tuttavia a Pezzaze fino alla fine degli anni trenta era abbastanza comune riscontrare matrimoni tra cugini, prassi determinata da fattori importanti quali il controllo nella trasmissione della terra e dei beni per evitarne la dispersione col frazionamento. L’altro dovuto alla ridotta presenza femminile e le difficoltà che si incontrano negli spostamenti non permettendo di frequentare donne di altre località. A ciò non sfuggono nemmeno i "zuenocc" Piardi anche se qualcuno riesce a recarsi fuori dai confini comunali per una scelta diversa. Magari solo a … Lavone, come è successo presso le famiglie Raza e Piotti, od anche altrove, presso i Bernardelli, i Brentana, i Dusi, i Paterlini e i Rambaldini. La scelta di sposarsi tra cugini per mezzo di dispensa vescovile crea, come era facile prevedere, una sorta di campanilismo, al punto che gli estranei non vengono accettati dalla comunità e molte volte anche cacciati in malo modo. Si coniavano, perciò, appositi detti o modi di dire a volte anche minacciosi. Vedi alla voce Modi di dire. La scelta del ragazzo o della ragazza (crogia) da sposare doveva essere accettata, almeno nei tempi più antichi, oltre che dai genitori anche dai nonni, che in qualità di anziani avevano un enorme potere decisionale. Così ci ricorda anche Rita più volte nelle sue conversazioni. I Piardi, ma era una usanza comune, dopo alcuni anni di fidanzamento praticavano il rito prematrimoniale del "toccare la mano", meglio "ciapaga la ma a la spuda". Il fidanzato, con i genitori, si presentava ufficialmente alla famiglia della futura sposa portandole un regalo, così anche a Barche di Brione quanto a Peder di Ome, a Collio o a Civine o anche a Gussago, tanto che i Piardi di queste località, non esclusa quella di Navezze, ben ricordano questo rito. Con il matrimonio la sposa portava al seguito nella casa del marito la propria dote, i genitori della sposa prima della cerimonia, nei limiti in cui disponevano, scrivevano la Presgial o Prediale detta anche pregiatura, atto notorio nel quale veniva elencata la dote. Per questa particolare usanza si veda alla voce del glossario Presgial o Biluna, intestataria della più nota Presgial Piardi. In questo modo i nuclei famigliari andavano sempre più ingrossandosi costituendo le cosiddette "famiglie patriarcali". Prende corpo la figura del "risidur", l’anziano che gestisce il bilancio e ripartisce i compiti. Uno sguardo alla genealogia dei Piardi nati a Pezzaze ed alla vita raccontata da Teodoro Piardi dei Cansonète può convincere di ciò. Raramente lo sposo andava a vivere con la famiglia della sposa poiché sarebbe stato considerato un disonore, infatti, vigeva il detto ‘l ga tacat vià ‘l capel! Ci furono, come abbiamo detto, periodi di grande miseria, dovuti anche a carestie, a guerre, a catastrofi naturali, in cui coloro che non possedevano rendite stabili o lavori certi si garantivano la sopravvivenza creando in certe zone particolari schiere di vagabondi in cerca di elemosina. La moltitudine dei poveri vaganti, sempre in crescita, andava provocando paura nella popolazione ed anche in ciò vi vedeva il pericolo di propagazione di malattie contagiose. Lo Stato, almeno fino al 1800, intervenne soltanto in termini di repressione più che provvedere all’aiuto. La Chiesa forse è sempre stata più attenta ai bisogni della gente per motivazione ideale, infatti, sviluppò per prima diversi interventi assai efficaci in tema di assistenza. Il Concilio di Trento del 1564 creò una capillare diffusione della cosiddetta Confraternita del SS.mo Sacramento che se anche aveva primaria funzione essenzialmente di cura del culto sempre provvide alle opere più propriamente di carità a favore dei più bisognosi. Nacquero così le opere di carità preposte all’attenzione dei più bisognosi e per la distribuzione di aiuti provenienti dalla gestione della beneficenza soprattutto quella conseguente i Legati testamentari. Pezzaze in questo non è stato certamente secondo a nessuno. Si diffusero anche le Confraternite del Santo Rosario dovute ad iniziativa spontanea dei fedeli. (Vedi Don Andrea Piardi e suo padre Giovanni Maria). Questo negli anni lontani ma anche più recentemente, infatti, nella relazione al Vescovo durante la visita di fine secolo XIX alle parrocchie della Vicaria di Pezzaze, per quella che concerne la situazione riscontrata nella comunità sotto il titolo di Sant’Apollonio si legge: "Vi sono le confraternite del Santo Rosario con 143 inscritti; della Sacra Famiglia con 31 inscritti; di San Luigi con n. 126 inscritti; del Sacr. Cuor di Gesù con n. 187 inscritti; del Rosario ….; vi sono le Madri Cattoliche inscritte in n. 115 …" da documento, dell’Archivio della Curia Vescovile a firma del sacerdote Pietro Ghirardelli, del 1898. In epoca napoleonica l’assistenza e l’attuazione delle volontà, lasciate nei testamenti per scopi sociali, venne attribuita ai comuni con decreto del 21 dicembre 1807 con nome di Congregazione di Carità che riuniva tutte le istituzioni pur conservando, però, distinti i fondi, le entrate, le spese. Il governo austriaco nel 1819 con decreto del 17 luglio dello stesso anno sciolse le Congregazioni di Carità, sostituendole, più tardi, con i noti Pii Luoghi Elemosinieri. Nel 1859 il Regno d’Italia ricostituisce le Congregazioni di Carità. A Pezzaze, come in tutte le comunità, soprattutto quelle di montagna, viva era l’azione di questi organismi, infatti, come si nota in altre parti della ricerca, o nelle poche righe relative alla vita di ciascuno dei Piardi ricordati nel glossario, gli stessi sono costantemente impegnati ed attivi. Una conferma può essere rinvenuta nelle righe di cui alla voce Bregoli (Pio Istituto). Un dato nazionale potrebbe essere utile per capire il valore economico di queste opere. I dati Istat del 1861 dicono che nello stesso anno esistevano circa 18.000 opere pie con un patrimonio che superava il miliardo di lire di allora pari a circa un valore attuale Istat della lira di oltre cinquemila miliardi di lire. Nel 1900 a Pezzaze esistono diverse opere pie e si intensificano, come nel resto del territorio italiano, infatti, ve ne erano, sul territorio del Regno, più di ventitremila. Con l’avvento della guerra si fece più pressante l’intervento di queste opere ed anche a Pezzaze viene istituita, tra le tante iniziative, quella cosiddetta Cucina Economica per preparare minestre offerte gratuitamente a secondo dello stato di indigenza dell’assistito. La gestione è a cura del Pio Istituto Bregoli. L’impiego di pasta, riso, patate, fagioli, ed altre verdure, poteva contribuire ad integrare il regime alimentare dei meno abbienti, il quale era, quasi esclusivamente basato sulla polenta con la conseguenza di gravi malattie come la pellagra. A Pezzaze, come in tutta la provincia di Brescia e in Lombardia, la pellagra cominciò a diffondersi all’inizio del 1800. La malattia era pesante e aveva diversi stadi di evoluzione. Nel 1830 in provincia di Brescia venne stimato in circa settemila il numero dei malati soprattutto in seguito alla pesante carestia del 1829 segnando un calo solo nel 1833. E’ noto, infatti, che la polenta era quasi esclusivamente il solo cibo quotidiano e a volte lo era anche nei giorni di festa grande quando si usava dire: "encö taiom zo la polenta col fil ros", "oggi tagliamo la polenta col filo rosso, in segno di festa". Nel 1833 muore a Gussago, nella sua casa di Navezze, Don Andrea Piardi, grande benefattore a Pezzaze, figlio di Giovanni Maria il quale lo aveva preceduto, 1821/22, sulla strada della beneficenza. Nel 1835 muore, rimanendo sotto la sua carrozza ribaltatasi, il possidente in Pezzaze Don Ermenegildo Piardi parroco di Casaglia di Torbole. Nelle opere di carità i Piardi sono sempre stati attivi come benefattori delle stesse, fondatori di alcune di queste, o amministratori delle medesime, raramente sono stati tra coloro che vennero beneficati. Alcuni documenti rinvenuti ne sono la prova. Di ciò abbiamo riportato le parti salienti nelle righe esposte alla voce Bregoli (Pio Istituto). Secondo le testimonianze raccolte dagli anziani, coloro che venivano beneficati dalle opere pie di Pezzaze, dovevano condurre una vita rigorosa senza poter cedere alle lusinghe del superfluo che, pur in qualche sparuta occasione, il miserabile tentava. Infatti, un bicchiere di vino all’osteria o anche un solo paio di pantaloni nuovi, magari da fatica, era motivo di sospetto per molti padroni e da parte degli amministratori delle Opere. Ritenevano, infatti, che fossero dei lussi. Come si può ben capire i bisognosi, giudicati tali, erano pochi, ma molti erano, però coloro che si rivolgevano alle autorità civili e religiose per far presente le proprie difficoltà, come risulta dal carteggio, ancora conservato, presso l’archivio storico del Pio Istituto Bregoli. In tutte le domande, dopo la richiesta di sussidio, in denaro o alimenti o vestiario o tela per indumenti, ricorreva l’ossequioso saluto: "servo suo devotissimo!". Ricordiamo che, successivamente, nel 1937, le Congregazioni di Carità o le Opere Pie vennero mutate in Ente Comunale di Assistenza (ECA). Erano pochi coloro che potevano acquistare in bottega e per molti era a credito. Si pagava ogni anno, dopo la vendemmia o il raccolto, e sempre che fossero stati abbondanti, altrimenti il saldo del conto avrebbe dovuto essere rimandato all’anno successivo, lasciando il debitore nel disagio quotidiano di dover chiedere al bottegaio nuovo credito con rischio che lo stesso, per timore di non essere pagato, diminuisse la quantità di merce venduta, lesinandola, indipendentemente dalle bocche che la famiglia doveva sfamare. Ancora oggi a Pezzaze è invalso l’uso del libretto della spesa, in doppia copia, con saldo a fine mese. Rita Ferraglio figlia di Maria Piardi dice: "Che a Stravignì na olta l’era na famia sula … se gh’era argù de malacc se naa a troai, a portaga argot, el me ubà ol me disia: putiga argot, l’è malat, ol pa bescot, argot oter, en fina la legna, agliura per na polmonite se muria!". Rita, la quale, appena la incontri non manca di narrare episodi lieti o tristi relativi alla famiglia dei nonni materni Piardi, anche in questa mattina (8 maggio 1998) piena di sole a Pezzaze, racconta: "Quando la nonna Margherita Bontacchio ci dava dei fichi secchi, era solita farci la rituale raccomandazione:
, guardate un po’ cosa ci facevano credere! Era così, non è che vivessimo nell’abbondanza, tuttavia, non morivamo neanche di fame, ciò nonostante, secondo i miei nonni, ma era così per tutti, bisognava risparmiare!." Col nonno Giovan Maria, Rita, aveva un buon rapporto, anzi, ottimo, lei racconta, forse anche preferenziale. "Lui sapeva che io ero, come lo sono ancora oggi, golosa di sale, anzi, bisogna che stia attenta quando cucino … Così che il nonno, quando poteva, di nascosto, prendeva una presina di sale, l’avvolgeva in una foglia di castagno, per nasconderla, e me la dava. Sono episodi semplici, credo, tuttavia, significativi anche per la mia vita segnata, certamente, in buona percentuale, dall’insegnamento dei nonni Piardi. Del resto anche mia mamma era così." La gente di Pezzaze negli anni inizio secolo XIX ma anche negli anni venti – trenta, soprattutto nelle lunghe stagioni invernali fortemente innevate aveva fame al naturale, non necessitava, certo di recarsi alla nota fonte Concluaria, nei pressi, tanto rinomata per le sue doti in tema di inappetenza quanto per altre virtù terapeutiche e taumaturgiche … . Forse invece pensavano, senza palesarlo, di avviarsi sul sentiero che porta al Santèl del Prèder. Lo dimostrano gli elenchi di coloro che a Pezzaze chiedono l’intervento giornaliero, in tema di alimentazione di base, alle diverse opere di carità all’epoca esistenti ed efficienti a cui la gente necessariamente era costretta a fare riferimento. Sembra proprio che l’unica soddisfazione fosse quella, non esclusi i Piardi, di avere figli, sempre numerosi, "i fiöi i porta mia la miseria!". La "proprietà" dei figli da parte di coloro che non possedevano altro, era inconsciamente vissuta, ma non troppo, come una provvidenza divina. Infatti, quando si chiedeva ad un bambino, o ragazzo, detto crot, come si chiamasse si usava dire: "set fiol de chi?", non gli si chiedeva, infatti il suo nome di battesimo, la risposa era molto precisa e veniva indicato in essa non solo il nome ma, anche il soprannome del genitore, forse anche quello del nonno, al quale il padre, a sua volta, apparteneva, sviluppando, così, un’ampia catena di legami che rincuorava per la sicurezza di essere di qualcuno e di un casato, per quanto esso fosse modesto. Comunque, sempre, era un punto di riferimento. Anche tra i Piardi la nascita di un figlio dava luogo, almeno nel passato, a un numero di riti sostanzialmente di protezione. A Pezzaze era pratica comune ornare, dopo il parto, la porta di casa con una corone di spicchi d’aglio in numero dispari. Le mamme, nei giorni precedenti il battesimo, tenevano accesa una candela vicino al lettino per scongiurare la morte ed evitare al neonato la discesa al limbo. (Rita Ferraglio). "Ho visto ancora anch’io" sottolinea Rita dei Mafé "e li ho anche vissuti". In Valle Trompia esistevano riti singolari che riguardavano la placenta, mentre a Pezzaze non se ne ricordano. In altre zone della provincia di Brescia, come a Montichiari e dintorni, luoghi dove sono andati a vivere molti Piardi, il padre non poteva assistere al parto mentre doveva provvedere a sotterrare la placenta sotto un albero di fico. Vedasi l’accostamento tra il latte emesso dalle foglie e dai fiori della pianta con quello materno. Era importante avere almeno un figlio maschio che perpetuasse il cognome della casata. La scelta del nome di questi veniva compiuta dalla nonna paterna e dal padrino, in alcuni casi anche dal padre del nascituro. In genere si assegnava ai figli maschi il nome degli antenati. Il primo figlio maschio prendeva il nome del nonno paterno, gli altri quello dei nonni materni. (M.F.) Chi scrive, pur essendo di Gussago, ricalca appieno questa usanza: Achille come il nonno paterno. In più, come secondo nome, Giovanni come il nonno materno. Molti, perciò, si chiamano come il nonno ed il bisnonno ed anche l’avo. C’è anche qualche famiglia in cui tutti i figli hanno come primo nome lo stesso del nonno, come detto, per esempio quello di Faustino. Questa la tradizione, per poi chiamarli di fatto col secondo nome o con un soprannome. Anche i soprannomi sono assai numerosi sia a livello individuale quanto di famiglia. Ad esempio: Raffaele (Francesco) dei Brine detto Cino de’ Castegnacol. Vedi meglio alla voce Soprannomi del glossario. Per i Piardi pezzazesi, l’appartenenza alla comunità aiutava anche a sentirsi protetti, da ciò deriva lo spirito campanilistico di tutte le comunità, ma soprattutto di quelle di montagna, della povera gente che sempre ha manifestato il suo attaccamento al paese. L’affezione ad un luogo particolare del paese era tale da far sorgere l’illusione della "proprietà", al punto che si racconta che perfino il Santuario della Madonna di Bovegno, costruito sul territorio di Pezzaze, fosse motivo di contesa con i due paesi confinanti, Pezzaze e Bovegno. Una leggenda narra che i pezzazesi si recassero al Santuario voltando la statua della Madonna verso Pezzaze poiché, secondo loro, era apparsa per Pezzaze nella zona detta di Savenone. Anche la parlata locale aveva ed ha la sua importanza per sentirsi qualcuno, di qualcuno, e di una ben precisa comunità. La stessa parlata era dunque, ed è, permeata da quei modi di dire che sono stati tramandati di padre in figlio e che contribuiscono, forse di più in passato, a dare certezze. Per questo abbiamo tentato di raccoglierne qualcuno che abbiamo evidenziato alla specifica voce Modi di dire del glossario. La comunità basa, fin dall’antichità, la sua economia sul commercio di legname proveniente dai boschi, sul ferro delle miniere e sull’allevamento del bestiame. Si racconta vi fossero circa novanta imbocchi di miniera e due forni fusori, uno a Mondaro e l’altro in basso a Rebecco di Lavone (Laù). Qualcuno parla ancora della "Regina" altri ricordano il filone di Zoje e quell’altro detto della Valle del Megua. La coltivazione, si dice prevalente, fosse quella del miglio sostituita nel 1700 con il frumento. Molti svolgono l’attività di mandriano, anche i Piardi delle distinte famiglie. Come tali dovevano stare attenti che il loro bestiame durante il pascolo nei boschi non invadesse quelli recentemente tagliati, cedui, col rischio che le vacche e gli armenti si cibassero degli "smersi" o "smersa", germogli teneri usciti dai polloni nati dai ceppi; o che lo stesso si recasse a bere in pozze di altrui proprietà. Nota è la vicenda per l’uso dell’acqua in cui sono incappati i Piardi. Si veda a tale proposito alla voce Proprietà Piardi. Ultimamente, nei primi decenni del secolo XX, allignava ancora la vite ed i boschi erano molto sfruttati soprattutto per la produzione di carbone vegetale che serviva per alimentare i forni del ferro noti come forni fusori. I Piardi detenevano molti carbonili detti anche "aiài". Nel corso della ricerca, infatti, ne abbiamo riscontrati molti, vedi ad esempio alla voce Valì o Proprietà Piardi. I carbonai andavano via, nel bosco, la primavera e vi restavano, anche con tutta la famiglia, sino a che giungeva la prima neve (M. Facchetti – Tesi di laurea – 1997). Anche l’allevamento del bestiame era un’attività importante a cui i Piardi si dedicavano. Nel 1983 risultavano ancora circa 1.800 ettari di terreno destinati a foraggio. L’impiego dei Piardi nelle attività minerarie ed in quella dei cosiddetti Medoli è tuttora ricordata a Pezzaze. C’era, infatti, chi, come Gaetano, el dio Tano, lavorava giorno e notte ripetendo il turno. Le miniere di piombo argentifero del bresciano di Provaglio Val Sabbia, Barghe, Preseglie e Collio furono poi abbandonate a poco a poco per la concorrenza di altri siti in cui la produzione era più abbondante e per lo svilimento del prezzo dell'argento dopo la scoperta dell'America (1492). A Pezzaze, tuttavia, dureranno ancora fino al XVI secolo, mantenute attive dal Gonzaga con maestranze tedesche, in seguito furono chiuse. (Storia di Brescia). Nella prima metà del XVIII secolo nasce Giovanni Maria, figlio di Bortolo, poi munifico benefattore col figlio Don Andrea, come già detto, personaggi più volte citati nel corso della ricerca. Nel 1780, l’11 di giugno, i pezzazesi consacrano la loro nuova chiesa con l’intervento del vescovo Giovanni Nani anche se già vi si ufficia dal 14 ottobre 1766. Il primo ad essere tumulato nel nuovo tempio è un Piardi, il sacerdote Giovanni Antonio (1699 – 1761), lo segue nella stessa dimora eterna Giacomo, sacerdote l’11 aprile 1772. Nel 1783, il 30 aprile, dopo il precedente disastro ambientale ed economico del 1772, Pezzaze è nuovamente colpita dalle alluvioni. Tali sono i danni che Venezia "si priva" delle entrate per un decennio, però non di tutte (macina delli dacij), e tuttavia impone l’impegno ai Pezzazesi affinché gli abitanti del paese provvedano a riparare strade e ponti, edifici e ripristinino le miniere e i medoli, pena la decadenza dell’indulto concesso dal Doge. Il comune di Pezzaze, come quasi tutti quelli di Valtrompia, vive dei dazi (dacij) riguardanti generalmente i mulini, le osterie, le fornerie e le macellerie. Molti i Piardi che lavorano i terreni prativi soggetti a sfalcio detti anche segaboli, quali quelli, ad esempio, del Pio Istituto Bregoli od anche del comune. Questi vivono, come si usava dire, del ricavato dall’erbatico, quel diritto di fare erba nei demani pubblici. I segaboli sono, come noto, praticelli nei boschi, tagliati al fine di recuperare un po’ di erba, seppure magra. A Pezzaze, come a Gussago, alcuni Piardi sono "medoler" in quanto, come dice il termine, lavorano al medol, medolo, cava di pietra. Tali sono Achille e Giovanni dei Runcù di Gussago, Achille – Francesco è Piero de la Bianca, ma anche Giovan Maria dei Mafé. Nella seconda metà del secolo XVIII rileviamo la presenza di altri futuri noti pezzazesi Piardi. E’ in questo periodo, infatti, che nascono: Andrea – Catanì (1765) e Bortolo – Catanì (177_?). L’uno padre di Andrea (1799) ed il secondo, facoltoso padre di Domenica nota come Biluna accasata ad un Viotti. Della Biluna è nota la sua Presgial, polizza di dote al seguito di ragazza da marito da parte della famiglia in uso in Val Trompia ma in particolar modo a Pezzaze. Documento di grande importanza e di sostegno economico finanziario per la ragazza da marito. Vedi alla voce Presgial. Il 7 gennaio 1797 l’Italia ha, finalmente, un’unica bandiera, il tricolore. Nel marzo del 1805 Napoleone è Re d’Italia e lo sarà sino al 1815 quando giungono gli austriaci i quali se ne andranno soltanto nel 1859. Nel 1806 Napoleone emana il noto editto, detto di "Saint Cloud" relativo ai cimiteri con l’obbligo di seppellire i morti in camposanti e non più in chiesa o nei pressi del tempio. I Piardi di Pezzaze acquistano la tomba di famiglia (vedi alla relativa voce del glossario). Trattasi della famiglia di Andrea Catanì (1799) figlio di Andrea (1765). Andrea (1799) diventerà, una volta trasferito a Gussago ove sposando Elisa Ogna avrà otto figli, il capostipite dei Piardi gussaghesi Catanì. Nel 1822 la Biluna si sposa con Pietro Viotti e i loro discendenti sono detti Baöse, cugini dei Frole, dei Mastrì e dei Faüstinì. I cospicui beni di Andrea Piardi (1799 - 1854) lasciati a Pezzaze dopo il suo trasferimento a Gussago, oltre a tutti i restanti in Gussago e Roncadelle, con l’intervento in giudizio dei minori tutelati dalla madre Elisa Ogna vedova di Andrea e della figlia Teodora Piardi sposata Cancarini sono venduti, molti anni più tardi, ed alcuni vanno ai Bontacchio ed altri ai Viotti (vedi), questi ultimi passandoli poi al figlio sacerdote quale beneficio ecclesiastico. Vedi Presgial. Nella relazione alla Curia vescovile di Brescia, a firma del parroco Richetti per l’anno 1812 si legge: "nati n. 44, morti n. 42, matrimoni n. 11, anime componenti la parrocchia sono n. 907. Oltre a 12 presbiteri tra cui Don Andrea Piardi compresi due chierici studenti". Per l’anno 1810, invece, redatto il 10 gennaio 1811, lo stato del clero è il seguente: 5 sacerdoti tra cui, quale coadiutore, il citato Don Andrea Piardi e 6 chierici. Per lo stato d’anime l’esposizione è la seguente: "nati n. 39, morti n. 29, matrimoni n. 9, anime viventi 938".(A.V. Bs. b. 406 – Parrocchie). Nella relazione "stato del clero" per l’anno 1842 a firma di Don Antonio Piardi parroco, inviata alla Curia vescovile di Brescia relativa alla sua parrocchia quale capo della Vicaria di Pezzaze, sono segnalati, quali presenti: Antonio Piardi parroco, Vicario Foraneo e Angelo Piardi Cappellano confessore.(A.V. Bs.). Nel 1850 si affaccia alla vita Angelo dei Brine e con lui altri Piardi poi noti personaggi, quali i figli della famiglia dei Mafé di Dendó a partire dal capostipite Giovan Maria figlio di Maffeo (1845). Nel 1854 muore a Gussago Andrea Catanì da Pezzaze lasciando otto figli in tenera età, il primo ha solo dieci anni. Inizia la parabola discendente dei Piardi Catanì gussaghesi. Nel 1869 si apre il Canale di Suez, con nuove prospettive per i popoli e l’Italia che non ha mai pensato alle conquiste coloniali improvvisamente cerca spazi. Infattti, le Camere di Commercio, nello stesso anno scoprono di avere un urgente bisogno di una stazione commerciale nel Mar Rosso. Nel 1882 si comincia a patire il "mal d’Africa" con la gola del Mar Rosso, si parte pensando ad una semplice operazione commerciale ed invece, nel 1887, a Dogali, molti figli italiani, anche delle nostre valli bresciane, cadono in un’imboscata perendo in 413 su 500. Nello stato del clero a firma di Don Bruni parroco, per l’anno 1873, si evidenzia in Pezzaze la presenza di: Piardi Giovan Battista, Maffina Giovan Battista, Turinelli Gio. Battista, Viotti Giovan Battista per la chiesa di Avano. (A.V. Bs.). Nel 1882 nasce Giacom di Pélès, figlio di Francesco di Pélès, i Sertur, il quale sposando Angela Viotti avrà da lei undici figli a partire da Francesco del 1904 e Faustino del 1907 i quali avranno, purtroppo, vita breve. Giacom nel 1932 pensa di lasciare Pezzaze andando a dimorare, con la famiglia, a Calcinato. Nel 1891, il 15 di maggio, il Papa Leone XIII promulga l’enciclica sulla Questione sociale dal titolo Rerum Novarum. Richiama l’uomo allo spirito di carità, critica il liberismo economico imperniato sull’iniziativa imprenditoriale in vista del guadagno prospettando, invece, un nuovo ordine economico che possa ridurre le disuguaglianze sociali e dare garanzie al lavoratore per un’equa partecipazione al frutto del suo lavoro. Indirettamente l’enciclica, però, costituisce anche una sanzione papale alle esperienze organizzative dei cattolici in merito alle questioni sociali. Più tardi, solo nel 1931, con la "Quadragesimo anno" Pio XI Papa Ratti, avvierà la cosiddetta "Instaurazione dell’ordine sociale cristiano" ma già incalzano i nuovi eventi bellici di conquista e di guerra. Il mese di marzo del 1896 l’Italia accusa il nuovo colpo della disfatta africana di Adua con un migliaio di morti tra i soldati italiani, tutti alpini al comando del Colonnello Davide Menini oltre a quelli tra le file degli artiglieri da montagna, tra cui molti valtrumplini anche di origine pezzazese. Cade il Governo Crispi ed arriva a comandare il Marchese di Rudinì. Il nuovo Governo preoccupato dell’aumento precipitoso delle attività sociali dei cattolici, i libri di storia infatti danno per vivi 190 comitati diocesani, più di 4.000 comitati parrocchiali, circa 700 casse rurali, quasi 900 società operaie, oltre ad un migliaio di cooperative. Di ciò preoccupato Rudinì, con una circolare del settembre 1897, raccomanda ai Prefetti di sorvegliare attentamente le organizzazioni cattoliche e di colpirle duramente in caso di "offesa" alle istituzioni nazionali. Quando nel 1898 ci si appresta a festeggiare, il 15 maggio, l’anniversario della Rerum Novarum, Milano e l’Italia sono scosse dall’assedio della città e dalla repressione armata operati dal Generale Bava Beccaris con sparatorie sui dimostranti, 80 morti e 400 feriti, repressione che colpisce duramente anche i cattolici, compresi Don Albertario e lo stesso Arcivescovo Cardinal Andrea Ferrari, a Pezzaze il parroco Don Ghirardelli, come risulta presso A. S. Dioces. Brescia, annota: "In parrocchia la dottrina è frequentata da circa 800 persone, e si tiene tutte le domeniche eccettuate cinque o sei feste principali e per circa tre mesi all’anno in cui diminuiscono perché sono assenti dal paese per lavori campestri". E relazionando su chi e che cosa leggano i suoi parrocchiani così comunica al Vescovo: "Vi è uno che ha la Provincia, uno la Sentinella, n. 5 compreso il Comune associati al Cittadino, n. 2 al Frustino, n. 1 alla Voce del Popolo, n. 2 alla Madre Cattolica". (A.V.Bs.). Verso la fine dell’800 Pezzaze viene scoperto come luogo di villeggiatura da famiglie bresciane e di altre province limitrofe come Mantova, Cremona e Milano, vengono istituite colonie estive. Nonostante tutto la decadenza economica di Pezzaze determinata da diversi fattori, primo tra tutti la grande crisi dell’attività mineraria, porta ad un lento e progressivo spopolamento del paese favorendo l’emigrazione già avviatasi all’inizio del XIX secolo e poi continuata verso la fine dello stesso verso la pianura e le Americhe per continuare nel periodo post bellico della prima ed anche della seconda guerra mondiale ancora verso le Americhe specialmente quella del sud ma anche in Australia. Nel marzo del 1998 sono circa un centinaio i Piardi nella conca di Pezzaze. Per la storia di Pezzaze, nella quale qui volutamente non ci inoltriamo, si veda alla voce specifica del glossario. Molti sono i soprannomi con i quali vengono contraddistinti i Piardi a secondo della famiglia di appartenenza: Catanì, il principale e più antico; Bonasì o Bonassini; indi Cansonète con Raimondo; ma anche Mafé; Brine con Chei de’ Castegnacol; Late già noti come Fresche; Valì già conosciuti come Fraca; Pélès, imparentati coi Brine, coi Sertur e i Codese; e tanti altri per i quali rinviamo alla voce Brine del glossario ed al capitolo Piardi nati a Pezzaze - Genealogia. Col Patto Colonico del 4 maggio 1919 vengono istituiti da parte della cattedra ambulante dell’agricoltura alcuni corsi a favore di conduttori di fondi agricoli. Infatti molti pezzazesi, tra cui alcuni Piardi, vengono inviati negli anni successivi al Corso di Albericoltura che si tiene a Tavernole. Qualcuno attribuisce, non vi è però certezza, l’inizio della fine economica dei Piardi conseguente l’attività patriottica di Giovanni Battista Piardi (1813), veterinario. A questo più noto componente della famiglia Piardi, dedichiamo qui un particolare spazio rinviando al glossario per la completezza della storia della sua vita. Giovanni Battista, possidente nel territorio di Pezzaze – Stravignino è patriota combattente del tempo risorgimentale. Per il suo impegno in ostilità al Governo austro–ungarico dominante all'epoca nel lombardo - veneto fu arrestato ed incarcerato allo Spielberg. (vedi alla voce del glossario). Da testimonianze da tempo raccolte tra alcuni appartenenti al casato abitanti a Pezzaze e in Brescia risulta che "il Giovanni Battista finanziava la rivolta contro gli austriaci utilizzando parte dei proventi derivanti dall'attività della famiglia e dalle tenute agroforestali in possesso sulle quali pascolavano centinaia di capi di bestiame. Infatti, il Governo austriaco pensò bene di provvedere alla confisca dell'intero patrimonio comprendendovi anche i capi di bestiame". Giovanni Battista è della famiglia che poi andò a dimorare a Gussago, Rodengo e Saiano, i Catanì. Catanì sono detti i Piardi di Gussago, provenienti da Pezzaze, lo affermano i gemelli Giuseppe e Pietro figli di Achille Domenico Piardi, nati il 4 Agosto 1906 a Gussago, ma soprattutto Achille figlio di Luigi di Runcù del fu Enrico Catanì, il quale asserisce che il capostipite dei Piardi a Gussago è un Catanì, precisamente Andrea da Pezzaze, arrivatovi nel 1830 (1832) con dimora iniziale nella villa, con casa colonica, di via Stretta, la quale occupa un intero isolato e poi in altre case della frazione Piedeldosso alla Manica di Gussago anche secondo altra documentazione storica. Le case sono tuttora esistenti, con nemmeno eccessive trasformazioni o restauri conservativi, così come si usa dire. Vedi il capitolo I Piardi a Gussago e alle voci specifiche del glossario. Nel 1850 si verifica una nuova alluvione. Tuttavia non sono tanto le alluvioni o altre peripezie a pesare sul paese quanto l’inarrestabile crisi mineraria e siderurgica con conseguenti gravi disagi economici per la povera gente, tali da provocare uno dei primi scioperi che la storia bresciana registri. A tal punto che nel 1859 il parroco Don Antonio Piardi riferisce al vescovo di "150 persone che impediscono a 4 antesignani crumiri di lavorare" cui, su pressioni varie, seguono ben otto arresti. Ancora oggi in paese rimane forte l’eco della partecipazione nel periodo 1820 – 1869 alle azioni della carboneria, nonché degli stessi pezzazesi alla Giovine Italia, alle guerre d’indipendenza ed alla X giornate di Brescia. Non esclusi i Piardi. Infatti, questi figli, sono per le valli a guerreggiare anche con Garibaldi contro gli austriaci. Vedi alla voce Garibaldini e Gio.Maria Piardi. Alla fine del XIX secolo alcuni Brine emigrano in Valtellina e poi a Como ma anche in Svizzera. Nel giugno del 1900 viene battezzato Maffeo Piardi dei Mafé, padre di Milo, anche lui futuro carabiniere, come diversi altri Piardi, alcuni dei quali anche in polizia. Il 5 gennaio del 1905 nasce a Mondaro Teodoro Piardi dei Cansonète. Famiglia numerosa è quella di Doro, come lo chiamano a Pezzaze, infatti lui stesso racconta: "La numerosa famiglia era composta da ben quattordici persone: padre, madre, fratelli e sorelle, zio Enrico (vedovo), cugino Giulio, zio Don Antonio direttore dell’Istituto Pavoni di Brescia. Mio padre e lo zio Enrico erano dei provetti falegnami, ma dovevano provvedere anche con mio fratello Giuseppe e l’aiuto saltuario di braccianti del luogo, alla condotta di alcuni fondi, mentre i fratelli Battista (falegname) e Andrea (pittore decoratore) e il cugino Giulio erano alle armi in guerra 15/18. Io, ultimo della famiglia desideravo studiare e mio padre e lo zio Don Antonio erano ben disposti, ma la guerra e dopo tante sofferenze, la morte del babbo, fecero crollare tutti i miei sogni. Nonostante la mia giovane età, con poco entusiasmo, dovevo invece partecipare ai vari lavori agricoli, particolarmente in montagna dove mio fratello Giuseppe provvedeva alla custodia di alcune mucche. In autunno, poi, aiutavo lo zio Enrico al roccolo nella cattura degli uccelli. Mi piaceva molto leggere i tanti libri dei miei fratelli più grandi e mi esercitavo a scrivere. Nell’autunno del ’18 tutta la famiglia è colpita dall’influenza conosciuta come "spagnola" che causò molti decessi in paese. (…)". Per un bel spaccato di vita di una famiglia Piardi a Pezzaze vedi alla voce Teodoro Piardi (1905). Nel 1914 scoppia la I guerra mondiale, l’Italia entra in belligeranza nel 1915. A Pezzaze funziona il Comitato di Soccorso per la Guerra con lo scopo di tenere la corrispondenza tra i soldati al fronte e le rispettive famiglie poiché molti richiedevano aiuto per leggere e scrivere lettere. Accudire i bambini delle donne che, in mancanza dei mariti impegnati al fronte, dovevano lavorare la terra, seguire i bambini più grandi nei compiti. Sostenere moralmente i familiari che perdevano, in guerra, loro figli o fratelli e preoccupandosi anche dell’annuncio della triste notizia prima dell’avviso telegrafico del Governo. Gli uomini, anche se non più ragazzi, magari già sposati e con figli, vanno alla guerra. Così tra i Piardi di Pezzaze quanto tra quelli di Gussago. In questo periodo (1915/18) sei fratelli Brine vengono contemporaneamente arruolati ed avviati tutti al fronte. Così come, negli anni trenta/quaranta: Andrea dei Pélès che partecipa alla Campagna d’Africa, Giacomo, suo fratello, in Russia e Battista prigioniero in Tunisia, nonché Antonio al fronte; Giuseppe e Faustino dei Mafé e altri sul Don. Qui emerge la figura di Maria (1902) dei Mafé. Di martiri è, poi, l’impegno dei Piardi durante la Resistenza. Negli anni dal 1920 al 1930 i Ciong, i Pélès e alcuni altri elementi di famiglie Piardi emigrano chi nella bassa bresciana, in pianura, chi nel mantovano, chi ancora a Brescia città o a Lumezzane come i Codése e chi all’estero (de la Costa, Brine ed altri). A Pezzaze, fin dal 1930, qualcuno annota: "la decadenza economica è in forte aumento, origina un lento progressivo spopolamento dei nostri paesi (…). Colonie di braccianti e di superbi minatori si disperdono nelle Americhe (…)" vedi Ermenegildo Piardi. Molti Piardi emigrati stagionali od anche annuali e poi in forma definitiva vanno a lavorare "in galleria" nei grandi trafori alpini. Attorno a questi lavoratori nascono, con essi stessi, i canti, quali tipiche espressioni di queste talpe umane. "Ai dis che i minatori son lingéri" recita la canzone ma è l’orgogliosa affermazione della "diversità del minatore". Sono stati "lingeri", se così vogliamo accordare credito alla canzone, i figli dei Brine, dei Pélès e dei Mafé. Magnifico interprete di questi canti è "La famiglia Bregoli". Ed il costume indossato dai Piardi? Secondo recenti testimonianze che fanno riferimento a notizie tramandate da generazioni, sarebbe stato tipicamente siciliano. L’uomo vestirebbe camicione ampio bianco con fascia in vita girata più volte, pantaloni di color scuro, tipo velluto. La donna vestirebbe gonna a pieghe fissate solo in vita, un corpetto attillato di tela fatta in casa che segnava la vita. (Vedi alla voce Pezzaze – Costume dei Piardi a ..). Nella patria dei Piardi pezzazesi qualcuno ricorda si solesse udire uno dei più noti detti o modi di dire dei bresciani, ovviamente con ostentazione e prosopopea, "i finirà i balocc ‘n dè la Mela, ma mia i solcc ‘n dè la me scarsèla!". (Ai fenesarà i balocc ‘n da Mela, ma mia i solcc ‘n da me scarsèla!). E’ andata a finire proprio così? Sarà stato questo un Piardi? I più sanguigni sembrano far eco con l’altro detto che mette a nudo le situazioni: "Òcio, chè i coió…di ca e i solcc di poarecc iè i prim chè sé èt!". Qualcuno, durante la ricerca, mi ha fatto notare che sarebbe stato utile "nella storia" far risaltare questo concetto: "Ai Piardi, avviati sulla strada per essere dinastia mancò quel pizzico di fortuna che notoriamente non sorride ne ai troppo buoni ne a coloro che non si allineano supinamente". Infatti, come recita un antico adagio bresciano: "a esèr trop bu sé pasa a dè bò!". (Chi è troppo buono è chiamato a portare anche i pesi degli altri, e non solo quelli …). Piace rammentare il modo col quale vengono ricordati, ancora oggi i Piardi: "buna det". Gente che ha saputo fare partecipi delle proprie fortune economiche anche gli altri secondo l’insegnamento che ci viene dalla lettera di San Paolo ai Corinzi sulla carità. Basti pensare alle volontà espresse in vita da Giovan Maria di Bortolo e da Andrea Sacerdote suo figlio, da Bortolo Catanì, da Andrea Catanì, da Annunciata sposata Viotti, da Diaregina e da altri.
La carità è il vincolo della perfezione.
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I PIARDI A GUSSAGO 1830-32

La storia ci dice che dal 1426 sino al 1797 tutto il territorio bresciano passa dal dominio dei Visconti di Milano al Governo della Repubblica di Venezia, tranne che dal 1509 al 1516, quando fu dominio dei francesi agli ordini di Gastone de Foix. Della famiglia Piardi non vi è traccia a Gussago nel corso delle lotte tra le famiglie nobili residenti occorse nei secoli dal XIV al XVIII. I Richiedei, nella persona del nobile e mecenate Paolo Richiedei, sono presenti dal XVII secolo, provenienti da Lavone di Pezzaze. Li troviamo già possidenti nel corso di questo secolo e, per quanto ci riguarda, troviamo che circa nel 1638 un Richiedei sposa Laura Trebeschi da Gussago, più avanti, infatti, anche alcuni Piardi si accasano con ragazze di questa Famiglia. I Piardi vi giungono poco più tardi. Infatti, ancora nel 1852, come risulta da documenti esistenti presso l'Archivio di Stato di Brescia, la famiglia Piardi è largamente proprietaria in Gussago di fondi agricoli coltivati, di case patrizie e coloniche tra cui quella più ampia ubicata tra le vie Stretta e Larga, come dai mappali nn. 1526-1580 con schizzo planimetrico datato: Gussago 25 maggio 1852 e quella colonica di via Manica. Così come risulta al numero di mappa 1573 del vecchio catasto. Di questa casa esiste un abbozzo di pianta del 1852 custodito presso l'Archivio di Stato di Brescia a seguito di proprietà caduta in successione (Eredi Tosini e Brozzoni). Gussago è sotto il Governo provvisorio bresciano per nove mesi del 1797; dipende dalla Repubblica Cisalpina dal 1797 al 1802; della Repubblica Italiana dal 1802 al 1805; del Regno d'Italia dal 1805 al 1815 e sotto gli austriaci dal 1815 al 1859 ed infine dal 12 giugno 1859 è annesso al Regno di Sardegna. Fra la fine del 1700 e l'inizio del 1800 si nota in Gussago un forte incremento di famiglie, evidenza di un risorgere delle attività in un periodo di tranquillità socio- economica, molte sono, infatti, le famiglie che arrivano dalle valli circostanti, in particolare dalla Val Trompia. Bisogna, però, ricordare che molti possidenti avevano già domicilio a Gussago pur non comparendo nei registri anagrafici parrocchiali. Molti capifamiglia, infatti, vi avevano soggiornato in precedenza per motivi connessi all'attività agricola, almeno in forma stagionale. Era tradizione, infatti, che ogni anno, dopo la Madonna Assunta di agosto, in valle cominciassero i preparativi per la partenza verso la pianura bresciana. Caricata ogni cosa, utensili, fagotti e bisacce, su carretti, sistemati i basti sulle bestie da soma, i malghesi della Val Trompia, della Valtellina, della Valle Camonica e di altre valli minori, raggiungessero con le famiglie le cascine delle località di pianura. In queste zone agricole trovavano fieno per nutrire, durante l'intero inverno, il prezioso bestiame, da cui traevano forza di lavoro, carne, pellame, ossi, oltre a latte per i figli e pronto letame, utili quanto indispensabili fonti di scambio e di sopravvivenza. Il grande spettacolo delle corpose mandrie di bovini e delle greggi di armenti che si spostavano lungo i margini dei campi, su strade o capezzagne dell'intera Franciacorta o sulla strada tra la pianura e le località montane detta "bià", come i "bergamini" solevano definire il cammino da compiere in transumanza, caratterizzò certamente il paesaggio del nostro Gussago per secoli, ad ogni ritorno d'autunno e ad ogni primavera. (R. Faroni). Potremmo immaginare così Gussago, ma anche Pezzaze, all'andata o al ritorno unendovi lo scampanio di campanacci e sonagli, muggiti e belati, abbaiare di cani, odore di stalle e richiami di malghesi. La casa Piardi di via Stretta, successivamente nota come Villa Calini, si trova da sempre in esatta corrispondenza con il vicolo del Canale, che corre tra due lunghe muraglie, proveniente dal centro e dalla frazione Palazzina, un tempo conosciuta come "Canton de Gere", vicolo che prima che si provvedesse in questo secolo all'apertura della "via Nöa", ora Martiri della Libertà, era l'unica strada di accesso, guadando il torrente La Canale, tramite appunto la via Stretta, per la Pieve Vecchia di Santa Maria Assunta a Piè del Dosso ed inoltre transito utile per la Forcella che porta a S. Vigilio di Valle Trompia. Dirimpettaia della casa Piardi di via Stretta è l'altrettanto bella ed antica casa Tomasini, che si presenta con un lussuoso portale in pietra, posta, appunto, tra la citata via, il torrente La Canale ed il menzionato vicolo. Il primo dei Piardi a dimorare a Gussago è Andrea proveniente da Pezzaze probabilmente nel 1830/32, verso la fine del mandato del Parroco, Prevosto, Giovanni Antonio Dusi di Ono e l'inizio pastorale di Domenico Lavagnini di Cigole, Prevosto dal 10 dicembre 1836 all'8 maggio 1848. Inizialmente, forse, il primo dei Piardi ha abitato anche a Rodengo, oltre che a Gussago, visto che nel 1842 l'Andrea Piardi è in grado di donare alla Cappellania di Padergnone, poi Parrocchia di S. Rocco, una casa con brolo per farvi risiedere il secondo Cappellano. Non è dato sapere l'esatta motivazione della decisione di scendere a Gussago, si crede, tuttavia, non sia stata una vera, libera, scelta quella di emigrare in un paese della Franciacorta. Un paese ben diverso da Pezzaze con un agricoltura spiccatamente diversa a carattere vitivinicolo e frutticolo di pesche e ciliege inesistente nella località triumplina. Inoltre a Gussago sono presenti, già da secoli, molte figure di nobili quali: Averoldi, Boni, Sala e Caprioli, oltre a famiglie facoltose che rispondono ai cognomi Bonomi, Gasparetti, Resconi, Terzi, le quali si spartivano il territorio gussaghese, a cominciare da quello dei boschi delle circostanti colline. Nel 1850 il valore d'estimo della plaga di Gussago ammontava a 259.733,11 scudi. Nel 1805 gli abitanti di Gussago sono poco più di tremila ed in questo inizio secolo XIX notevole importanza ha nella vita economica del centro franciacortino l’industria serica con le sue belle ed imponenti filande. Si contano in questo stesso periodo sette calzolai, molti fabbri ferrai e maniscalchi nonché dieci sarti. Nel 1812 sono registrati ben diciassette proprietari di "torchi venali" cioè con anche il servizio per conto terzi. (R. Faroni). Nel 1820 vengono segnalati, ancora, nove falegnami e molti sarti, otto calzolai, tra cui quelli della famiglia Angeli e ben ventinove sono i possessori di torchi venali di vino e tredici sarti, tra questi si nota Chiara Viotti Montini. Nel 1830 almeno dieci falegnami, anche un Cancarini, tredici sarti e nove calzolai, sei filande di seta, diversi i capimastri e gli imprenditori per costruzione e manutenzione stradale, otto mugnai tra i quali spiccano i Codenotti tra i cinque di Navezze. Pochi i produttori di paste, ancora si sazia la fame, come era comune uso, con la polenta di granoturco, nonostante il continuo manifestarsi di evidenti fenomeni pellagrosi. (R. Faroni). Più tardi, nel 1841, i Piardi sono già stabiliti a Gussago, vi sono le seguenti attività imprenditoriali: dodici falegnami, quattro maniscalchi, due fabbri ferrai, tre calzolai, cinque barbieri, un macellaio, due prestinari, tre pastai, tra cui un Angelo Ferraglio, e ben cinque mulini tutti ubicati sulla seriola detta Serioletta a Navezze, la valle dei Piardi. Circa quindici anni prima (1816 - 1817) che giungessero a Gussago i Piardi, si legge in alcuni testi, vi sia stata una terribile carestia, anni in cui è parroco di Ronco di Gussago Don Giobatta Casari, originario di Sale di Gussago anche se nato a Travagliato, rimanendovi fino al gennaio del 1853. (da Rinetta Faroni – Ronco di Gussago, Frammenti di storia – Ed. Fondazione Civiltà Bresciana). Nello stesso periodo è parroco della più estesa parrocchia gussaghese di Santa Maria Assunta, ove i Piardi sono fedeli, come detto, Giovanni Antonio Dusi da Ono (1807-1836). Poco più tardi vi giungono i Piardi quando sono ancora vivi nel ricordo della comunità gussaghese la povertà, le malattie assai diffuse unite ad annate agricole assai sfavorevoli; gente, insomma, che conduceva una vita abbastanza difficile ed alla quale si contrapponeva il dominio su di essa di alcune grosse famiglie. Altri testi ancora documentano la carestia del 1829: potrebbe essere la molla che fa partire da Pezzaze, per Gussago, Andrea Catanì (1799). Quando a Milano lo studente di medicina veterinaria Giovanni Battista Piardi (Pezzaze 1812 – Rovato 1866) della famiglia dei Catanì, nell’agosto del 1833 è arrestato in quanto aderente alla "Giovine Italia" di Giuseppe Mazzini, i discendenti appartenenti alla sua stessa famiglia sono già a Gussago ed a Rodengo. Nel 1833, il 10 giugno, muore nella sua casa di Gussago Don Andrea Piardi da Pezzaze, possidente e benefattore. Andrea Piardi Catanì è già titolare della tomba di famiglia al cimitero Vantiniano di Brescia. Nel 1836, quando i Piardi sono a Gussago solo da quattro o cinque anni, si deve registrare lo scoppio del morbo del colera, epidemia che si ripeterà, successivamente, anche nell'estate del 1855. Dalla manifestazione colerosa del luglio/agosto del 1836, diffusasi anche in città di Brescia, prenderà lo spunto Paola di Rosa per svolgere la sua opera di soccorso alle popolazioni la quale, con delle compagne, che sarebbero diventate successivamente le Ancelle della Carità, appartenenti alla Congregazione fondata dalla stessa Paola, nota poi col nome di Santa Maria Crocifissa di Rosa. (R.F.). A Gussago, soprattutto in alcune frazioni, in particolare quella di Ronco, sono presenti, già da prima del 1810, alcuni valtrumplini quali, ad esempio, Andrea Mazzelli, originario di Bovegno e sposo di una pezzazese, certa Teresa Berlandis. Il Mazzelli era a Ronco quale fabbriciere del Parroco Don Casari. Successivamente, Don Giuseppe Mazzelli, figlio di Andrea, reggerà la Parrocchia di Ronco dal 1853 al 1883, e risulta essere approfondito conoscitore della località di Pezzaze per essere stato in precedenza Parroco di Lavone di Pezzaze. (R. Faroni). Nel 1836 Gussago è colpita, come detto, dal colera sviluppatosi nel mese di luglio con evoluzione conclusiva nella seconda metà di agosto. La causa è dovuta alla contaminazione dell’acqua e da alimenti toccati con mani sporche. Nel 1852 Gussago è segnato da una forte crisi economica e l’elenco delle attività artigianali ne dà un chiaro quadro: solo due le filande, un solo impresario quale manutentore stradale, pochi i sarti. Questo è l’anno nel quale si manifesta il male del baco da seta detto "Pedrina" con lo sconvolgimento della sericoltura in cui sono impegnati anche alcuni Piardi, qui come a Rodengo. E’ l’anno in cui si hanno segni evidenti dell’impoverimento dei Piardi. Nel 1860 vi è una sola filanda, quella sita nello stabile di via Stretta, proprio di fronte alla casa dei Piardi Catanì, un solo maniscalco, due fornai, due pastai e sei mugnai, quasi tutti ancora a Navezze. (Rinetta Faroni – Saggi nel proprio mestiere – Artigiani di Gussago – Ed. Compagnia della Stampa – anno 1998). Nel 1867 si abbatte su Gussago, un’altra volta, il colera con sessanta morti su centosessantaquattro infetti. I Piardi si sviluppano a Gussago a partire da Andrea, figlio di Andrea (1765) del ceppo originario dei Catanì da Pezzaze, che prendendo in sposa Elisa Ogna gli dà, come già accennato, oltre a Teodora e Marianna, sei figli maschi: Giacinto, Achille, Cesare, Ernesto e Giovanni, oltre ad Enrico. I primi cinque sono garibaldini al seguito dell’eroe dei due mondi nelle battaglie per le guerre d’indipendenza, infatti, i cinque scappano dal collegio ove si trovano a seguire il normale corso di studi per unirsi all’esercito del generale Garibaldi nella spedizione dei Mille ed a battagliare lungo le vallate bresciane e trentine. E’ accertata la presenza dei Piardi a Montesuello e Bezzecca nonché a Vezza d’Oglio. Nel 1876 muore, nella sua casa di Gussago ove si era ritirato dopo il mandato pastorale di cura d’anime in Brione, il sacerdote Don Angelo Piardi (1806), possidente anche in Pezzaze. I sei fratelli maschi prendono moglie. Giacinto con la valsabbina Nauti da Lavenone dalla quale ha tre figli: Adele, Elvira e Achille; Cesare con Anna Tosini ed ha quattro figli: Elisa, Teodoro, Battista e Andrea (?); Achille con Maddalena Trebeschi ed ha una figlia: Aurelia Anna; Ernesto con Angela Codenotti ed ha cinque figli: Achille Domenico, Nino Angelo, Brigida, Teresa e Marietta; Enrico con Maddalena Trebeschi (vedova del fratello Achille) ed ha tre figli: Giovanni, Elisa e Luigi.; Giovanni di Andrea con Giulia Firmo ed ha cinque figli. Le femmine: Teodora sposa Giuseppe Cancarini ed ha figli; Marianna sposa Olivares da Brescia ed ha discendenza. I figli di Giacinto, dopo la sua morte, emigrano a Milano con la madre all’inizio del XX secolo. Quelli di Cesare, Batistì ripara in Francia durante il ventennio fascista, l’altro è ucciso durante il periodo dittatoriale ed il terzo muore schiacciato da una botte. Elisa sposa Trivella da Carcina e va a fare l’oste in Brescia nella stessa via in cui esercitano la mescita anche gli osti Inselvini, parenti. Aurelia Anna di Achille, per incompatibilità ambientale, da Navezze passa presso una nota famiglia e con questa si trasferisce a Catania dove si sposa con Salvatore Minutola. I cinque figli di Ernesto, noto a Navezze come el Siur Nano, formano famiglia: Achille (1880) sposando Angela Camilla Ghedi ed avendo la lei undici figli; Nino Angelo sposa Carolina Bianca Inselvini ed ha tantissimi figli; Brigida sposa Angelo Reboldi, il mugnaio con la macina sulla seriola di Navezze che si dice, un tempo, fosse uno dei più attivi mulini forse di proprietà di certo Prandino Rinaldino, poi passato ai Marchina; Teresa sposa Piero Mürachet dei Lumini e fa la pizzicagnola; Maria Marietta sposa Silvio Sabattoli. Nel 1915 l’Italia entra in Guerra e, come tanti gussaghesi, anche Achille Domenico è chiamato al fronte nonostante abbia già compiuto 35 anni di età e sia sposato con sei figli da mantenere. Dalla guerra torna con un forte principio di congelamento agli arti inferiori. Giovanni, figlio di Enrico, rimarrà addirittura sul campo senza il piacere di aver potuto vedere sua figlia, riposa a Mori nel cimitero militare. I Piardi, soprattutto Pietro figlio di Achille Domenico, negli anni trenta partono assieme ad altri giovani di Navezze per andare a lavorare a Sampèyre in Val Varaita (Cuneo) a tagliare legna e ad eseguire opere di bonifica montana e costruzione di strade. In provincia di Cuneo, a Brà, si è trasferito Ernesto Faustino Piardi, figlio di Nino Angelo e Bianca Carolina Inselvini, accasandosi con Caterina Mattis (1894 - 1973). Nel 1860 giunge in Franciacorta, quale parroco di Rodengo (Abbazia), Don Antonio Piardi (1801 – 1880) della famiglia dei Catanì da Pezzaze. Patriota in gioventù e da sacerdote, già parroco a Pezzaze. La famiglia Piardi, in particolare quella di Achille Domenico, nonché quella di Luigi di Runcù, è assai conosciuta a Gussago soprattutto per il carattere brioso e un po’ irascibile (biluss) dei suoi componenti maschi. Sono però anche capaci e volenterosi lavoratori della terra e quando vi è l'occasione sanno anche divertirsi e stare in compagnia con coetanei. I gemelli Giuseppe e Pietro figli di Achille Domenico e di Angela Camilla Ghedi da Civine sono i primi a partecipare alla festa di San Giuseppe operaio, ricorrenza che tutti andavano a "celebrare" a Barche di Brione il giorno del 1 maggio. L'impegno si protraeva anche per due giorni o più, soprattutto al "licenzino" di Giovanni Arici (Giuanì de Peder) a Peder di Ome, vicino a Barche, unico locale "autorizzato" alla mescita di vino di propria produzione... e di qualche altra specialità casereccia. Avendo i Piardi, con la complicità di altri, desiderio di gustare una "pollastra" nostrana ma, conoscendo, altresì, quanto fosse la gelosia e l'attaccamento alle proprie cose, perciò anche agli animali da cortile della "Selgia", Cecilia Peli sposa di Giovanni Arici (Giuanì), cercavano una "probatoria" motivazione al fine di convincere... non troppo, la "Selgia" a tirare il collo alla pollastra vista scorrazzare nel cortile del "licenzino". Basta infatti una semplice "bacchettata" sferzata ad hoc ed il ruspante inizia a sbandare...in cerca, inutilmente, del serraglio. L'accaduto è sufficiente perché i "furfanti" richiamino l'attenzione di Cecilia Peli e che la stessa si lasci convincere a passare allo spennamento del malcapitato pennuto ... .Il terzo giorno di festeggiamenti trascorre a Civine a rinverdire i... vincoli familiari e di parentela; a notte fonda del terzo dì la combriccola torna a casa. Una forma di divertimento, per l'epoca, assai usuale. La mattina del quarto giorno la vita riprendeva con l'impegno nei campi. Sino agli anni '30 la famiglia di Achille Domenico è proprietaria e lavora i vigneti nelle seguenti località di Gussago: Barco (sulla curva), La Fam (in Val Morte), Batocol (a Navezze, zona della sorgiva Batoccolo) e Val Mort (Val Morte) con stalletta e sorgiva, poi passata, come attualmente, ai Lumini. Negli anni venti/trenta, di questo secolo, quando la famiglia Piardi si accingeva nella stagione autunnale alla vendemmia, scendeva ad aiutarla Giuseppe Piardi (El Barba) da Pezzaze, figura tipica della montagna valtrumplina ancora ben presente nel ricordo dei Piardi. Giuseppe era cugino di Achille Domenico. Maria Marietta Piardi ben ricorda "El Barba", nelle sue comparse a Gussago, in particolare quella attorno all'anno 1930, a quel tempo aveva sette anni, quando Giuseppe Piardi porta in dono a lei una bambola ed al fratello Andrea di nove, un pallone. In questo periodo si aprono i "licinsì" osterie stagionali ed anche Achille Domenico svolge la mescita di vino di propria produzione, "telequal". I Piardi lavorano i campi ma dispongono con difficoltà di danaro liquido così che, per avere qualche centesimo da spendere la domenica all'osteria, dagli anni venti andavano di notte, col chiar di luna, "a fa ‘l patöss", rastrellare fogliame sulle colline di Navezze da vendere come strame da lettiera a famiglie che possedevano animali. Da questo lavoro notturno ricavavano, forse, due lire (?) per la divertita domenicale all’osteria. Gussago subito dopo la prima guerra mondiale diviene centro di plaga della Gioventù Cattolica. Dal 1922 in poi la vita democratica è sempre più contrastata dalla violenza politica che nel 1922, appunto, fa la prima vittima. Numerosi altri sono gli episodi che accadono tra gli ultimi mesi del 1924 e quelli del marzo 1926. Episodi che segnano anche la vita della antica famiglia Piardi, soprattutto quella di Cesare figlio di Andrea Catanì negli affetti più cari. Nel 1931 si verifica una devastante alluvione dopo la quale i gussaghesi istituiscono la festa devozionale del Redentore. I Piardi ben ricordano i danni patiti nei loro beni. Quando nel giugno del 1940 scoppia la guerra diversi Piardi sono alle armi, da richiamati o di leva o arruolati per l’occasione. Vanno alla guerra: Achille di Luigi facendosi più di una decina d’anni lontano da casa, Ceco di Achille è ferito in Albania, Cesare Gino fu Giovanni è anch’egli in guerra e poi in prigionia, e molti altri. Alla fine del 1941 Angelo Piardi di Achille Domenico emigra in Germania, cercando lavoro e, purtroppo, dopo poco tempo, nel febbraio 1942, trova la morte a Zweibrucken a soli 36 anni, padre di quattro figli e di un quinto, Angelo, che arriverà dopo la sua morte. Noto a Navezze di Gussago il particolare comportamento dei Piardi, i quali, ben difficilmente camminavano per strada in compagnia della moglie a braccetto, infatti, era un comportamento generalizzato della famiglia, anche se non motivato, forse per pudore. Ci si poteva facilmente imbattere di incontrare prima la sposa indi, in ritardo di alcune decine di metri, il di lei marito. E' un dato di fatto, ma nessuno è in grado, neanche tra i Piardi tuttora viventi anziani e nemmeno nell'ambito delle consorti di spiegarlo. Oggi a Gussago dimorano i Piardi distinti in quattro famiglie principali: "i Runcù" (da Cascina Ronconi in Val Morte a Navezze), abitata dagli stessi sin dal 1927 a partire da Bigì (Luigi) dei Runcù figlio di Enrico. "chei de la palasina" figli di Giovanni, morto in guerra 15/18 "chei de la Bianca" dal nome di battesimo di Bianca Carolina Inselvini moglie di Nino Angelo Piardi (fratello di Achille Domenico, entrambi figli di Ernesto) "chei de Achile", Achille Domenico Piardi (classe 1880) figlio di Ernesto Della famiglia "i Runcù" vivono tutt'oggi a Gussago: Achille ed Enrico dimoranti a Navezze e Giacinto a Casaglio, con figli e nipoti. L’altro fratello, Giovanni, decede il 3 marzo 1997. Di quelli "de la Bianca" vivono a Gussago ed a Brà solo i nipoti ed i pronipoti. Dei figli di Achille Domenico, "Chei de Achile", vivono tutt'oggi a Gussago: Angela - Giulia e Maria - Marietta con i suoi figli, oltre ad uno stuolo di nipoti e pronipoti discendenti dagli altri loro fratelli. Di quelli "de la Palasina", figli di Giovanni, vive solo Guerrina Piardi maritata Balotelli, sorella di Cesare Gino e di Elisa madre dei Bonfadelli. Tra i figli più noti di Achille Domenico spicca a Gussago la figura di Marianna Piardi, Cavaliere al Merito della Repubblica, per titoli acquisiti nel campo del sociale, dell'amministrazione della cosa pubblica e nel campo del lavoro di fabbrica e della formazione cattolica giovanile. La notorietà di Marianna era ed è tuttora viva al punto che tutti i nipoti Piardi, figli dei fratelli, al fine di una chiara individuazione della famiglia Piardi di appartenenza, venivano definiti "nipoti di Marianna", infatti alla domanda "de chi set fiöl dei Piardi?" la risposta era "niut de la Mariana". L'uso di una moto quale mezzo per recarsi al lavoro in fabbrica è assai inconsueto a Gussago per quei tempi da parte di una signorina al punto di non essere .... ben vista dai "benpensanti" ma la caparbietà del soggetto unitamente alla serietà generale del suo comportamento faceva desistere chiunque dal procedere a critiche nei suoi confronti. Molte sono state le passeggiate in vespa negli anni quaranta e cinquanta di Marianna con la sorella Maria Marietta al punto che forse erano le uniche ragazze che all'epoca avevano già conosciuto le Alpi italiane in particolare modo le Dolomiti per averne percorso con la vespa tutti i passi, sovente in compagnia di Libera Botti, amica e parente. L'inizio del lavoro in fabbrica da parte di Marianna fu presso la società Breda Meccanica di Brescia nel 1938 quale addetta alle macchine utensili, tornio e fresatrice, unitamente ed alla pari dei compagni di lavoro maschi. Forse un inizio, ante litteram, dell'azione di "pari opportunità" tra uomo e donna, esigenza sfociata in Italia soltanto trent'anni dopo, negli anni settanta/ottanta. Ancora oggi a Gussago esiste con quella della casa originaria di via Stretta, forse, l'unica vestigia, quale retaggio antico, attribuibile al Casato Piardi, il portale quattrocentesco in pietra, con arco a tutto sesto dotato di modanature e dentelli, d'ingresso al cortile ubicato a Navezze al vecchio numero 46 dell’omonima via, ora via S. Vincenzo 39. Abitazione in cui morì Achille Domenico Piardi (1880) il 30 gennaio del 1938 alle ore 16,01. Il portale, pur nella più ampia sobrietà, è di una maestosità per la mole e per la luce che riesce a dare al fabbricato interno posto in circolo al cortile. In questo cortile con le abitazioni a ringhiera hanno vissuto quali ultimi discendenti Piardi e più a lungo di altri i fratelli Francesco, Andrea, Maria-Marietta e Marianna. Gli ultimi in assoluto a lasciare la casa paterna sono stati i fratelli Francesco (1911) con la sua famiglia il 31 marzo 1958 ed Andrea con i suoi per recarsi ad abitare al villaggio La Rocca, sempre a Gussago. Tornando al portale d'ingresso ci pare giusto ricordare che lo stesso ha visto il succedersi degli avvenimenti felici e tristi di tutta la vita del Casato Piardi e anche di quando, ad esempio, qualcuno di questi ebbe l'idea di iniziare la mescita di vino stagionale. Infatti ancora si può chiaramente leggere sulla pietra bianca dell'arco la scritta "vendita de vi telequal". Nel senso che la mescita del prodotto frutto dell'uva e del loro lavoro negli estesi campi di proprietà del Casato avveniva così come derivato dal risultato della fermentazione naturale dell'uva senza l'aggiunta di alcunché, appunto "tale e quale". (Telequal). Questa attività stagionale, però, già faceva presagire la non brillante conclusione dell'avventura Piardi, terminata, poi, nell'inverno del 1939-40, dopo la morte di Achille Domenico e di sua moglie Angela Camilla Ghedi nel 1939 col ... pagamento del debito ai creditori, da qualcuno ancora oggi ritenuto troppo affrettato pur con incombente ipoteca. Oltre, come detto, alla Casa Patrizia, con annessa zona colonica, ubicata tra la via Stretta e la via Larga, zona di Piè del Dosso, poi nota come "Villa Calini" abitata dalla contessa, i Piardi antichi posseggono, sino alla seconda metà del secolo XIX, anche la casa colonica di via Manica, poi dei Venturelli, ma abitata dai braccianti Peroni (Sora) dell’antica famiglia detta Santo Molinaro, sino agli anni novanta del XX secolo. Proveniente dal centro del paese e dalla zona della Palazzina era noto, ancora esistente per la gran parte nella sua antica struttura, il già citato angusto vicolo del Canale, molto transitato prima che le autorità comunali aprissero in questo secolo la via Nuova. Vicolo corrente tra due bellissime muraglie di cinta e che ancor oggi termina contro la facciata della ex casa Piardi immettendosi sulla via Stretta. Cammino necessario per raggiungere da Piè del Dosso tramite il passo della Forcella, l'intera Val Trompia e salire a Pezzaze passando per la frazione Lavone. Rinetta Faroni, in Gussago - I Borghi ritrovati, così definisce il luogo degli antichi Piardi: "In via Stretta aleggia una parte dell’anima segreta di Gussago. Nella chiusa riservata dimensione ritroviamo i silenzi di cui abbiamo quasi genetica nostalgia. Fresca di ombre durante l’estate, accogliente quando le giornate di nebbia leggera avvolgono in una cortina di umido grigiore i suoi muri, questa strada è da percorrere seguendo il filo dei pensieri". Quando sono gli anni cinquanta ed a Navezze passa Barbarina, quella donnetta cortese e fine che vive in casa Ferrari (Macinato), vendendo panini dolci, i ragazzi Piardi difficilmente possono averne e, quando, raramente, fosse successo "mai na coreana, na pagnuchina o ‘n persec èntrec" sapete, quel dolce colorato di rosso formato da due metà unite da marmellata… . Comunque Bruno, semmai Zia Brigida gliene avesse dato un pezzo, condiviso coi cugini Sergio e Claudio, corre a casa dalla madre chiedendo un pezzo di pane…onde accompagnarlo, come di dovere, al cibo. Giuseppe da sposato, dopo un breve periodo alla Fontana in casa di Luigi Arici sposato con Anna Vinati da Noboli, va a vivere, fino alla fine dei suoi giorni, in casa di Maria di Raù sua sposa. La zona è quella di vicolo dell’Alfiere nei pressi della serioletta dei Venturelli, al mulino già dei vecchi possessori Andreoli affittato ai Mafessoli e poi, forse nell’800, a una Giulia Codenotti sposata Goffelli. (R. Faroni). Piero dopo la casa di Navezze col padre e quella di Piè del Dosso, frazione di origine della moglie, emigra in Argentina, dalla quale tornerà soltanto l’11 marzo 1984. Francesco, dalla casa paterna di Navezze passa a quella in località Fontana, presso Palmira e Nene Bonomi, sorelle di Teresa sposata Mingotti, quelli della distilleria, detti Ferare. E’ in questa nuova dimora che nella primavera del 1958 si affaccia sulla soglia, per salutare i suoi nipoti Teresa e Francesco, Anna Vinati Arici, zia Aneta, sposa dello zio paterno di Teresa. In questa circostanza le viene offerto un caffè, ovviamente ancora alla maniera antica, col pentolino, e sulla base degli ingredienti classici: caffè di cicoria e di estratto per la colorazione e la successiva decantazione. La cosa sembra passar liscia ma non sarà così, infatti, all’indomani Anna torna in casa Piardi con una caffettiera moka-espresso e relativo idoneo caffè. Lo stesso giorno il vecchio pentolino di casa Piardi termina il suo lungo e lodevole servizio finendo scagliato, a cura di Francesco, sul tetto della legnaia di casa. Da questo giorno gli incontri con zia Aneta si intensificano formando un bel e consolidato rapporto anche con i figli di lei, Pietro e Giuseppe, e quelli di Francesco (Rosangela, Achille, Bruno) seppur più giovani. La caffettiera è tuttora conservata da Teresa anche se il marito, alcuni mesi dopo, gliene regalò un’altra di diverso tipo detta Vesuviana, proprio col filtro da macchina caffè espresso come al bar. Dopo aver cercato di acquistare, nel 1963, la vecchia casa padronale di via stretta, casa paterna dei Piardi sin dall’arrivo a Gussago, nel 1965 passa nella nuova casa da lui costruita nella Breda degli Arici provenienti da Barche, proprio nei pressi delle antiche proprietà Piardi. Per il tentativo di acquisto della casa Francesco si reca sul posto accompagnato dal figlio Achille, curatore di questa ricerca. Alla fine del 1958 un Piardi compera per la sua famiglia, in occasione del Natale, un apparecchio radio di marca W., quello dall’occhio magico, dalla ditta Peroni ed un orologio a pendolo, quest’ultimo per cinquemilalire importandolo dalla Svizzera per mezzo di un gussaghese lavoratore emigrante, un santo casaglione, come all’epoca si usava ancora definire gli abitanti della frazione Casaglio. Sono segni evidenti dell’arrivo, anche nella valle di Navezze, la al del patöss, del boom economico italiano, già in atto da qualche tempo. Nel 1960 in diverse case Piardi giungono il frigorifero acquistato presso i Ghidinelli, a rate e senza interessi, ed anche il televisore. Francesco, il televisore, l’acquista da certo Antonini da Castegnato, suo amico cacciatore, convincendolo nell’acquisto. La lira vale ed i commercianti con questo espediente triplicano le vendite. Quella famiglia forse oggi non conserva più il televisore e nemmeno il frigorifero, soppiantanti dalla tecnica ed anche dall’usura, ma "la radio" sì, e la pendola istess! Qualcuno in questo periodo, molto avvedutamente, pensa alla casa in proprietà. Un sogno che, forse, può diventare realtà, visto il denaro "chè cor per le ma". Così fanno molti fratelli Piardi che qui amabilmente chiamiamo col loro nome, magari, in espressione dialettale: Ceco e Andrea; Achile e i suoi fratelli Cinto e Gioanì al Monticello; Cesare Gino nel suo campo verso le Fratte ed anche Guerina, questi ultimi figli di Giovanni; Piero e Cici figli di Nino, detti Chei de la Bianca, uno va Ronco in via Mariola e l’altro a Navezze ambedue nelle loro nuove case. Andrea nel 1960, dopo diversi periodi di lavoro in Svizzera è alla nuova casa de La Rocca in Gussago. Le sorelle Maria - Marietta e Marianna nel 1956 sono già andate poco più su, sempre a Navezze, nei pressi, alla casa da loro acquistata nell’ambito del cortile ex Zanotti ora Frau. Cortile ove avevano già vissuto nel XIX secolo i Piardi figli di Andrea – Catanì (1799): Achille sposato alla Trebeschi; Rico padre e nonno dei Runcù, di quelli della piazza da noi chiamati de la Palasina ed anche dei Burtuleto. Quel Rico che poi si trasferirà con figli al seguito, dove ne avrà altri, alla casa colonica della Breda Odorici alla Palazzina (Piazza). Brigida di Achille Domenico, a questo tempo, già viveva a via Carrebbio con lo sposo Emilio de Puntel. Giulia dal 1929 già vive in contrada del pesce a valle Villa di Gussago dai Serina. Angela andata in sposa a Paol di Nas, era già mancata, prematuramente, senza dargli discendenza. Angelo, il primo dei figli, sposato a Teresa muore precocemente in Germania, come detto. Nino Angelo e Bianca Carolina muoiono dopo la guerra ‘40/45, dopo aver cresciuto molti figli, nel loro impegno di portalettere e vetturini per mezzo di un calesse. Molti sono gli imparentamenti dei Piardi con i casati gussaghesi, per tutti citiamo, rinviando per gli altri alle specifiche voci del glossario, quello dei Lumini detti Murachecc. Le ragazze Lomini (Lumini), della famiglia poi imparentatasi con i Piardi, risultano essere state nei secoli precedenti per diversi decenni ostetriche di Gussago con "condotta". Negli anni venti si sviluppa la Filodrammatica Femminile. A Gussago è un’attività apprezzata quale bella occasione di cultura protrattasi fino agli anni ’50, quando viene soppiantata dai nuovi mezzi della tecnica. Marianna, sua sorella Maria - Marietta, con Teresa Dolzanelli, Libera Botti e tante altre, guidate da Don Giovanni Fogazzi, si impegnano in questa attività teatrale. L’interpretazione di personaggi più salienti è per Marianna. In I Piardi a Pezzaze sono evidenziati i tanti sacerdoti che il casato ha generato quale dono alla comunità dei credenti. Non vogliamo mancare di fare altrettanto con le numerose "scete" o "croge" professe delle diverse congregazioni religiose. Le ricordiamo qui, per tutte almeno: Suor Gabriela, Tersilla dei Valì; Suor Elena, dei Pélès; Suor Silvana della Santissima Trinità, Silvana Ratti figlia di Maria Piardi de la Chichera. Ma vogliamo chiudere anche con i nomi degli unici due sacerdoti Piardi oggi in cura d’anime: Don Gian Piero del Burtul di Mafé e Don Angelo del Cici dè Ruc. Qui congiuntamente citati, pastori in diverse diocesi, quale auspicio di unità tra le famiglie pezzazesi e gussaghesi del casato.
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I PIARDI DELLA TERRA MANTOVANA

I PIARDI DELLA TERRA MANTOVANA I Piardi delle Piarde, le terre golenali del Po. Dei Piardi, del Piardo, sorti a Pomponesco, abbiamo fatto cenno in Origine e significato del cognome. C'è chi sostiene che i Piardi siano nati tutti qui e che questa famiglia, il Casato, sia, appunto, della terra di Virgilio (Publio Virgilio Marone). Pomponesco ne sarebbe la loro vera culla, sull’argine di sinistra del Po. Il padre sarebbe Jacomo del Piardo, un ufficiale spagnolo che ha in assegnazione, per meriti di spada, delle terre soggette a sommersione in dipendenza delle piene stagionali del principale corso d’acqua italiano. In questo luogo ove il Po compie ampie anse, quella che va da Pomponesco a Viadana, Cizzolo, le Chiaviche sino alla immissione dell’Oglio. Luoghi con paesaggi stupendamente piatti ricchi di fascino dove l’occhio dell’uomo può spaziare traendo momenti di riflessione. Più interna è Sabbioneta, nota in tutto il mondo come l’Atene dei Gonzaga. Luogo dove si trasferiscono i Piardi, almeno in parte, quelli della famiglia da cui provengono Paolo ed Isabella. La famiglia dei Piardi del Po, nata dal nulla, cresce nello stesso momento in cui si sviluppano i Corradi di Gonzaga di Mantova. Quei Gonzaga che diventano Signori di Mantova vincendo i Bonacolsi. La genealogia dei Piardi a partire dal primo detto Jacomo è bene evidenziata nello studio operato da Isabella Piardi da Sabbioneta al quale rinviamo nel capitolo Piardi nati nel mantovano. Alcune note su questa famiglia ci sono state proposte da Paolo Piardi che riferiamo alla specifica voce del glossario. Un breve cenno, sulla base di quanto ci è pervenuto, meritano i personaggi figli di Baldassarre, quelli di Giuseppina da Curtatone, gli zii della quale tutti, tranne il padre, emigrano, alla fine del XIX secolo, in Brasile. Per questi Piardi del Po invitiamo a prendere visione di quanto annotato alle voci Walter, di professione medico, di suo figlio, vivente negli Stati Uniti, dell’altro Walter, che dimora nel bergamasco, di Oreste, padre di Giuseppina. Interessante può risultare la lettura delle righe annotate in calce alle voci: Viadana, Sabbioneta, Pomponesco, Cizzolo, Gualtieri, Gonzaga ed alle molte altre inerenti voci del glossario. Le fondamentali origini di questi (dei) Piardi sono state indicate oltre che in Origine e significato del cognome Piardi anche in Presentazione ed Introduzione. Dalle notizie di cui siamo venuti in possesso, siamo spinti a ricordare, almeno, la famiglia detta Gnoca, soprannome derivante dal mestiere esercitato dal fornaio Cesare i cui discendenti, tra cui Adelmo ultimo di cinque figli appassionato pescatore del Po spesso dedito a salvataggi, oggi risiedono a Gualtieri. Per la storia di questa famiglia delle Piarde mantovane vedi anche alle voci: Isabella e Paolo da Sabbioneta, Cesare e Adelmo. Ed anche al capitolo Piardi nati nel mantovano - genealogia. Come non fare un cenno, prima di giungere al capitolo della genealogia dei Piardi Bergamaschi, alla loro nascita ai piedi delle Alpi Orobiche? I Piardi più antichi di questa terra i quali, da quanto abbiamo rinvenuto, principiano il casato bergamasco all’ombra del Colleoni e sulla scia, un secolo più tardi, delle sua gesta emulandolo però nel diverso campo dei commerci, rispetto alla sua azione di condottiero di ventura, colle genti del grande bacino del Mediterraneo per conto e col consenso della Serenissima Repubblica di Venezia. Infatti Orazio nel XVI secolo dopo aver sposato la figlia del De Mangillis ha Venanzio ed è proprio questo suo figlio a trasferire "momentaneamente" la famiglia a Venezia. Potremmo e dovremmo continuare a parlare a lungo di questi Piardi, tuttavia riteniamo a tale riguardo dover rinviare a quanto riportato al capitolo Piardi Conte Palatino ed a quello in cui viene esposta la genealogia dei Piardi nati nel bergamasco e nei territori di Venezia. Utile può risultare la lettura di molte voci specifiche del glossario relative ai più noti personaggi Piardi dè Bèrghèm, come i dis i Bresà o dè Bèrgom come i dis i bergamasc, annotati in genealogia.
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GLOSSARIO

I rapporti di parentela dei diversi casati conseguenti al matrimonio con i Piardi indicati alle rispettive voci non sono certamente esaustivi, infatti, in genere, sono stati riportati quelli segnalatici dalla famiglia di origine o di acquisizione.
Dalla lettura della genealogia dei Piardi nei diversi capitoli si potranno meglio conoscere i molteplici imparentamenti con i Piardi. Alcune date di nascita o di morte possono non essere in sintonia con quelle indicate nelle diverse genealogie a causa dei molteplici cambiamenti pervenuti in forma non tempestiva, in tal caso fanno fede quelle esposte nell’ambito genealogico.
Alcune altre date sono frutto di deduzione soprattutto in relazione all’età certificata il giorno della morte.
A molte nomi di località o di persona è stato riportato, nel contesto o nel testo, l’avviso "vedi", per completezza, comunque, nella ricerca, per ogni singola voce o nome che possono interessare, verificare la relativa presenza nel glossario in ordine alfabetico.
I Piardi sono indicati rispetto al nome di battesimo.

ACHILLE PIARDI: nato a Gussago il 14 giugno 1846, figlio di Andrea dei Catanì, sposo nel 1871 (?) di Maddalena Trebeschi e padre di Aurelia Anna. Muore in giovane età a Gussago. E' uno dei cinque fratelli garibaldini (vedi) presenti a Bezzecca, Montesuello, Valli Giudicarie e Vezza D'Oglio. Alla morte di Achille la moglie sposa, prima del 1885, il fratello di lui Enrico (1853).

ACHILLE PIARDI: appartiene ad una famiglia Piardi di Milano (vedi alla voce Milano), nato a Sarezzo (Brescia) il 13 settembre 1890 e deceduto in Milano il 17 gennaio 1945 ove era residente dall’8 ottobre 1925. E' figlio di Giacinto Piardi (Pezzaze 1848) dei Catanì di Gussago.

ACHILLE DOMENICO PIARDI: nato a Gussago nel 1880, figlio di Ernesto e di Angela Codenotti (vedi), probabilmente "dei Palasà" (vedi) di Navezze (vedi). Sposa nel 1904 Angela Camilla Ghedi (vedi) da Civine dalla quale ha undici figli: Angelo, Pietro, Giuseppe, Angela Mecia, Angela Giulia, Francesco, Brigida, Marianna (Marianì), Marianna, Andrea e Maria Marietta di cui nove formano famiglia. Nota e stimata per il suo impegno è Marianna (vedi). Achille va militare, in guerra 1915/18, pur avendo sette figli piccoli, il primo era nato solo nel 1905. Molti altri gussaghesi rimangono ...a casa, non si sa perché. Torna a casa usando il tram per recarsi da Brescia a Gussago, ma qualcheduno "ben pensante" di Navezze, pensa di impedirglielo senza riuscirvi. Infatti, Achille dà dimostrazione della tipica caparbietà di famiglia! Achille Domenico quel giorno, tornava a casa con una gamba congelata. Con la sua famiglia, oltre ai terreni propri, lavora il vigneto dei Masöcher (vedi) e (Mosca) Zanotti (vedi) disposto a terrazze sulle pendici inferiori della collina detta "Dosso di Mezzane" nella zona di Navezze, al limitare della cava attigua allo stabilimento della calce Buffoli; lavora anche alcuni appezzamenti di proprietà dei "Ferare/Ferara" Mingotti (vedi) di Gussago. (Da colloqui con Maria – Marietta Piardi sua figlia) Una famiglia, dignitosamente povera, quella di Achille Domenico, negli anni venti - trenta, tuttavia anche in questo periodo tra le due guerre una fetta di polenta con una di salame ed un bicchiere di vino non sono mai mancati nemmeno per i cugini e per i figli di questi. Muore all'età di 57 anni a Gussago alle ore 16,01 del trenta gennaio 1938 nella casa di via Navezze 46, lasciando nove figli di cui tre ancora minori, oltre alla sposa. E' l'ultimo dei Piardi a morire, da proprietario, nella casa paterna anche se i figli continueranno a viverci sino al 1960. Per la sua vita vedi anche alle voci: Marianna, Maria – Marietta (1923) e Giulia (1910). Il 6 maggio 1998, nella sua casa di Navezze dove vive da quando si è sposata, la figlia Marietta racconta: "Nella casa di mio padre c'era posto per tutti: poco importava che fossero parenti o meno e quest'ultimi fossero puliti o no. Tutti li rifocillava come poteva, magari anche con una sola scodella di minestra, ovvero una fetta di polenta, e poi anche i più umili, li faceva accomodare su un pagliericcio di balle di fogliame (patöss) affinché passassero la notte. Non mancava, nella sua casa, nemmeno la presenza del sacerdote che negli anni venti e trenta era addetto alla sussidiaria chiesa di San Vincenzo Ferreri a Navezze. Infatti, la visita di questo sacerdote era frequente ed anche per lui un posto a tavola c'era sempre, magari solo per una ciotola di minestra o di fagioli. Noi ragazzi, io che ero la più giovane ancora di più, ci lamentavamo un po’ di questa sua generosità, ma lui era così, quel poco che aveva era per tutti, soprattutto per gli altri. Alla sua morte lascia una somma in onore della Madonna dei Combattenti, lui che era solito ascoltare la messa senza entrare in chiesa, ma sulla porta. Ricordo, infatti, che sempre mia madre Angela gli rammentava: "Chè nif en zo a fa chi, sè sti dè fò?". Frequentano la casa di Achille anche i componenti della famiglia Orizio, più nota come i D’amore, abitanti nella casa di Navezze poco lontana cortile dei Zanotti ora Frau. In questo cortile le sorelle Marianna e Maria – Marietta acquistano poi casa nel 1956. (Testim. Maria – Marietta maggio 1998).


ACHILLE PIARDI: dei "Runcù" nato a Gussago nel 1915, vivente, figlio di Luigi. Lavoratore della terra col nonno Enrico, col padre Luigi e con i fratelli: Giovanni, Giacinto, Enrico ed anche con i cugini, figli della zia Emilia orfani del padre Giovanni, oltre a quelli della zia Elisa Piardi Bonfadelli alla Breda della famiglia "Odorici" (vedi) ed ancora, dal 1927 a Navezze alla Cascina Ronconi (vedi). Achille, con Enrico, sono i due eccellenti e chiari narratori delle vicende antiche dei Piardi a Gussago, quelle vissute ed anche quelle loro tramandate dal padre Luigi e dal nonno Enrico, il più giovane dei sei fratelli Piardi, figli di Andrea Catanì. Ai Ronconi (vedi) vive tutta la famiglia patriarcale di Bigì dei Runcù sino all'inizio degli anni cinquanta; successivamente solo quella di Achille, col fratello Enrico, e la madre Rosa Colosio, infatti, Bigì è mancato già nell'ottobre 1951 dopo 38 anni di vita coniugale. Nel 1948, Achille, dopo che ha avuto Maria Rosa, scende al vicolo del Mincio in casa Inselvini, per far ritorno ai Ronconi, definitivamente, nel 1952 quando rimarrà con la sola sua famiglia. Sarà lui, infatti, ad avere col fratello Enrico (scapolo), il diritto di rimanere ai Ronconi, dopo insorti gravi e rovinosi eventi atmosferici abbattutisi sulla campagna da loro lavorata ponendo in ginocchio la famiglia come del resto le famiglie gussaghesi dedite alla campagna. La sua attività presso lo stabilimento Buffoli e la lavorazione del vigneto ai Ronconi dà sufficiente garanzia al proprietario della cascina Luigi Bonometti il quale a sua volta, avallando, garantirà i fornitori creditori della famiglia Piardi. Achille ha due figli e cresce la famiglia con il determinante aiuto della moglie Milì (Angela Bettenzana), risanando dignitosamente con un impegno decennale le finanze familiari. Scende dai Ronconi, pur continuando a lavorare il podere, nel 1967 per vivere nella casa, recentemente ristrutturata, acquistata a Navezze di fronte all'osteria del Magher, soprannome di Angelo Zanotti (vedi), primo titolare dell'attività di mescita. Da giovane Achille ha, tra l'altro, iniziato a lavorare al Medol di Navezze, cava e fabbrica della calce da costruzione all'insegna Buffoli e poi all'omonimo stabilimento di Concesio. Nel 1936 parte militare, assegnato all'artiglieria da montagna consegue il titolo di graduato di truppa a Vipiteno. Col primo richiamo alla leva è a Torino, col secondo si trova a Osoppo (Udine) e così via sino al quinto richiamo quando lo troviamo a Belluno. Nel 1940, dal sei al dieci giugno, è sul fronte occidentale ed ancora nel 1940 è sul fronte di guerra greco - albanese. Dall'8 settembre 1943 sino al 1945 è in Germania, internato nel campo di concentramento di Neubrandenburg nella regione Meclemburgo (ex RDT). Successivamente, sapendo lavorare la campagna, è trasferito dalle autorità militari tedesche presso le abitazioni di contadini tedeschi di Waren, zona del Mar Baltico, vicino al confine polacco. Cerca di tornare in Italia nel 1945 ma, passando, l'11 ottobre nei pressi della località slovena di Maribor, vicino al confine austriaco, con altri soldati, è fatto prigioniero dai partigiani slavi "Titini" di Tito e condotto in Slovenia nei pressi della suddetta località. Torna a casa quando ha già compiuto trent'anni di età con undici anni di servizio alla Patria, nella speranza che ciò sia servito alle future generazioni. In più occasioni, anche alla presenza del fratello Enrico, ha avuto modo di affermare, in relazione alle disponibilità economiche delle famiglie Piardi di Navezze negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale: "Chè ghera argot, nano, l’era el to nono Achile. A lü ghera tucat le cà de sota en del löc che a Neeze. Che dè noter, ghè n’era mia!" Per i suoi figli vedi anche: Cirelli e Montanari. Achille è la mente storica, assieme al fratello Enrico, per i Piardi di Gussago con particolare riguardo alla storia del loro arrivo da Pezzaze e per la ricostruzione genealogica della numerosa famiglia di Andrea (1799) comprendente Enrico (1853), ultimo nato, loro nonno.

ACHILLE FRANCESCO PIARDI: Gussago, classe 1903, figlio di Nino Angelo e Bianca Carolina Inselvini, per trentacinque anni stradino municipale a Gussago negli anni trenta/sessanta. Da giovane lavora per quindici anni come cavatore di pietre al "Medol" di Navezze, fabbrica di calce della ditta Buffoli di Gussago ove subisce forti danni alla vista. Da ragazzo, per problemi di deambulazione, non si reca a scuola per apprendere a leggere e a scrivere. L'intercessione dei Santi delle Riviere (Sancc de le ere/riere) è da ritenersi miracolosa all'età di dieci anni. La mamma Bianca Carolina, assieme a tutti i figli conduce, durante la festa patronale d'agosto, alle Riviere anche Francesco Achille. "I Sancc de le ere/riere ... i ga fat la grasia" ... ? non si sa, comunque Francesco Achille cammina. Achille Francesco sposa Agnese Trebeschi (vedi) ed ha una figlia: Bianca. Muore a Gussago il 7 ottobre 1976.

ACHILLE GIOVANNI PIARDI: Gussago, classe 1948, figlio di Francesco (vedi) e di Teresa Arici (vedi), curatore di questa ricerca.
Omissis … (Dall'opera I PIARDI, Volume I)

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