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Questo sito nasce da un'idea di Achille Piardi, il quale dopo anni di ricerche e dopo aver redatto una prima versione della biografia sulla Famiglia Piardi è alla costante ricerca di nuove informazioni... se anche tu sei un Piardi... continua a navigare tra queste pagine!!!


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I LUOGHI dei Piardi, approfondisci sulle diverse località legate alla famiglia Piardi:

> Pezzaze
Pezzaze - chiesa di S.Apollonio
> Pomponesco
> Viadana
> Dosolo
> Gussago
> Portiolo
> La piarda, una piarda, le piarde;
la piarde et une piarde = I Piardi


> Pezzoro
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> Lavone
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VITA DA CONTADINI: i PIARDI in Valtrompia, in Franciacorta, (...) e nel Mantovano.

VITA DA CONTADINI: i PIARDI in Valtrompia, in Franciacorta, nella pianura bresciana e nel Mantovano.
La Cascina, la casa colonica e la Corte, con ampia aia polifunzionale piena di gioie, speranze e di tutte le fasi della vita di ciascun dimorante.

La corte, la cascina o casa colonica con ampio cortile sfruttato per ogni esigenza ed uso, nelle nostre campagne, fu per secoli non solo la dimora della gente di campagna o di coloro che la campagna, la terra, lavoravano, bensì la culla di un'intera civiltà; di un peculiare stile di vita che poco o nulla aveva a che fare con la città e molte volte anche con il succedersi delle cose e degli avvenimenti paesani. Nella casa colonica c'erano, infatti, altri ritmi e altri tempi: tutto si svolgeva in perfetto equilibrio con la natura, che, nel bene e nel male, la faceva da padrona.


Il Po a Viadana, Pomponesco, Dosolo, Cizzolo di Viadana, Brescello, Gualtieri e Guastalla nel Seicento. (Archivio Maldotti, Guastalla. Boedehner sec. XVII. In Opere scelte di Anselmo Mori: Note storiche intorno a Brescello, Boretto, Gualtieri, Guastalla; anno 1997. Edizioni Diabasis)

Vivere poi in cascina staccata completamente dal paese, come accadeva in quelle della bassa pianura bresciana, era addirittura un altro mondo, ti dava però la certezza, anche nei tempi più bui, di una casa e di un lavoro (necessario per sfamare famiglie sempre più numerose), anche se questa certezza era legata alla sottomissione padronale necessaria per evitare inattesi traslochi a San Martino, l’11 di novembre, con la fine ufficiale dell’affittanza agricola coincidente con il termine dell’annata agraria. In quelle ove dimoravano i Piardi del mantovano si traslocava il 29 Settembre, a S. Michele; infatti, si usava dire “… fa San Michel”, in luogo del “… fa San Martì” dei cugini bresciani, franciacortini e valtrumplini.
Vivere in campagna significava sicuramente fatica, miseria, talvolta la derisione della gente di paese, che apostrofava i contadini ed i loro figli con parole e detti poco edificanti.
Significava, tuttavia, anche solidarietà, condivisione d’esperienze con uomini in simili condizioni, entusiasmo ed orgoglio per lavori ben eseguiti, che la terra, quando si mostrava generosa, ripagava con buoni frutti.
Ancora nella prima metà del Novecento, il tempo qui si era un po’ fermato: sopravvivevano riti e tradizioni, religiose o pagane, ormai scomparse nel vicino centro abitato. Le cascine erano microcosmi autosufficienti. Talvolta per il numero di persone che vi abitavano (come in quella della bassa bresciana con anche cento - centocinquanta) erano piccoli paesi, con tanto di scuola, chiesa e talora negozio, dove tutto era perfettamente organizzato.
In Franciacorta erano di minore possanza e non così staccate dal contesto paesano; così come quelle di Valtrompia, in particolare della valletta laterale, lungo il corso del Morina, ove è ubicata Pezzaze. Entità ed agglomerati umani più piccoli anche se in Valle di Dèndó, sotto Avano, come nello stesso sito di Avano, esistevano vere e proprie comunità: èn Dèndó la casa dei Piardi Mafé e quella dei Brine almeno sino 1930 con Gioan de Dendó “Grillo” poi al Rifugio PIARDI al Colle di S. Zeno, quest’ultima, un tempo e sino al 1850, un’unica originaria famiglia Mafé (antichi Mafecini/Mafucini); ma in valle di Avano sulla destra salendo, poco prima di quella dei Piardi posta a sinistra, vi era la cascina o löc “giöstachì”, anch’essa, come la precedente, piena zeppa di marmocchi: “Crocc” e “Crote”, sé dizìa (didìa) èn chi tep a Pedade; ancora in Pezzaze: al “Fedöm” (Fisomo) quella di Maffeo Piardi di Mafé; in Castegnàccolo, podere co giü bèl löc, èl Cino Piardi (Francesco Raffaele) dei Brine detto, appunto, Cino de Castegnàcol.
I fabbricati ben s’integravano con quanto li circondava: gli spazi non venivano mai forzati, si tendeva ad un graduale adattamento all'ambiente, con il fine di raggiungere un perfetto rapporto tra uomo, casa e terra. Ogni zona ed ogni fabbricato erano in relazione con una precisa funzione produttiva, nulla era lasciato al caso. Quindi c'erano fienili per riparare il foraggio, portici per gli attrezzi agricoli e granai per le sementi; stalle e stallette per buoi e mucche con accanto l'abitazione del mandriano.

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In alcuni grandi cascinali l'abitazione dei proprietari (spesso trasferitisi in città) era simile ad un palazzo e veniva utilizzata saltuariamente come dimora di campagna. Anche dove vi fosse la casa del proprietario, abitante in città, in genere di lusso in cascina non se ne vedeva, non c'era ostentazione e su tutto regnava sicuramente la miseria delle abitazioni dei salariati, che erano comprese nel contratto di lavoro degli stessi.
Nei luoghi mantovani dei Piardi vi erano molte Corti rurali delle quali una gran parte sono ancora esistenti, alcune anche ristrutturate.
A Cizzolo e S. Matteo delle Chiaviche con quella detta Correggioli, posta nella zona fluviale golenale del Saliceto (ora pioppeto) di Ponte d’Oglio (antica Torre d’Oglio) e quelle altre note col nome di: S. Matteo; Bertìa dotata di vezzosi pilastri d’ingresso con elegante casa dei padroni; Nuova; Turchetti sul Canale Fossola con casa padronale databile al secondo Cinquecento; la Mottella a Sabbioni di San Matteo in riva d’Oglio. A Salina, sempre della città di Viadana, la Corte DONDA [oggi la Corte è un Agriturismo con bellissimo museo dedicato al vino, che raccoglie vecchi oggetti e strumenti nei suggestivi locali della cantina] appena all’esterno di Pomponesco.
In Pomponesco, antica terra dei Piardi sin dalla fine del Quattrocento – che ad oriente ed occidente il borgo si espande lungo due direttrici perpendicolari partenti dal centro dei due lati perimetrali dell'area del castello – negli angoli troviamo, ancora oggi, imponenti corti chiuse che attestano la prevalente attività agricola del territorio; con anche il sopravvissuto Palazzo Rosina (…a Pomponesco i Piardi sono anche Piardi-Rosina), oltre alla Corte Savazzi nei pressi di Banzuolo (località, quest’ultima, un po’ sotto la giurisdizione del Parroco di Viadana, un po’ di quello di Pomponesco).
Nella campagna dosolese la corte Mottella, in frazione Villastrada di Dosolo la Corte Garagna, quella detta Ghirardina con al centro un’aia di ben 700 metri quadrati destinata, principalmente, alla trebbiatura, e la Corte agricola di Villa Bertona.
A Ponte XXI di Curtatone quella di Giuseppina Piardi - figlia di Oreste, con il suo bel Cascinale, fulcro dell’azienda agricola a carattere familiare ancora attiva.
Nell’Alto Mantovano: a Barchi di Asola con Faustino dei Brine, Piardi originari di Pezzaze; a Casalmoro con i Piardi detti Ciong, qui trasferitisi da Pezzaze - Val Trompia; a Ceresara.
Più giù, verso la foce del Po: le corti rurali della zona di Serravalle Po e di Sustinente ove sono vissute alcune famiglie Piardi.
Altri Piardi nei “loghini” presso le zone golenali del grande fiume, come in quello detto “Fenil Rami “ a Cizzolo, tanto caro a Vincenzo Piardi (1887) sposato a Silvia Fermina dei Rosa di Dosolo, posto sulla strada per l’omonima località fluviale del Po. Questa zona nella grande ansa fluviale con, in riva sinistra: Dosolo, Cizzolo di Viadana, il sito all’altezza dell’affluenza dell’Oglio nel Po e quella, in riva destra o sud con le, quasi “dirimpettaie”, terre di Tabellano, Torricella e Sailetto è, da sei secoli, detta “Canton dei Rami”. Ancora nel 1717, lo si rileva da una Mappa coeva tracciata proprio in occasione di una rotta alluvionale, custodita in Archivio di Stato di MN (MCA, Ingegneri camerali, b. 13), è esistente nel Cantone dei Rami un porto – traghetto che collegava la sponda di Torricella con l’opposta Cizzolo. Si vede, anche, che il tratto di argine esistente in detto Cantone era tutto in “froldo”, cioè col fiume a diretto contatto. La parte del fiume in costante aderenza all’argine maestro (leggi, “froldo” e ove, in genere, veniva ancorato, per mezzo di una lunga catena, il mulino natante) o quella in un tratto di facile erosione è detta, nel linguaggio del Po, “piarda”. (a), (a1), (a2).
(a). {Rami: << la nobile ed antica famiglia dei Rami è presente nel territorio di Torricella, forse sin dal Cinquecento, quale proprietaria del lembo nord ovest di detta comunità fluviale sulla riva destra del PO, quasi dirimpettaia di quella di Cizzolo posta in riva sinistra. In Torricella (antica curtis Turricelle) vive in antagonismo con i suddetti Rami la famiglia dei notissimi Negri. La presenza dei Rami nelle terre che affiancano la grande ansa del Po all’altezza dell’affluenza dell’Oglio è tramandata anche dalla toponomastica che ancora oggi identifica il sito con la denominazione di “Canton dei Rami”. Quest’area geografica è andata soggetta nel tempo ad un’intensa modellazione da parte del Po che, sia probabilmente per cause tettoniche sia per turbolenze prodotte dallo sbocco dell’Oglio, ha subito continue e brusche oscillazioni di tracciato. I Rami o Rama erano detti in origine Ramedelli. Di loro si fa già menzione nel ‘300 (D’Arco, vol. VI, pagina 282). Alla fine del Cinquecento Carlo Rami, grazie a tre matrimoni, mise al mondo altrettanti figli: Fabrizio che fu capitano e morì di peste nel 1630, Fabrizio e Massimiliano. Da questi due fratelli si originarono le ultime linee genealogiche della famiglia, destinata ad estinguersi di lì a poco. (…). (…) >>. I beni in Torricella passeranno agli Alberigi originari di Firenze. (Carlo Parmigiani. Fra Po e Zara – Storia de territorio e delle corti di Motteggiana. Editoriale Sometti – Mantova, febbraio 2005)}.
(a1). [Loghini: pregevoli costruzioni rurali, frutto della nuova fase di frazionamento proprietario che venne imponendosi fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. <Il loghino può essere considerato come un’ulteriore semplificazione della casa ad elementi giustapposti (buon sistema tagliafuoco), infatti, consta anch’esso di due elementi fondamentali (abitazione e stalla/fienile) che vengono però riuniti in un edificio ancora più compatto venendo a mancare sia il “salto del tetto”, sia il porticato aggettante all’esterno. In luogo del portico fa (può fare) la sua apparizione in questa struttura la cosiddetta “porta morta” o portico interposto che “costituisce il collegamento più diretto e obbligato fra l’abitazione e stalla fienile”. (…). Questo vano utilizzato alla stregua di un comune portico, rappresenta – in ambito lombardo – una caratteristica esclusiva del Viadanese, derivato da un prototipo tipicamente emiliano, particolarmente diffuso nella zona parmigiano-modenese. (…). E’ un’unità immobiliare destinata ad una piccola famiglia di coloni, è una tipologia architettonica importata nel Viadanese dalle zone di Bonifica della Bassa reggiana e parmense. Rappresenta la riduzione all’essenziale del sistema “casa rurale”, come tale, in termini funzionali, non è riuscito a sopravvivere ai grandi mutamenti tecnici sopraggiunti nell’agricoltura nella seconda metà del Novecento >. Alberto Salarelli. La casa rurale nel Viadanese. Comunità e insediamenti alla fine dell’Ottocento nel distretto di Viadana. Editoriale Sometti – Mantova, aprile 2001].
(a2). [Terre rivierasche del Po. (…). Essendo in questo territorio molto frazionate le proprietà, vi sono tutti i piccoli proprietari di loghini di una, di due e tre biolche di terra, i quali ricavando da queste quasi il fabbisogno della propria famiglia e non tralasciando di andare a lavorare come semplice giornaliero negli altri fondi, sono nutriti in proporzione del loro bisogno, non solo, ma sono veramente essi il prototipo della gente felice, perché ai pochi bisogni fisici e morali hanno il modo di completamente soddisfare. (Attilio Magri, settembre 1878). www.italmensa.net]

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L'edilizia rurale di queste zone accompagna tutto il paesaggio, con edifici di notevole pregio. In molti casi, soprattutto in golena, va registrato con tristezza l'abbandono di fabbricati rurali. Indubbiamente, si tratta di un oneroso spreco di risorse. Nella citata Cizzolo, sino agli anni Cinquanta del secolo XX, come sostengono i cugini Walter (1922) figlio di Vincenzo (1887) e Licio di Pilade, i Piardi della famiglia di Luigi (1857) detto Pinta, fratello di “Pacion” Guglielmo (1870), ancora conservavano casa sulla piarda, al centro della golena alluvionale tra Oglio e Po, a 12 miglia dal capoluogo Viadana. (b)
(b). [Il territorio di Viadana si estende su una superficie di 102,5 Kmq: è, dunque, uno dei comuni più vasti della Lombardia. Una vasta estensione di questo territorio si trova in zona golenale. Infatti, gran parte dei confini del comune sono delimitati dai fiumi Oglio e Po che confluiscono in territorio viadanese in zona Torre d'Oglio. La golena di questi due fiumi, in particolare la zona della confluenza, rappresenta certamente una grande attrattiva ambientale per la presenza di un vecchio ponte in chiatte sul fiume Oglio, uno degli ultimi nel suo genere, di qualche lancia e per interessanti percorsi in una natura insolita; ma essa è, oggi, quasi interamente utilizzata per la coltivazione del pioppo. http://www.spiderlink.it/notizie2.html. La coltura del pioppo. Questo tipo di coltura, che di per se non risulterebbe dannosa all'ambiente, lo diventa nella misura in cui spesso vengono sacrificate vaste zone di ambiente naturale per ottenere nuove aree di produzione. (…). I canali. Se il Po e l'Oglio caratterizzano una parte notevole del territorio del Comune, non meno importante è il contributo dato alla sua costruzione dalla presenza di numerosi corsi d'acqua artificiali, realizzati nel tempo con lavori di bonifica di un territorio da sempre gravato dal problema delle inondazioni. Questi canali si sono inseriti ormai da tempo nell'ambiente e a loro volta hanno contribuito a modificarlo tanto da condizionarne, oltre all'aspetto, le caratteristiche tipologiche produttive. Sulle rive di questi canali sono sorti spesso complessi cortilizzi di carattere produttivo, che dimostrano come l'opera dell'uomo non sempre interferisca. Le corti. Queste corti, punti di riferimento di vaste zone, oggi rischiano più che mai di scomparire. In effetti, da un lato la meccanizzazione dell'agricoltura e dall'altro l'aumento del costo del lavoro hanno fatto sì che i fondi agricoli, anche quelli di vaste proporzioni, non richiedano più la presenza di numerose quantità di salariati. Ai due fenomeni indicati s'aggiunge l'inarrestabile tendenza non esclusiva del viadanese - dell'abbandono delle campagne da parte degli agricoltori; inoltre, l'acquisto di terreni e di opifici destinati all'agricoltura da parte delle aziende operanti prevalentemente in altri settori, ha determinato l'inesorabile declino delle corti rurali: l'abbandono, abbattimento o il destino di rudere. http://www.spiderlink.it/notizie2.html].

Per "LE CORTI RURALI DEL MANTOVANO" vedi foto in VIADANA

Tralasciando di parlare dei fasti e delle magnificenze della corte gonzaghesca, trasferiamoci nelle antiche corti rurali dell’Oltrepò mantovano. Qui di certo non si organizzavano grandi banchetti, e dalle cucine non uscivano piatti elaborati, ma la frutta era coltivata ugualmente e l'ingegnosità delle "rasdore" sicuramente aveva già scoperto come conservare i preziosi prodotti preparando marmellate e mostarde. La terra in queste zone è sempre stata molto fertile grazie anche agli interventi di bonifica dei Benedettini e dei Gonzaga, e il prevalere della piccola proprietà ha fatto sì che si sviluppassero colture orientate alla massima intensità colturale, quale appunto la frutticoltura. Giovanni Antonio Magini ci ha lasciato un'efficace descrizione di queste terre: "Vi sono infine in questo stato mantovano acque, che vengono di soverchio presso il territorio humido e morbido et in particolare verso mezzo giorno ove è tutta pianura fertilissima e abbondantissima di formento, biade, legumi, lino, riso, frutti d'ogni sorte, e di vino al pari di qual si voglia altra parte di Lombardia, producendo d'avvantaggio più del suo bisogno, si che per lo più fanno parte del loro raccolto i Mantovani ad altri luoghi circonvicini, che n'hanno di bisogno.". (In: Pera dell'Oltrepò Mantovano, a cura di C. Malagoli). La frutticoltura diventerà poi il vero punto di forza del basso mantovano negli anni ‘30 del 1900 con un'abbondante produzione di mele, pesche e pere. Oggi, anche se soppiantata dalla pera, la mela ha ancora un ruolo importante nella zona, fortemente radicata al territorio e alle sue tradizioni gastronomiche e anche alla sua espressione artistica. (La strada della mela dell’Oltrepò Mantovano - www.agriturismomantova.it/ita/Percorsi_Mele.asp)

Nel territorio mantovano esistono vari modi per conservare il ricordo di un mondo rurale purtroppo oggi ormai quasi scomparso: due tra questi sono i musei della civiltà contadina, che raccolgono attrezzi e utensili cercati pazientemente o donati negli anni, e i musei familiari, vale a dire collezioni di oggetti all'interno delle aziende agricole e agrituristiche, che spesso fanno parte della storia dell'azienda e della famiglia stessa, testimonianze utilizzate generazione dopo generazione fino a pochi decenni fa. Nello spirito di creazione di un fascinoso itinerario demologico (delle tradizioni popolari), che si cala in una realtà che riteniamo sopravvissuta solo per la buona volontà degli amanti delle cose d'un tempo, in un contesto storico che si può definire "di tradizione", nascono i "musei contadini e dei mestieri", disseminati nella provincia mantovana. Si tratta di uno straordinario, pur se a lungo occultato, patrimonio culturale che rivede la luce con l'intento di salvaguardare dal completo oblio quella che si può definire una "memoria sociale", conservando le ultime testimonianze di una cultura millenaria che ha subìto una progressiva mortificazione, ma che ora sta prepotentemente riacquistando la dignità che le compete. Non si tratta di insignificanti ed isolate raccolte, ma di un'autentica rivisitazione di una cultura che si trova sì alle nostre spalle, ma dalla quale, fortunatamente non ci siamo affrancati. Ciò senza volersi perdere in anacronistiche nostalgie, ma nel rispetto e nell'esaltazione delle radici umane, storiche e sociali della nostra gente. E prima che ogni cosa fosse perduta per sempre; prima che fosse cancellata dalla memoria, vi è stato chi ha creduto di onorare un passato impregnato di fatica, di miseria e di fame, senza con ciò mistificare in una vuota sublimazione in chiave folklorica, una dura realtà, che spesso, troppo spesso, fu di volgare sfruttamento e di brucianti umiliazioni. (…). Il museo più noto e più completo riguardante le testimonianze del mondo contadino in provincia di Mantova è, senza dubbio, il Museo della Cultura Popolare Padana di San Benedetto. (…). (…). Nelle sale del complesso benedettino sono stati ricreati gli ambienti della casa rurale di una volta. (…).
Interessante è il Museo di Ecologia Culturale sito alle GRAZIE di Curtatone.
Museo del Po. Nel 1990 è stato istituito il Museo del Po di Revere, che riunisce reperti preistorici relativi ad un villaggio della cultura delle Terramare ritrovato nella zona, e testimonianze più recenti sulla vita attorno al fiume Po. (…). (…).(Memorie di cultura contadina in provincia di Mantova. www.agriturismomantova.it/ita/Percorsi_Mele.asp)

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"Le donne mantovane hanno la bellezza solida dei cavalli gonzagheschi, eternati nei monumenti al Colleoni o al Gattamelata" scriveva Alberto Denti nel volume "Il gastronomo educato" e, certamente, aveva in mente non solamente l’aspetto esteriore delle donne mantovane, ma anche la loro straordinaria abilità di cuoche in una terra di storia, di nobiltà, ma anche di memorie contadine. A chi la visita per la prima volta Mantova appare come una città antica, sonnolenta, un po’ snob, con i suoi palazzi signorili e i fasti di una nobiltà ormai perduta. Ma appena si muovono quattro passi in campagna, ecco che compaiono le grandi cascine, con le ampie corti piene di cagnetti, le nebbie che lo velano come affascinanti abbracci. Terra di contrasti che si armonizzano, la padanissima Mantova ha conosciuto lo svilupparsi di una cucina cortese per i cavalieri e le dame della corte, e il parallelo sopravvivere di tradizioni contadine, saporite, che sapevano di legna e odore di brodo, di agnolini e di gras pistà (il battuto di lardo per insaporire il pane). Silvia Maccari, che, nonostante la sua passione per i viaggi non ha dimenticato le sue radici, l’odore della cucina della nonna, le mele che dopo un po’ sanno di naftalina, le galline del cortile, ha raccolto e pubblicato (…) un agile volumetto che s’intitola appunto "La cucina mantovana" (…). (Mantova, come andare a caccia di antiche tradizione gastronomiche. A cura di Laura Rangoni. http://old.lapadania.com/2000/gennaio)
In Franciacorta:
- a Navezze di Gussago, la casa colonica e padronale di Achille (1880) e Angelo (1878) figli di Ernesto, con esteso cortile ove crescevano e son cresciuti, quali coetanei, sino a tutti gli anni ’50 del XX secolo i Piardi e seppur limitatamente agli anni ’30 ben 36 tra bambini e ragazzi;
- al Vicolo dell’Alfiere di Gussago, nella colonica casa della sposa Maria Venturelli, vi è Giuseppe Piardi (1906) con dimora provvista di camere da letto al piano superiore, di stalla, fienile “col trat dèl fe madür… asègn dè taià zo a squader, co la taiadura” (foraggio che si tagliava a cubi o a forma di parallelepipedo per mezzo dell’apposito utensile a doppia lama e leva a forma di vanga con l’appoggio per il piede onde poter far forza, oltre a quella delle braccia), tratto di fieno sul quale i ragazzi saltavano (saltavamo) da un dislivello all’atro, loggia e porticato, l’ampia cantina che vede la presenza di grosse botti, tini e vezze (èze) di legno per il vino in attesa di maturazione o per l’invecchiamento, col profumo di mosto e poi d’inebriante vino che invadeva l’antistante cucina;
- quell’altra di Gino Cesare nel territorio gussaghese detto Piazza, nei pressi della Breda (podere cinto da muri) degli Odorici, e, negli ultimi anni della sua vita contadina, in quella nuova rurale posta lungo i pendii nord del Colle Barbisone, ai piedi del sovrastante ex monastero benedettino detto Santissima;
- nel centro della frazione Piazza e in fondo a via Roma (di proprietà di Bigì Lisna – Bonometti), quella abitata e condotta da Luigi Piardi [(1890 - 1951) figlio di Enrico (†1921)] con i figli: Achille Andrea (1915), Giacinto, Giovanni e Enrico Natale (1925);
- quell’altra ancora ubicata all’inizio della Val Morte di Gussago, sempre del suddetto Bonometti, nota come Cascina Ronconi da qui l’ulteriore soprannome di “Runcù” ai suddetti Piardi figli di Luigi, originariamente “Catanì”, a partire dal 1927, anno d’inizio della loro nuova condotta agricola in detta cascina. Podere con cascina posta a mezza costa, sul pendio Sud-Est del Dosso dei Cugni, con veduta che si stende sulla valletta di Navezze, sull’intera Gussago e Brescia, sino alla striscia autostradale Milano-Venezia;
- nella pianura bresciana (dai primi anni trenta del Novecento) in quel di Calcinato, Ghedi e Montichiari le cascine dei Piardi detti Pelès, originari di Pezzaze, alcuni tuttora operativi sulla dura terra.
Talvolta, le abitazioni del cascinale erano poste su due piani: la zona giorno al piano terra e le camere sulla loggia superiore, alla quale si accedeva tramite un'unica scala esterna di legno. Dei servizi igienici...neanche l'ombra! Per queste esigenze c'erano rive e fossi a volontà e nei casi più avanzati erano sufficienti quattro assi sulla fossa per il letame (büsa dèl ledàm, büda dol lüdàm = concimaia)! Per la notte tornava invece utile il vaso di latta o ceramica, bucàl o bocàl, che veniva svuotato la mattina dopo dalle donne di casa! In alcuni casi nella camera da letto era presente la "toaleta" ovvero brocca e catino per lavarsi mani e viso e… le parti intime, dopo l’amore coniugale notturno, quando capitava.
Esistevano, però, anche famiglie molto più povere che si riducevano a vivere in un unico stanzone freddo (per la carenza di legna, appena sufficiente per cucinare) e buio: i vetri forse non c'erano e venivano sostituiti come si poteva! In questo caso la zona notte veniva creata separandola dalla cucina con una tenda: qui i genitori dormivano nel letto matrimoniale, sul quale spesso pendeva una culla artigianale con dentro l'ultimo nato.
Gli altri membri della famiglia dormivano (anche per terra) su poveri materassi di scarfoi (bratee del granoturco) ed anche: “giü al co e giü ai pè”. Ospiti notturni erano inoltre le gabbie delle galline, poichè in tempi così miseri la tentazione di "sgraffignare" un pò di carne poteva assalire chiunque avesse avuto a casa otto o nove bocche da sfamare. In ogni casa il mobilio era ridotto all'essenziale: non mancavano mai il camino per cucinare, con il grande paiolo per la polenta in bella vista; èl casù de la farina: madia per la farina e la crusca; il grande tavolo di legno e le sedie impagliate.
Per i più piccini esistevano alcune varianti dei moderni seggioloni: erano scagnù con il buco per i bisogni (allora non esistevano i comodi pannoloni usa e getta!) ed in alcuni casi l'assicella antistante che fungeva da chiusura di sicurezza era incava per permettere alla mamma di sbriciolarci pezzetti di polenta, che il bambino avrebbe afferrato con le manine, imparando in tal modo a mangiare da solo.
I vari utensili erano appesi ai muri, dove poteva venire appesa anche la moscaröla, una specie di cassetta ricoperta con della rete a maglie fini per riparare alcuni alimenti dall'assalto degli insetti e nel contempo lasciasse passare l’aria. Il frigorifero in molti casi c'era solo d'inverno (…sul davanzale della finestra!), anche se alcune cascine disponevano di una grande ghiacciaia e del forno comune. In Valtrompia si usava anche èl sìlter, in proprietà od in affitto ed anche comunale dato in gestione a terzi. (1).
(1). [Silter. << Silter = ciltero. Ripostiglio, cantina a volto per la conservazione degli alimenti durante l’alternarsi delle stagioni >>.
1589. Dagli Annali di Bovegno in Val Trompia per l’anno 1589 il 19 di giugno si legge: “Compra del Commun di Bovegno da Laffranco Masello d’un ciltero terraneo in c.ta del Castello sotto la casa giuridica di esso comune a mezzodì parte la Piazza a cui confina a sera …; nel prezzo di lire 140 planette”.
Angelo Secondo Viotti (1916) precisa: “Termine col quale si individuava, ma ancora oggi usato, il luogo, ovvero dispensa, o locale a volto utilizzato per la conservazione degli alimenti da consumare gradatamente nel tempo, dotato di temperatura costante pur col mutare e l’alternarsi delle stagioni. Noi alla nostra casa ne avevamo addirittura due, avevano anche un valore commerciale ben definito e spesso si assisteva ad atti di compravendita di detto locale. Uno dei nostri era detto “èl silter vècc, sota la cà ècia’, e che dè sa ch’èl nöf, èn do metìèm ‘l formai. Se, iera do cantine, (a olte a olt) ènfati!”. (Testimonianza in Pezzaze, 8 gennaio 1999, a cura di Angelo Secondo Viotti nato l’anno 1916) >>. (Da “I PIARDI” vol. I).
1785. PEZZAZE . Dal Libro Consigli della Comunità di Pezzaze, 9 maggio: sono presenti quali Consiglieri: Batta Piardi Bonino, Antonio figlio d’altro Piardi e Batta Piardi q. Francesco. A Francesco q. Bono Piardi Bonas viene assegnato, a seguito di pubblico incanto, ‘l’affittanza del Siltero o Fondico sotto la Torre in Mondaro d’anni cinque in lire dieci all’anno (…)’.].
C'era anche chi possedeva una cosiddetta "cucina economica" a legna che fungeva da: piano cottura, forno, scalda acqua e nella quale, la sera, si raccoglievano le braci per riempire gli scaldaletto e le scaldine da porre (tra i legni e le latte) delle moneghe per dare un po’ di tepore alle lenzuola ghiacciate. La vita comunque si svolgeva soprattutto all'esterno: seduti su piccole seggiole o su qualche gradino a rammendare, aggiustare attrezzi o semplicemente per dividere una scodella di minestra o per chiacchierare.
Svaghi non ce n'erano: l'isolamento era quasi totale! Capitò, a volte, che qualche giovanotto si cimentasse nella sistemazione di una stanza, per trasformarla in "sala da ballo o da ritrovo". Quando la cosa riusciva, era un avvenimento: un affronto alla miseria ed un dispetto alla rigidità morale di quei tempi. Le ore passate in quegli improvvisati bacanì, in una cascina immobile e sepolta dalla neve, sono restate impresse nella memoria di chi le ha vissute.
La cascina fu quindi un mondo a parte: qui si nasceva, si cresceva, talvolta ci s’innamorava, si metteva su famiglia e si moriva. In essa si trovava un forte senso di protezione e, anche se la miseria patita allora è per alcuni ancora motivo di sofferenza e di negazione forzata di quell'epoca, molti altri ricordano comunque con affetto quella stagione della loro vita.
Ad esempio, intorno al borgo di Gussago la verde campagna, non sempre era generosa nutrice. Nei campi crescevano il grano e il granoturco, la nostra pianura e le colline erano ricche di vigneti, gli alberi di pesco come a Ronco e di caco si facevano largo qua e là tra le piante di ciliegio, quelle dei duroni “Càlem” e le amarene. Arrivato l’autunno gli uomini tagliavano il granoturco, le donne e i bambini più grandicelli si mettevano a ‘scarfoià’ (scartocciare, levare le brattee della pannocchia, quelle foglie, a più strati, avvolgenti la pannocchia, quasi ermeticamente) sotto i portici (portec de ca) e sulle logge (loze), mentre le bambine più piccole con i ‘riccioli’ (barbe) scuri e con quelli chiari delle pannocchie facevano fluenti chiome alle bambole di pezza cucite dalle nonne o dalle mamme; a loro facevano eco i maschi più cresciuti che, tentando di imitare i grandi, si ponevano sotto il naso, a mò di baffi fluenti, le barbe dèl canù . Quando tutti gli ‘scarfoi’ (brattee della pannocchia di granoturco o mais = le fòie dèl canù dè furmentù) erano stati tolti e ammucchiati nelle stalle le pannocchie andavano a colorare di oro i carretti diretti ai mulini, tra cui quello di Navezze di Gussago (Brescia) sulla Seriosa “Serioletta”, “Sargiöla”, che tornavano carichi di sacchi gonfi di farina gialla.
I contadini avevano qualche soldo in tasca e la convinzione di aver fatto con il mugnaio un giusto baratto per il lavoro della macina. Nel ritorno incontravano altri carri al traino dei cavalli diretti anch’essi verso la grande ruota che girava senza posa spinta dalle acque della Serioletta, partite dalla sorgente del “Gurt” a Navezze, che cadevano con forza sulle pale. Il mulino era dei Reboldi: Angelo, noto come “Anima Santa”, sposo di Brigida Piardi (1872) figlia di Ernesto e di Angela Codenotti (bisnonni di Achille Giovanni nato l’anno 1948, estensore di queste semplici note); mulino passato, poi, al figlio di lui, ancora Angelo, “Angel dè Boldi” fiöl de la Brigida dei Piardi, che lo ebbe a condurre sino alla fine degli anni sessanta del Novecento.
Poi arrivava la vendemmia e nelle cantine cominciava a ribollire il mosto. D’inverno le stalle, riscaldate dal tiepido alitare delle mucche, diventavano luogo d’incontro serale. In quel calduccio le donne, chiacchieravano del più e del meno, lavoravano con i ferri dai quali pendevano caldi maglioni di lana oppure calzettoni lunghi e pesanti che le più abili facevano, senza cuciture, con quattro ferri. I bambini ascoltavano quel cicaleccio accoccolati sui mucchi di ‘scarfoi’, mentre i mariti badavano agli animali. Di brattee di granoturco erano fatti i pagliericci noti come “paiù” (un sacco di tela riempito, si fa per dire, di “scarfoi”) sopra il quale si stendeva un lenzuolo di tela grezza, meglio di misto lino, ch’ èl ta sgrubiàa zo... le gambe!
La scuola elementare di poche aule e banchi di legno incisi dai temperini degli alunni più discoli. Nella cartella un quaderno a quadretti, un altro con le righe a due binari (quelle dentro di cui ognuno doveva scrivere le vocali e le consonanti minuscole e quelle che segnavano l’altezza delle maiuscole), la carta assorbente sempre pronta per risucchiare l’inchiostro caduto sulla pagina bianca. Non sempre avevano l’astuccio dove mettere la matita o la cannuccia in osso con il pennino. Stavano (stavamo, incluso colui che scrive queste righe) molto attenti a non fare le macchie sul foglio bianco, anche le orecchie agli angoli delle pagine erano rigorosamente proibite. Le maestre di Gussago, antiche o più giovani: Metilde Tosini [gussaghese, figlia di Anna Piardi fu Andrea (1767) da Pezzaze] maritata Cherubini, Ernesta Crescini, Camilla Peracchia, Teresa Venturelli, Lucia Piovani Botti, Teresa Angeli, Maria Mina, Luigia Garosio, Teresa Bezzi Alebardi (1920), Libera Botti figlia di Andrea Giovanni e della succitata Piovani ed ancora Anna Maria Piardi (1948) figlia del summenzionato Cesare detto Gino; così i maestri: Sacerdote Don Angelo Piardi [Maestro, Ispettore e Soprintendente scolastico dell’Ottocento, in Gussago], Dolzanelli, il detto “Pipasèner”, Luscia e Murro non volevano ed erano pronti a… infliggere reprimenda.

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Gli alunni arrivavano a piedi, molti dalle lontane cascine e qualcuno anche dalle circostanti colline, come anche dalla Cascina Tesa sulla omonima collina gussaghese ove vivevano anche i Piardi di Giovanni, “Giuanì di Runcù”, negli anni ‘50/60 del sec. XX, talvolta chiedevano passaggi ai carretti incontrati lungo la via.
Verso la scuola c’era una certa reverenza, i bambini ci andavano puliti e ordinati. Le mamme lavavano e rammendavano i calzoncini rotti (braghìne cürte rote söl cül, ma ben mèndade o col cül rifàt deter), le camiciole lise (Blüsine, lize de nacc (deanti) e söi gumbècc), le sottanine consunte, tramandati di fratello in fratello e tra sorelle: sembravano più belli dopo il paziente lavoro materno.
Nel desolante panorama delle condizioni di vita dei contadini padani dell'Ottocento, i territori rivieraschi hanno sempre rappresentato, se non un'eccezione, perlomeno un'attenuazione dei fenomeni di indigenza e denutrizione. L'affermazione di Magri (relativa al “loghini”), certamente enfatizzata, non è comunque inattendibile: il colono legava la sua fortuna al fazzoletto di terra in suo possesso, al suo piccolo podere oggetto di sollecite cure. Il possesso di una casa e un pezzo di terra, oltre ad essere occasione di riconoscimento sociale, di dignità personale, passaporto irrinunciabile per l'ingresso nella comunità rurale, consentiva diverse possibilità di integrazione alimentare (gli ortaggi, la spigolatura) che l'irriguo aveva quasi cancellato, così come il Po con le sue golene rappresentava una vera miniera dalla quale attingere, stagione per stagione, quelle proteine necessarie alla dieta quotidiana, volta per volta sotto forma di pesce, di selvaggina, di rane, di lumache e di trogne. La trogna è il tubero dell'Apios americana, una pianta della famiglia delle astragalee originaria degli Stati Uniti, più precisamente della Virginia. (…). (www.italmensa.net - Anno 2005. “Come e quando la trogna dalla Virginia è arrivata sul Po? La patata di Pochaontas” di Alberto Salarelli). (A)
Anche lo spazio agricolo che circondava la cascina è oggi mutato. Allora era un paesaggio ricco, fatto di piccoli/medi appezzamenti, solitamente circondati da siepi e piante, non mancavano mai i filari di gelso e fossi e fontanili dalle acque limpide. Oggi è cambiata la geometria, la delimitazione dei campi, che sono ormai sempre più estesi e senza ostacoli per le macchine agricole che, benchè abbiano tolto bellezza al paesaggio, hanno anche sollevato da tanta fatica e miseria le spalle della gente contadina. Pure l’agricoltura di montagna è cambiata, anche se per lavorare su pendii e dislivelli servono tuttora le braccia e la forza fisica, quella forza delle abituate braccia chè le fa cantà la ranza (che fan cantare la falce).
Tuttavia, dopo la negazione del vivere in campagna, concomitante l'esodo rurale e il mito della città e dell'industria (quando le cascine, le case coloniche rimasero vuote, il camino fu nascosto dalla cucina in formica e sorsero anonime abitazioni accanto alle vecchie dimore), negli ultimi anni è stata fatta parzialmente marcia indietro. Su tutto è prevalso l'orgoglio antico dalla gente di campagna e di montagna, conscia della bellezza e della durezza del rapporto con la terra, che si è finalmente scrollata di dosso l'atavico senso di subalternità nei confronti della città e dei suoi abitanti.
Da qui: ristrutturazioni oculate, recuperi, figli che decidono di restare sulla terra da lavorare e negli anni più recenti anche ripensamenti, da parte di alcuni, sul modo stesso di produrre. C'è da sperare che tutto ciò continui e tenda ad un’elevazione della qualità e ad influire positivamente sul modo stesso di fare agricoltura, per recuperare il plurimillenario rapporto fra uomo e terra. (A cura di Achille Giovanni Piardi)
(A). Per un approfondimento sulla “trogna” e sulla ricerca del tubero da parte degli abitanti di Villastrada, compresi i Piardi, a differenza dei Dosolesi; la diatriba tra essi: “Trognai - Stradaroi magna trogni!" contro “Dusules magna fasoi!”, vai al sito www.italmensa.net
Qui, una breve sintesi di: Come e quando la trogna della Virginia è arrivata sul Po – La patata di Pochaontas (a cura di Alberto Salarelli). (…). Ma chi è il trognaio? Un indigente, senza dubbio: la trogna non si raccoglie per la prelibatezza del sapore, ma perché non si ha altro per sfamarsi. Non trovandosi le salamelle sepolte in golena, il trognaio fa di necessità virtù. Di necessità e di esperienza: chi raccoglie trogne deve avere una frequentazione assidua col fiume, deve conoscerne i boschi, deve saggiarne i terreni. Si legga allora questo passo di Giannetto Bongiovanni, dedicato al suo paese, Dosolo, un borgo nell'estremo sud della provincia di Mantova, per l'appunto affacciato sul Po.
<< La parte più caratteristica è però il Castello. Lì vivono, nelle confuse memorie, i ricordi dell'antico borgo munito che ebbe un ponte ed una torre a difenderlo. E c'è un prato che ancora si chiama "Pallone" e certi ruderi che tuttavia passano per le "prigioni". Lì di padre in figlio le famiglie si tramandano, come una tradizione, l'amore per la caccia e per la pesca, per lo schioppo, la rete e la barca. Perché questa gente ha nella vita come un sottinteso: il Po >>.
I trognai per antonomasia sono proprio i pescatori del Castello di Dosolo, così celebri per questa loro attività di raccoglitori che gli abitanti degli altri paesi rivieraschi si riferivano ai dosolesi - in senso lato - chiamandoli trugnèr. A dire il vero bisognerebbe aprire una parentesi che ci porta su un terreno disseminato di insidie com'è quello che coinvolge questioni di campanile, visto che si tratta di tirare in ballo la secolare rivalità tra due paesi contermini. Secondo Siro De Padova, infatti, scrittore e bibliotecario nativo di Villastrada, piccolo centro che è frazione di Dosolo e per questo soffre di un endemico sentore di inferiorità, "i dosolesi, nostri eterni antagonisti, ci gridavano, in segno di disprezzo: "Stradaroi magna trogni!". Ma noi gridavamo più forte: «Dusules magna fasoi!». Insomma trogne o fagioli, sempre di "mangiar cattivo" si tratta: la necessità aguzza l'ingegno e la fame tutto redime pur di placare l'appetito. Il trognaio dunque si mette in marcia in inverno sul far del giorno armato di vanga e cestino. Magari con una fetta di polenta in tasca da far abbrustolire al momento della colazione. Il raggio d'azione del trognaio è esteso: infatti non è solo la golena di fronte a Dosolo ad essere territorio di raccolta, i bottini più pingui si ottengono sulla sponda di là. Ed ecco emergere l'importanza di essere barcaiolo e di sapere come e dove muoversi tra le nebbie del grande fiume. Sulla sponda emiliana, così come nel resto del basso mantovano sono in pochi a raccogliere trogne, dunque c'è più spazio d'azione. Cibo da poveretti, da disperati, da emigranti.
<< Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria (…) quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull'altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell'acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l'inverno >>.
Così, (…), Edmondo De Amicis in veste di cronista di viaggio su un piroscafo diretto in Sudamerica, testimonia che la fama dei trognai passa i confini del piccolo mondo padano dove peraltro il tubero era pietra di scandalo: si racconta che Enrico Ferri, nume tutelare delle prime lotte bracciantili nella bassa, si presentasse in tribunale per difendere un gruppo di villici ribelli con un cesto di trogne esclamando verso la giuria: "Potreste voi condannare uomini che si nutrono da secoli quasi unicamente con questo cibo?". E fu l'assoluzione con formula piena. Ma torniamo all'opera: individuato il còrdul, cioè la radice, si scavava e si recuperavano i preziosi tuberi. Dopodiché, lasciamo la parola alla trognaia Bice Tortella:
<< Le raccoglievamo mettendole in sacchi che trasportavamo con una carriola, perché le trogne erano sporche di terriccio. Arrivate a casa, le stesse le lavavamo per bene sotto al sambòt per pulirle dalla terra e nettarle. Se le trogne andavano a fondo del secchio pieno d'acqua, le stesse erano buone, altrimenti se galleggiavano dovevemo buttarle via >>.
Dieci chili erano considerati un buon bottino di giornata per un trognaio. Ora è tempo di portare la trogna in cucina. Sul Po si conosce una sola preparazione, in tre fasi: lessatura, pelatura, pappatura. I puristi nemmeno le salano non volendo edulcorare il sapore dolce, caratteristico del tubero. Gli americani - invece - conoscono una serie di preparazioni ben più ampia e variata: trogne affettate e arrostite, trogne al forno in carta stagnola (baked groundnut), purè di trogne, farina di trogne da aggiungere al brodo o al semolino.

Il secondo dopoguerra ha visto progressivamente scomparire, insieme al bosco ceduo della golena di Po, anche le trogne che non possono crescere tra le file di pioppi inondate di anticrittogamici. Qualche nostalgico ancora, un po' accanito a dire il vero, si ostina a cercare nelle piccole macchie superstiti di vegetazione spontanea qualche pianta di Apios. Le trogne oggi sono un cibo da appassionati, spesso alla ricerca di un sapore della gioventù che – ahi loro - fu. Si diceva che la trogna nell'Ottocento perse la sua partita nei confronti della patata a motivo dello scarso rendimento. In termini quantitativi il discorso, certamente, non fa una grinza: la patata rende più della trogna eppure la trogna ha un contenuto proteico fino a tre volte maggiore.
Con le moderne tecniche di selezione genetica è possibile produrre trogne che conciliano le caratteristiche alimentari intrinseche della pianta con un raccolto soddisfacente. Due ricercatori americani, W. J. Blackmon e B. D. Reynolds, recentemente hanno dimostrato come sia possibile ottenere oltre tre chili di tuberi per ogni pianta all'anno. La stessa FAO definisce la trogna come "an important Indian food and potato substitute". Ed allora? Vuol dire che forse vedremo presto sulle rive del Po ricomparire i trognai insieme agli agronomi in camice bianco? No, credo proprio di no. Ma chissà che una qualche osteria verace non ne proponga l'assaggio nel menù tipico, magari dopo aver trapiantato il tubero nell'orto di casa. Gli americani, ormai, coltivano l'Apios per le sue qualità estetiche, per creare pergolati o per ricoprire squallide pareti di cemento. Ma noi non ci rassegnamo e, in preda a lucida follia, immaginiamo un piatto esotico e nostrano allo stesso tempo: siluro danubiano alla brace con contorno di Indian potatoes al burro. Voilà, che sciccherìa! E buon appetito. [(A cura di Alberto Salarelli in: www.italmensa.net). Alberto Salarelli è docente di Sistemi di elaborazione delle informazioni presso il Dipartimento dei Beni Culturali e dello Spettacolo - Sezione Beni Librari dell'Università di Parma]


Mappa antica (sec. XVIII) che rappresenta la confluenza dell'Oglio nel Po
con l'abitato di CIZZOLO (Zizzolo), quello di Dosolo e, di là del fiume,
Torricella (Toricella) e Luzzara (Luzara). (Arch. di Stato. Mn, A.G.,
Mappe e disegni, G. 90-3). In C. Parmigiani, "Fra Po e Zara". Edit. Sometti. MN.

CIZZOLO.
<< In epoca imprecisata il Po, che in antico doveva scorrere dal lato di Cizzolo (****), cominciò a puntare verso la sponda opposta. Iniziò a questo punto una disperata e costosissima lotta dell'uomo contro la vorace erosione del fiume, lotta fatta di continui arretramenti del rilevato dell'argine. In una inedita ed interessantissima mappa del '8 ottobre 1717, tracciata proprio in occasione di una rotta alluvionale, è ben percepibile dai tronconi di argine che si protendevano verso il fiume, la molteplicità dei tentativi di ricucitura e di modifica apportati già in precedenza al fronte di contenimento delle acque. (...). Dalla stessa mappa del 1717 si rileva la presenza al cantone dei Rami anche di un porto-traghetto che collegava la sponda di Torricella con Cizzolo. (Presso Arch. Stato MN, Magistr. Camerale antico, ingegneri camerali, busta 13, anno 1717)
(****) . In epoca altomedievale il Po doveva scorrere addirittura oltre Cizzolo, dato che questa località è dichiarata dai documenti come appartenente all'insula Suzarie, affermazione avvalorata dal fatto che la chiesa di Cizzolo è da sempre subordinata a quella di Suzzara. (Carlo Parmigiani. in FRA PO e ZARA - Storia del territorio e delle corti di Motteggiana. Editoriale Sometti. Mantova, febbraio 2005)
Per ulteriori notizie inerenti i PIARDI di CIZZOLO e i “Loghini” di questa località mantovana del Viadanese vedi qui, in questa sezione LUOGHI, “”VITA DA CONTADINI: i PIARDI in Valtrompia, in Franciacorta, (...) e nel Mantovano” cliccando su VIADANA, DOSOLO, PORTIOLO

Golena e Argine maestro di Po mantovano, terre dei Piardi.

Golena.
L'edilizia rurale accompagna tutto il viaggio, con edifici di notevole pregio.
In molti casi, soprattutto in golena, va registrato con tristezza l'abbandono di fabbricati rurali. Indubbiamente, si tratta di un oneroso spreco di risorse.
Il recupero e l'abbandono dell'edilizia rurale seguono tutto l'itinerario.






L’argine maestro.
Quest'opera permette l'esistenza della pianura padana, così com'è oggi. Senza l'argine, il territorio sarebbe organizzato diversamente.
L'argine e la bonifica costituiscono la premessa dell'organizzazione civile, dell'insediamento umano nelle sue attuali forme. Sull’argine che va da Pomponesco a: Correggioverde, Villastrada, Cavallara, Cizzolo e San Matteo delle Chiaviche sino al ponte di barche di TorreD’Oglio e quindi per Scorzarolo (ove l’Oglio va nel grande fiume), Borgoforte e giu sino a Governalo (ove il Mincio s’immmette nel Po) si può far scivolare la bicicletta.

Da: VERDI TERRE D'ACQUA, scoprire e vivere l'agriturismo nelle campagne mantovane. www.agriturismomantova.it


BRESCELLO, in riva destra di Po, dirimpettaia di Viadana. Antica pianta di città fortificata; realizzazione di Terzo Terzi anno 1552. (IN "Opere scelte di Anselmo Mori - Note storiche intorno a Brescello, Boretto, Gualtieri, Guastalla". Edizioni Diabasis, anno 1997).

 


Mulini galleggianti sul Po tra Boretto e Gualtieri, fine Ottocento. (Stampa fotografica su carta albuminata, collezione privata. In "Le ruote del pane". Edit. Sometti - MN). Le citate località fluviali, poste in riva sud, sono dirimpettaie di Viadana, Pomponesco e Dosolo, in riva nord (o sinistra), luoghi di antica dimora dei Piardi mantovani. I mulini sono ancorati alla piarda fluviale per mezzo di lunghe catene.


Mulino fluviale e natanti sul PO, anni 20 del secolo XX.
(Archivio del Centro Etnografico Ferrarese. In "Le ruote del pane". Edit. Sometti - MN)


Mulino galleggiante sul Po nei pressi di Pontelagoscuro. (Illustr. di F. Corni e L. Confortini, 2003. In "Le ruote del pane". Edit. Sometti - MN)

Di grande fede e monito la scritta a caratteri cubitali posta in facciata: INRI - DIO TI SALVI. La vita dei mulini galleggianti (o natanti), ancorati alla riva (sulla Piarda) per mezzo di lunghe catene (anche 60 metri), e quella degli addetti è sempre in pericolo imminente a causa delle improvvise, travolgenti, piene o di divampanti incendi. (A cura di Achille Giovanni Piardi)


Mulini sul PO a Melara, anni 20 del secolo XX; si noti l'invocazione "Dio ti salvi".
(Collezione privata. In "Le ruote del pane". Edit. Sometti -MN).

Il mulino natante è un tipico elemento del paesaggio fluviale del Po. I mulini sono ancorati in punti in cui la presenza di isole in alveo determina un restringimento della sua sezione, con conseguente aumento della velocità dell’acqua. Il mulino ha infatti bisogno di un’adeguata spinta della corrente per la rotazione delle pale, che trasmettono poi il movimento agli organi di macinazione. Un’altra condizione è che il mulino natante sia facilmente raggiungibile dalla sponda per trasportarvi i sacchi di grano e, in senso inverso, per riportare a riva la farina macinata. In genere il mulino è ancorato su un froldo, ovvero in un punto in cui il fiume è in aderenza all’argine maestro, o comunque in un tratto in erosione, detto nel linguaggio del Po 'piarda'. (Carlo Parmigiani. Fra Po e Zara – Storia del territorio e delle corti di Motteggiana. Editoriale Sometti – Mantova. Mantova, febbraio 2005)

<< Ogni mulino del Po recava di solito il nome di un santo: S. Giuseppe, S. Marco, S. Giacomo, S. Alessandro ... . In questo modo si poneva un opificio facilmente soggetto ai rischi di incendio e alle calamità naturali sotto la divina protezione. Questa era cercata anche con l'apposizione di scritte dipinte quali l'I.N.R.I. e l'invocazione DIO TI SALVI. Protettori dei mugnai erano Sant'Antonio Abate (S. Antonio del porcellino, 17 gennaio) e Santa Caterina d'Alessandria (festa il 25 novembre). Il culto popolare procede dalla tradizione secondo cui la santa sarebbe sfuggita miracolosamente al supplizio della ruota. Di conseguenza venne adottata come protettrice da artigiani che usavano ruote nel loro lavoro come carradori e per l'appunto mugnai >>. (R.Roda e Gabriele Setti, "Mugnai, Mulini e religiosità popolare" in "Le ruote del pane". Edit. Sometti).
I mulini sono ancorati alla piarda fluviale per mezzo di lunghe catene.
La vita dei mulini galleggianti (o natanti), ancorati alla riva (sulla Piarda) per mezzo di catene (anche 60 metri), e quella degli addetti è sempre in pericolo imminente a causa delle improvvise, travolgenti, piene o di divampanti incendi. (A cura di Achille Giovanni Piardi)

Piarda.
Riccardo Bacchelli (1938 pubblicazione del romanzo "Mulino del Po”). <<... Scacerni aveva fatte da tempo le opportune ricognizioni lungo le rive e il corso del fiume, per scegliere la piarda, ossia il luogo dove si fissava a lavorare un mulino. (ndr.Lazzaro Scacerni). (...).
Piardóne, s.m. Sponda di fiume a cui sono ormeggiati due o più mulini galleggianti.
Bacchelli, Davvero egli (Ndr. Lazzaro Scacerni) vedeva il giorno di far fare un secondo mulino, da appaiare col primo: dopo di che la piarda avrebbe cominciato a chiamarsi piardone.
Piardone = Accrescitivo masch. di piarda>>.

(In, Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Volume XIII, pagina 305 - terza colonna).


La piarda, una piarda, le piarde; la piarde et une piarde = I Piardi



La Piarde (francese) da http://www.plumesetnature.com/piarde 2.htm.
(ancien lieu d'extraction de la tourbe)  


Documento del 1455, in lingua francese; si parla di "la piarde", "une piarde" come di una "équipe", "une tournée" di lavoro in miniera. (Comptes d'explotation des mines de Jacques Coeur (grand argentier de Charles VII. (Relèvement des équipes d'ouvriers anné 1455)) 
da http://www.pillien.org/Paleographie/cours7_2.html




prima foto: Piarda comunale a Berra
seconda foto: Riva del fiume Po di Serravalle a Po; la piarda
da www.serravalleweb.com


Miniera MERALDINO della Val di Scalve (Schilpario, Bergamo),
squadra di operai negli anni 40 del sec. XX.
'La scansione del tempo e dell'orario di lavoro è segnato dalla quantità
di olio della lampada usata di minatori: 1 lùm = una piarda'. 
Vedi il mestiere del minatore e anche http://www.scalve.it/museoschi/12MINIERA.htm

 

La Corte, le Corti, l'Aia, il Cortile; la Curt o l'Era
Luogo dei giochi e degli amori, delle passioni e delle speranze future; luogo dove cresceva la vita.

La Corte, le Corti, l'Aia, il Cortile; la Curt o l'Era

Come in questo altorilievo: ove si leggono le iniziali e la classe di leva del capo famiglia poste sull'architrave della porta, mentre sull'uscio di casa dure bambine, di diversa età, giocano a nascondino, infatti, il dito indice della mano destra posto innazi la narice indica agli altri personaggi del movimentato cortile (Curt o Era ) di far silenzio, non segnalare la loro presenza a colui che regge il gioco, la "Tana". A sinistra, invece, animali da cortile (Era) e seduti su di una panca, addossata al muro di casa, un ragazzo che accudisce una piccola; significativamente belli, quasi veri, alcuni finimenti del cavallo (o mulo), quadrupede assai utile nei lavori dei campi e sui monti quale animale da soma od anche da tiro o da trasporto se posto alle stanghe di un carretto.
(Foto di Carla Piardi. Daniele Bertussi da Pezzaze. Scultura: "La Curt" o "l'Era". Lavoro eseguito a mano, su legno di noce, ricordando l'aia dei suoi genitori ed il luogo in cui l'autore crebbe. Pezzaze, 2011)

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